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| << | < | > | >> |Pagina 11 [ inizio libro ]Andavano per le vie dell'ovest senza fretta e senza meta precisa, mutando rotta secondo il capriccio di un istante, al segnale premonitore di un stormo d'uccelli, alla tentazione di un nome ignoto. I Reeves interrompevano il loro erratico peregrinare ove li cogliesse la stanchezza o incontrassero qualcuno disposto ad acquistare la loro impalpabile mercanzia. Vendevano speranza. Così percorsero il deserto nell'una e nell'altra direzione, valicarono le montagne e una mattina videro apparire il giorno su una spiaggia del Pacifico. Più di quarant'anni dopo, nella lunga confessione in cui passò in rassegna la propria esistenza e tirò le somme dei suoi errori e successi, Gregory Reeves rievocò per me il suo ricordo più antico: un bimbo di quattro anni, lui stesso, che fa la pipí su una collina al tramonto, l'orizzonte tinto di rosso e ambra dagli ultimi raggi del sole, alle spalle le sommità dei monti e giù in basso una vasta piana dove il suo sguardo si perde. Il liquido caldo sgorga come un'essenza del suo corpo e del suo spirito, ogni goccia, immergendosi nella terra, marca il territorio con il suo segno. Il bimbo prolunga il piacere, gioca con lo zampillo, tracciando un cerchio color topazio nella polvere, assorbe l'intatta pace della sera, lo compenetra l'immensità del mondo con un sentimento di euforia, perché lui è parte di quel paesaggio nitido e colmo di meraviglie, incommensurabile geografia tutta da esplorare. A breve distanza la famiglia lo attende. Si sente bene, per la prima volta ha coscienza della felicità: è un momento che non dimenticherà mai.| << | < | > | >> |Pagina 180E rabbia. Dovrei provare odio, però nonostante l'addestramento, la propaganda e ciò che vedo e mi raccontano, non riesco a provare l'odio necessario: colpa di mia madre, forse, che mi riempi la testa di prediche Bahai, o colpa degli amici del villaggio, che mi insegnarono a vedere ciò che abbiamo in comune e a dimenticare le differenze. Niente odio, ma rabbia si, tanta, un'ira tenace contro tutti, contro il nemico, quei caproni che si muovevano sotto terra come topi e si moltiplicavano con la stessa velocità con cui noi li sterminavamo, apparentemente uguali agli uomini e alle donne che mi invitavano a mangiare nelle loro case al villaggio. Rabbia contro ciascuno dei corrotti bastardi che si arricchiscono in questa guerra, contro i politici e i generali, le loro mappe e le loro calcolatrici, il loro caffè caldo, i loro errori portatori di morte e la loro infinita superbia; contro i burocrati e le loro liste di sconfitte, numeri in lunghe colonne, sacchi di plastica in interminabili file; contro quelli che sono rimasti a casa e bruciano le loro cartoline d'arruolamento e contro quelli che agitano bandiere e ci applaudono quando compariamo sullo schermo del televisore e non sanno neppure perché ci stiamo ammazzando. Carne da cannone o eroici difensori della libertà, ci chiamano quei figli di puttana, nessuno è capace di pronunciare i nomi dei posti dove noi cadiamo, ma tutti giudicano, tutti hanno le loro idee in proposito. Idee! E' quello di cui sentiamo meno la mancanza qui, maledette idee. E rabbia contro queste cateratte di acqua, questa pioggia che inzuppa e imputridisce ogni cosa, questo clima di un altro mondo in cui noi geliamo o bruciamo alternativamente, contro questo paese raso al suolo e la sua giungla che ci sfida. Stiamo vincendo, ovviamente, così mi dice sempre Leo Galupi, il re del mercato nero, che portò a termine i suoi due anni di servizio e poi tornò per fermarsi e non pensa mai ad andarsene perché questo puttanaio lo affascina e inoltre sta diventando miliardario vendendo a noi oggetti d'avorio di contrabbando e agli altri i nostri calzini e deodoranti. Da ogni scontro usciamo vincitori, secondo Galupi, non so allora perché proviamo questa sensazione di sconfitta. Il bene trionfa sempre, come al cinema, e noi siamo i buoni, no? Controlliamo il cielo e il mare, possiamo ridurre in cenere questo paese, e lasciare sulla mappa un solo cratere, un immenso forno crematorio dove niente nascerà per un milione di anni, è solo questione di premere il famoso bottone, più facile che a Hiroshima, si ricorda ancora, mamma, o lo ha già dimenticato? Da anni non ne parla, ora che è vecchia, di che cosa parla con il fantasma di mio padre? Quelle bombe sono fuori moda, ne abbiamo altre che uccidono di più e meglio, che le sembra, eh? Ma le guerre non si vincono né in aria né sull'acqua, si vincono sulla terra, palmo a palmo, uomo contro uomo. Brutalità estrema. Perché non lanciamo un attacco nucleare per vedere se possiamo tornare a casa una volta per tutte, dicono i Marine alla seconda birra. Non voglio trovarmi in questi paraggi quando lo facciamo. Non devo pensare agli amici scomparsi, saltati in aria, i casali in fiamme, le torme dei rifugiati, i monaci che ardono nella benzina; neppure a Juan José Morales o al povero ragazzo del Kansas, né ricordarmi di mia figlia ogni volta che vedo una di queste creature piene di cicatrici, accecate, bruciate. L'unica cosa cui devo pensare è uscire vivo da qui, non c'è posto per i |
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