Copertina
Autore Niccolò Ammaniti
Titolo Ti prendo e ti porto via
EdizioneMondadori, Milano, 2000 [1999], Piccola Biblioteca Oscar 221 , pag. 454, dim. 125x180x30 mm , Isbn 88-04-47679-6
LettoreAngela Razzini, 2001
Classe narrativa italiana
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Pagina 9

18 giugno 199...



1
È finita.

Vacanze. Vacanze. Vacanze.

Per tre mesi. Come dire sempre.

La spiaggia. I bagni. Le gite in bicicletta con Gloria. E i fiumiciattoli di acqua calda e salmastra, tra le canne, immerso fino alle ginocchia, alla ricerca di avannotti, girini, tritoni e larve d'insetti.

Pietro Moroni appoggia la bici contro il muro e si guarda in giro.

Ha dodici anni compiuti, ma sembra più piccolo della sua età.

È magro. Abbronzato. Una bolla di zanzara in fronte. I capelli neri, tagliati corti, alla meno peggio, da sua madre. Un naso all'insù e due occhi, grandi, color nocciola. Indossa una maglietta bianca dei mondiali di calcio, un paio di pantaloncini jeans sfrangiati e i sandali di gomma trasparente, quelli che fanno la pappetta nera tra le dita.

Dov'è Gloria? Si chiede.

Passa tra i tavolini affollati del bar Segafredo.

Ci sono tutti i suoi compagni.

E tutti ad aspettare, a mangiare gelati, a cercarsi un pezzetto d'ombra.

Fa molto caldo.

Da una settimana sembra che il vento sia sparito, che abbia traslocato da qualche altra parte portandosi appresso tutte le nuvole e lasciando un sole enorme e incandescente che ti bolle il cervello nel cranio.

Sono le undici di mattina e il termometro segna trentasette gradi.

Le cicale strillano come ossesse sui pini dietro il campo di pallavolo. E da qualche parte, non molto lontano, dev'essere morta una bestia, perché a tratti arriva un tanfo dolciastro di carogna.

Il cancello della scuola è chiuso.

I risultati non sono stati ancora affissi.

Una paura leggera si muove furtiva nella pancia, spinge contro il diaframma e riduce il respiro.

Entra nel bar.

Nonostante si schiatti di caldo, ci sono un sacco di ragazzini assiepati intorno all'unico videogioco.

Esce.

Eccola!

Gloria se ne sta seduta sul muretto. Dall'altra parte della strada. La raggiunge. Lei gli dà una pacca sulla spalla e gli chiede: «Hai paura?».

«Un po'.»

«Pure io.»

«Smettila» fa Pietro. «Ti hanno promosso. Lo sai.»

«Che fai dopo?»

«Non lo so. E tu?»

«Non lo so. Facciamo qualcosa?»

«Occhei.»

Rimangono in silenzio, seduti sul muretto, e se da una parte Pietro pensa che la sua amica è più bella del solito con quella maglietta di spugna azzurra, dall'altra sente il panico crescere.

Se ci riflette sa che non c'è nulla da temere, che la cosa, alla fine, si è sistemata.

Ma la sua pancia non la pensa allo stesso modo.

Ha voglia di andare in bagno.


Davanti al bar c'è movimento.

Tutti si risvegliano, attraversano la strada e si accalcano contro il cancello chiuso.

Italo, il bidello, con le chiavi in mano avanza nel cortile urlando. «Piano! Piano! Così vi fate male.»

«Andiamo.» Gloria si avvia verso il cancello.

Pietro ha la sensazione di avere due cubetti di ghiaccio sotto le ascelle. Non riesce a muoversi.

Intanto tutti che spingono per entrare.

Ti hanno bocciato! Una vocina.

(Cosa?)

Ti hanno bocciato!

È così. Non è un presentimento. Non è un sospetto. È così.

(Perché?)

Perché è così.

Certe cose si sanno e non ha nessun senso chiedersi il perché.

Come ha potuto credere di essere promosso?

Vai a vedere, che aspetti? Vai. Corri.

Rompe finalmente la paralisi e s'incunea tra i compagni. Il cuore gli rulla una marcetta furibonda sotto lo sterno.

Sgomita. «Fatemi passare... Voglio passare, per favore.»

«Piano! Sei scemo?»

«Stai calmo, imbecille. Dove credi di andare?»

Riceve un paio di spinte. Cerca di superare il cancello, ma essendo piccolo quelli più grandi lo ributtano indietro. Si accuccia e passa, a quattro zampe, tra le gambe dei compagni, superando lo sbarramento.

«Calma! Calma! Non spingete... Piano, mann...» Italo sta al lato del cancello e quando vede Pietro gli muoiono le parole in bocca.

Ti hanno bocciato...

È scritto negli occhi del bidello.

Pietro lo fissa un istante e si lancia di nuovo, a rottadicollo, verso le scale.

Sale i gradini a tre a tre ed entra.

In fondo all'ingresso, accanto a un busto di bronzo di Michelangelo, c'è la bacheca con i risultati.

Sta succedendo una cosa strana.

C'è uno, mi sembra della seconda A, che si chia... uno che non mi ricordo il nome che se ne stava andando e mi ha visto, e si è bloccato, come se davanti non ci fossi io ma ci fosse, che ne so, un marziano, e ora mi guarda e sta dando una gomitata a un altro, che si chiama Giampaolo Rana, questo me lo ricordo, e gli sta dicendo qualcosa e Giampaolo pure si è voltato e mi sta guardando, ora però guarda i quadri e poi mi guarda di nuovo e sta parlando con un altro che mi guarda e un altro mi guarda e tutti mi guardano e c'è silenzio...

C'è silenzio.

Il capannello si è aperto lasciandogli spazio fino ai tabelloni. Le gambe lo portano avanti, tra due ali di compagni. Avanza e si ritrova a pochi centimetri dalla bacheca, pressato da quelli che arrivano dopo di lui.ù

Leggi.

Cerca la sua sezione.

B! Dov'è!? B? La sezione B? Prima B, seconda B. Eccola!

È l'ultima a destra.

Abate. Altieri. Bart...

Comincia a scorrere con lo sguardo l'elenco dall'alto in basso.

Un nome è scritto in rosso.

C'è un bocciato.

Più o meno a metà colonna. Roba di M, N, O, P.

Hanno bocciato Pierini.

Moroni.

Strizza gli occhi e quando li riapre intorno tutto è sfocato e ondeggia.

Rilegge il nome.

        MORONI PIETRO               NON AMMESSO

Rilegge.

        MORONI PIETRO               NON AMMESSO

Non sai leggere?

Rilegge di nuovo.

M-O-R-O-N-I. MORONI. Moroni. Mor.. M...

Una voce gìi rimbomba nel cervello. Come ti chiami tu?

(Eh, che c'è?)

Come ti chiami?

(Chi? Io...? Io mi chiamo... Pietro. Moroni. Moroni Pietro.)

E lì c'è scritto Moroni Pietro. E proprio accanto, in rosso, in stampatello, grosso come una casa, NON AMMESSO.

Allora la sensazione era giusta.

Eppure aveva sperato che fosse la solita sensazione del cavolo che prova quando gli consegnano un compito in classe, ed è sicuro al novantanove per cento che è andato malissimo. Una sensazione che viene sempre smentita perché lui lo sa che quel microscopico uno per cento vale molto più del resto.

Gli altri! Guarda gli altri.

        PIERINI FEDERICO            AMMESSO
        BACCI ANDREA                AMMESSO
        RONCA STEFANO               AMMESSO

Cerca del rosso in tutti gli altri fogli, ma è tutto blu.

Non posso essere stato bocciato solo io in tutta la scuola. La Palmieri mi aveva detto che mi avrebbero promosso. Che le cose si sarebbero risolto. Me lo aveva prom...

(No.)

Ora non ci deve pensare.

Ora deve solo andarsene.

Perché a Pierini, Ronca e Bacci li hanno ammessi e a me no?

Eccolo.

Il groppo.

Una spia nel cervello lo informa: Caro Pietro, è meglio che te ne vai di corsa, stai per metterti a piangere. E non vorrai farlo davanti a tutti, vero?

«Pietro! Pietro! Allora?!»

Si gira.

Gloria.

«Mi hanno promossa?»

La faccia della sua amica spunta dietro il capannello.

Pietro cerca Celani.

Blu.

Come tutti gli altri.

Vorrebbe dirglielo, ma non ci riesce. In bocca ha uno strano sapore. Rame. Acido. Prende fiato e deglutisce.

Devo vomitare.

«Allora? Sono stata promossa?»

Pietro fa segno di sì.

«Ah! Che bello! Sono stata promossa! Sono stata promossa!» urla Gloria e incomincia ad abbracciare quelli che le stanno intorno.

Perché fa tutte queste scene?

«Tu? E tu?»

Rispondile, forza.

Si sente male. Gli sembra che dei calabroni tentino di entrargli nelle orecchie, Ha le gambe molli molli e le guance infuocate.

«Pietro!? Che hai? Pietro!»

Niente. È che mi hanno bocciato, vorrebbe risponderle. Si appoggia contro il muro e lentamente si affloscia a terra.

Gloria si fa spazio tra la ressa e lo raggiunge.

«Pietro, che hai? Ti senti male?» gli domanda e guarda i tabelloni.

«Non ti hanno amm...?»

«No...»

«E gli altri?»

«S...»

E Pietro Moroni si rende conto che tutti lo fissano e gli stanno addosso, che lui là in mezzo è il giullare, la pecora nera (rossa) e che anche Gloria è dall'altra parte, insieme a tutti gli altri e non importa niente, assolutamente niente, che lo stia guardando con quegli occhi da Bambi.

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Pagina 64

Ed eccolo ancora, mezz'ora dopo, nella zona ristorante dello Station Bar.

La zona ristorante era una stanza quadrata nel retro del locale. Con il soffitto basso. Un lungo neon giallo. Pochi tavoli. Una finestra sulla ferrovia. Alle pareti litografie di treni antichi.

Era seduto a un tavolo con il Roscio, i due fratelli Franceschini e il giovane Bruno Miele che era arrivato apposta. Mancava solo Battilocchi che doveva portare la figlia dal dentista a Civitavecchia.

Davanti avevano cinque piattoni fumanti di tagliatelle al ragù di lepre. Una brocca di vino rosso. E un piatto di affettati e olive.

«Ragazzi, questa sì che è vita. Non sapete quanto mi è mancata questa roba» disse Graziano indicando con la forchetta la pasta.

«Allora, che fai stavolta? Il solito mordi e fuggi? Quando riparti?» domandò il Roscio riempiendosi un bicchiere.

Fin da piccolo, Roscio era l'amico del cuore di Graziano. Allora era un ragazzetto magro con un casco di ricci color carota, lento di lingua ma veloce come un furetto con le mani. Il padre aveva uno sfasciacarrozze sull'Aurelia e smerciava ricambi rubati. Il Roscio viveva tra quelle montagne di ferraglia smontando e ricomponendo motori. A tredici anni girava in sella a una Guzzi mille e a sedici faceva le gare sul viadotto dei Pratoni. A diciassette, una notte aveva avuto un incidente mostruoso, la moto aveva grippato e si era inchiodata a centosessanta chilometri all'ora e lui era stato sbalzato fuori dal viadotto come un missile. Senza casco. Lo avevano ritrovato il giorno dopo, cinque metri sotto la strada, in uno scolo delle fogne, mezzo morto e acciaccato come una formica a cui è finito in testa un vocabolario. Era rimasto otto mesi in trazione con ventitré fra ossa fratturate e lussate e più di quattrocento punti sparsi un po' dovunque. Sei mesi su sedia a rotelle e sei mesi con le stampelle. A vent'anni zoppicava vistosamente e non piegava più bene un braccio. A ventuno aveva messo incinta una ragazza di Pitigliano e se l'era sposata. Ora aveva tre figli e dopo la morte del padre era diventato proprietario dell'impresa e aveva messo su anche un'officina. E probabilmente, come il padre, aveva giri loschi. Graziano non ci si trovava più, dopo l'incidente. Il carattere gli era cambiato, era diventato ombroso, aveva improvvisi attacchi di rabbia, beveva e in paese si diceva che picchiasse la moglie.

[...]

 


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