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THERESE PHILOSOPHE
PRIMA PARTE 9
Thérèse philosophe
SECONDA PARTE 91
Storia di madame Bois-Laurier 93
Seguito della storia di Thérèse 119
LA FELICITA' DELLE SAGGE DAME
di Philippe Roger 133
| << | < | > | >> |Pagina 11Realmente volete, signore, che io scriva la mia storia, realmente desiderate che vi ritragga le scene mistiche tra mademoiselle Éradice e il reverendissimo padre Dirrag, che vi riferisca le avventure di madame C*** con l'abate T***, realmente chiedete a una giovane, che non ha mai scritto nulla, particolari che esigono ordine nella narrazione? Realmente desiderate un quadro in cui le scene di cui già v'ho parlato, o quelle che noi stessi abbiamo vissuto non perdano nulla in lascivia, che i ragionamenti metafisici conservino tutta la loro forza? In verità, caro conte, tutto questo mi sembra superiore alle mie forze. E inoltre Éradice mi è stata amica, padre Dirrag fu il mio direttore spirituale, e nutro sentimenti di riconoscenza per madame C*** e l'abate T***. Dovrei tradire la fiducia proprio di coloro verso cui ho i maggiori obblighi, giacché furono le azioni degli uni e le sagge riflessioni degli altri a dissigillarmi gradatamente gli occhi sui pregiudizi della mia fanciullezza? Ma, potreste obiettarmi, se l'esempio e i ragionamenti hanno fatto la mia felicità, perché non cercare di contribuire a quella di altri per le stesse vie? Perché temere di metter per iscritto verità utili al bene della società? Ebbene, mio diletto benefattore, non intendo più resistervi: scriverò, la mia ingenuità varrà quanto uno stile puro per i lettori accorti, e non temo gli sciocchi. No, non subirete mai l'affronto di un rifiuto dalla vostra tenera Thérèse, che vi aprirà i recessi del suo cuore dalla più tenera infanzia, e tutta la sua anima si dispiegherà nella narrazione delle sue pur modeste avventure che l'hanno condotta, passo dopo passo e come suo malgrado, al culmime della felicità.| << | < | > | >> |Pagina 12Stolti mortali! voi presumete d'esser padroni di spegnere le passioni che la natura ha posto in voi, e che sono opera di Dio. Volete distruggerle, costringgerle entro angusti limiti. Uomini insensati! Pretendete forse d'esser dei secondi creatori, più potenti del primo? Non v'accorgete dunque che tutto è come ha da essere, che tutto è bene, che tutto proviene da Dio, e da voi nulla, e che creare un pensiero è arduo come creare un braccio o un occhio? L'intera mia vita è un'incontrovertibile prova di codeste verità. Sin dalla più tenera infanzia non hanno fatto che parlarmi d'amore per la virtù e d'orrore per il vizio. «Potrete esser felice» mi si diceva «solo praticando le virtù morali e cristiane: tutto quel che le contrasta è vizio, e il vizio attira l'altrui disprezzo, e il disprezzo genera la vergogna e i rimorsi, sue conseguenze inevitabili». Persuasa della fondatezza di questi ammaestramenti, ho cercato in buona fede, fino ai miei venticinque anni, di comportarmi secondo tali principi. Vedremo con quali risultati. | << | < | > | >> |Pagina 49[...] Parliamo ora, bambina mia, di quell'incontenibile prurito che vi tormenta così spesso in quella parte che avete sfregato contro la colonna del vostro letto: sono bisogni del temperamento altrettanto naturali della fame e della sete. Non bisogna né cercarli né eccitarli, ma quando vi opprimono troppo vivamente non v'è alcun male nel servirvi della mano per alleviare quel tormento. Però vi proibisco espressamente d'introdurre il dito all'interno: vi basti, per ora, sapere che così facendo potreste un giorno apparire in colpa agli occhi di colui che sposerete. Quanto al resto, ve lo ripeto, si tratta di un bisogno che le leggi immutabili della natura suscitano in noi, ed è proprio dalle mani della natura che noi possiamo ricevere il rimedio che vi ho indicato per alleviarlo. Ora, poiché abbiamo la certezza che la legge naturale è d'origine divina, come oseremmo temere di offender Dio alleviando i nostri bisogni con i mezzi che ha posto in noi, che sono opera sua, soprattutto se tali mezzi non turbano in nulla l'ordine stabilito nella società? Non si può certo dire la stessa cosa, cara figliola, di quel che padre Dirrag faceva a mademoiselle Éradice: ha infatti ingannato la sua penitente, ha rischiato di renderla madre sostituendo al falso cordone di san Francesco il membro naturale dell'uomo, che serve alla generazione. In questo modo ha peccato contro la legge naturale che ci prescrive di amare il nostro prossimo come noi stessi. E significa forse amare il prossimo porlo, come lui ha fatto con mademoiselle Éradice, nella condizione di perder l'onore e la reputazione? L'introduzione e i movimenti che avete visto fare al membro del padre nella parte naturale della sua penitente, cara figliola, sono il meccanismo generativo dell'umanità, lecito soltanto nello stato matrimoniale. In una ragazza da marito, questa azione può nuocere alla tranquillità delle famiglie e turbare l'interesse pubblico, che va sempre rispettato. Così, sin quando non sarete legata dal sacramento del matrimonio, guardatevi bene dal permettere un'operazione simile a qualsiasi uomo, in qualsiasi posizione. Vi ho indicato un rimedio che modererà l'eccesso dei vostri desideri e che ridimensionerà il fuoco che li eccita. | << | < | > | >> |Pagina 56«Avete perfettamente ragione, madame» disse l'abate. «Sono due passioni che tormentano in pura perdita tutti coloro che non son nati per usare la ragione. Bisogna tuttavia distinguere l'invidia dalla gelosia. L'invidia è una passione innata nell'uomo, fa parte della sua essenza: persino i neonati sono invidiosi di quel che si dona ai loro simili. Solo l'educazione ha il potere di moderare gli effetti di una simile passione che noi riceviamo dalle mani stesse della natura. Lo stesso non può dirsi della gelosia considerata in rapporto ai piaceri amorosi. Una tale passione è prodotta dall'amor proprio e dal pregiudizio. Conosciamo interi popoli in cui gli uomini offrono ai loro ospiti le proprie donne in dono come noi potremmo offrire ai nostri il miglior vino delle nostre cantine. E mentre uno accarezza l'amante che gode degli abbracci della sua donna, i compagni applaudono, si felicitano con lui. Un francese invece, in un caso analogo, tiene il broncio, e gli altri lo additano, si burlano di lui. E un persiano si spinge al punto di pugnalare l'amante e l'amata, e tutti applaudono il duplice assassinio. Appare dunque evidente che la gelosia non è una passione naturale: sono l'educazione, i pregiudizi del paese che la fanno nascere. Fin dall'infanzia una fanciulla, a Parigi, legge, sente dire che è umiliante subire un'infedeltà dal proprio amante. E si insegna a un giovane che un'amante o una moglie infedele ferisce l'amor proprio, disonora l'innamorato o il marito. Da tali principi, succhiati, per così dire, con il latte, nasce la gelosia, questo mostro che tormenta gli umani senza contropartita alcuna per un male che non ha nulla di reale. Dobbiamo tuttavia distinguere l'incostanza dall'infedeltà. Amo una donna che ricambia il mio amore, il suo carattere si armonizza con il mio, il suo aspetto, il suo godimento costituiscono la mia felicità. Lei mi lascia: il dolore che ne provo non è più effetto del pregiudizio, è ragionevole, io perdo un bene reale, un piacere a cui ho ormai fatto l'abitudine e le cui dolcezze non sono certo di poter rimpiazzare totalmente. Ma un'infedeltà passeggera, originata soltanto dal piacere, dal temperamento, talvolta dalla riconoscenza, o da un cuore tenero e sensibile alla pena o al desiderio altrui, quali inconvenienti potrebbe causarmi? In verità, qualunque cosa se ne dica, bisogna proprio essere stolti per inquietarsi di quel che giustamente viene definito un colpo di spada nell'acqua, ossia di un qualcosa che non ci procura né bene né male». «Oh! siete venuto al punto» l'interruppe madame C***. «Quel che avete detto m'annuncia molto dolcemente che, per bontà d'animo o per far piacere a Thérèse, voi sareste disposto a impartirle una piccola lezione di voluttà, un piccolo, amabile clistere che, secondo quanto avete appena detto, non mi farebbe né bene né male. E allora fallo, mio diletto abate,» continuò lei «io acconsento con gioia: vi amo entrambi, ed entrambi avrete un vantaggio da questa mia prova in cui io non perdo nulla. Perché dovrei oppormi? Se m'addolorasse, potresti ragionevolmente concludere che amo solo me stessa, la mia soddisfazione personale, che intendo accrescere persino a spese di quella che tu potresti gustare altrove, e questo non è assolutamente vero: io so trarre la mia felicità indistintamente da tutto quel che può contribuire ad accrescere la tua. Così tu potrai, mio diletto amico, strapazzare come meglio vorrai la fichetta della povera Thérèse, la qual cosa peraltro le farà un gran bene». «Che follia!» disse l'abate. «Io non penso assolutamente a Thérèse, ve lo giuro. Ho desiderato unicamente illustrarvi il meccanismo attraverso cui la natura...». «Ebbene! non se ne parli più» l'interruppe madame C***. «Ma, a proposito di natura, [...] | << | < | > | >> |Pagina 63«Di Madre Natura?» riprese l'abate. «Tra poco, ve l'assicuro, ne saprete quanto me. La natura è un essere immaginario, una parola vuota di senso. I primi capi religiosi, i primi politici, non sapendo bene quale concezione imporre riguardo al bene e al male morali, hanno concepito un essere intermedio tra Dio e noi, rendendolo l'autore delle nostre passioni, delle nostre malattie, dei nostri delitti. Senza questo soccorso come avrebbero potuto, in effetti, conciliare il loro sistema con la bontà infinita di Dio? Da dove avrebbero detto che proveniva la voglia di rubare, di calunniare, di uccidere? E perché tante malattie, tante infermità? Che cosa ha fatto a Dio quell'infelice nato senza gambe, condannato a strisciare sulla terra sino alla fine dei suoi giorni? Allora un teologo ci ha detto: tutto questo proviene dalla natura. Ma che cos'è mai codesta natura? E' forse un altro dio che noi non conosciamo? Agisce da sola e indipendentemente dalla volontà di Dio? No, dice ancora seccamente quel teologo. Poiché Dio non può essere l'autore del male, il male non può esistere che per causa della natura. Che assurdità! E' del bastone che mi colpisce che devo lamentarmi? O non piuttosto di colui che ha inferto il |
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