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| << | < | > | >> |Pagina 3AQuello che piú mi piaceva allo zoo era la pista di pattinaggio sotto gli alberi, e il professore negro bello e dritto che scivolava all'indietro sul cemento in ellissi lente senza muovere neanche un muscolo, circondato da bambine dalle gonne corte e dagli stivaletti bianchi che, se avessero parlato, di sicuro avrebbero rivelato voci di tulle come quelle che negli aeroporti annunciano la partenza degli aerei, sillabe di cotone che si dissolvono negli orecchi come lische di caramella nella conchiglia del palato. Non so se quello che sto per dirle le sembrerà una cazzata ma la domenica mattina, quando ci andavamo con mio padre, gli animali erano piú animali, la solitudine da spaghetto della giraffa assomigliava a quella di un Gulliver triste, e dalle tombe del cimitero dei cani venivano fuori ogni tanto dei guaiti infelici di barboncino. L'odore era quello dei corridoi all'aria aperta del Coliseu, il circo d'inverno, pieni di strambi uccelli inventati in gabbie di rete, struzzi simili a professoresse di ginnastica zitelle, pinguini gottosi con l'andatura di vecchi bidelli coi calli ai piedi, cacatoa con la testa inclinata come visitatori di musei; nella vasca degli ippopotami lievitava la lenta tranquillità della grassezza, i serpenti si attorcigliavano in molli spirali stronzesche e i coccodrilli si abbandonavano con naturalezza al loro destino terziario di lucertole patibolari. I platani fra le gabbie si coprivano di un pulviscolo argentato, come i nostri capelli, e mi sembrava che in qualche modo saremmo invecchiati insieme: il giardiniere con il rastrello che raccattava le foglie in un secchio aveva senza dubbio a che fare con il chirurgo che mi avrebbe rastrellato i calcoli della cistifellea per metterli in un flacone avvolto da un'etichetta adesiva: una menopausa vegetale in cui i noduli della prostata e i nodi dei tronchi si avvicinavano e si confondevano ci avrebbe affratellati nella medesima malinconia senza illusioni: i molari sarebbero caduti dalla bocca come frutti marci, la pelle della pancia si sarebbe raggrinzita in una ruvidità di corteccia. Ma non era impossibile che un alito complice scuotesse le ciocche dei rami piú alti, e una tosse rompesse a stento le nebbie della sordità con muggiti di buccina, che avrebbero acquistato gradualmente la tonalità tranquillizzatrice della bronchite coniugale. | << | < | > | >> |Pagina 8[...] C'era odore di rinchiuso, di influenza e di biscotti, e soltanto le grandi vasche da bagno ossidate, dalle zampe a forma di artigli di sfinge, con la linea dell'acqua assente indicata da un orlo marrone simile al segno di un berretto sulla fronte, mi sembravano vive, nel loro cercare con avide fauci smisurate le mammelle di rame dei rubinetti, da dove scendevano ogni tanto lacrime rare come gocce di Argirol. Nelle cucine, identiche al laboratorio di chimica del liceo, un calendario delle Missioni con tanti negretti appeso al muro, cameriere senza età, tutte di nome Albertina, preparavano brodi di gallina insipidi brontolando sopra i tegami brani di rosario destinati a condire il riso in bianco. Negli scaldabagni antichissimi, contemporanei alla marmitta di Papin, le fiamme del gas acquistavano la forma instabile di petali fragili, oscillando sull'orlo di un'esplosione catastrofica che avrebbe ridotto a cocci irriconoscibili l'ultima tazzina di Sèvres. Le finestre non si distinguevano dai quadri: sul vetro o sulla tela, gli stessi alberi di ottobre si rattrappivano come piselli intirizziti dopo un bagno in piscina, sopra i quali si attorcigliavano le stelle filanti sbiadite di un carnevale defunto. Le zie venivano avanti a scossoni come ballerine da carillon alla fine della carica, mi puntavano alle costole la minaccia incerta dei loro bastoni, osservavano con disprezzo le spalle imbottite della mia giacca e proclamavano acide:- Sei magro come se le mie clavicole prominenti fossero state piú vergognose di una traccia di rossetto sul colletto della camicia. Una pendola non localizzabile, perduta fra tenebre di armadi, sgocciolava ore soffocate in un corridoio lontano, intasato da bauli di canfora, che portava a stanze irte e umide, dove il cadavere di Proust fluttuava ancora, spargendo nell'aria rarefatta un alito logoro d'infanzia. Le zie si installavano con difficoltà sul bordo di gigantesche poltrone decorate da filigrane di uncinetto, servivano il tè in teiere lavorate come custodie manueline e completavano la loro giaculatoria indicando con il cucchiaino fotografie di generali furibondi, deceduti prima della mia nascita in seguito a gloriosi combattimenti di trictrac e di biliardo, in Circoli Ufficiali malinconici come sale da pranzo vuote, dove le Ultime Cene erano sostituite da stampe di battaglie. - Se Dio vuole, il servizio militare lo farà diventare un uomo. Questa energica profezia, trasmessami lungo l'infanzia e l'adolescenza da dentiere di indiscutibile autorità, si prolungava in echi stridenti ai tavoli di canasta, dove le femmine del clan fornivano alla messa domenicale un contrappeso pagano a due centesimi il punto, somma nominale che serviva loro da pretesto per manifestare, su una giocata sfortunata, antichi odi pazientemente segregati. Gli uomini della famiglia, la cui pomposa solennità già mi aveva affascinato prima della mia Comunione, quando ancora non capivo che i loro conciliaboli sussurrati, inaccessibili e vitali come assemblee di dèi, si destinavano semplicemente a discutere sui soffici meriti delle natiche della domestica, approvavano gravi le zie con l'intenzione di allontanare una futura mano rivale nei pizzicotti furtivi durante la sparecchiatura. Lo spettro di Salazar faceva calare sulle calvizie pie fiammelle di Spirito Santo corporativo, al fine di preservarci dalla tenebrosa e deleteria idea del Socialismo. La PIDE proseguiva coraggiosamente la sua strenua crociata contro la sinistra nozione di democrazia, primo passo verso la scomparsa, nelle tasche avide di strilloni e garzoni, del servizio di posate di cristofle. Il Cardinale Cerejeira, incorniciato in un angolo, garantiva la perpetuità della Conferenza di San Vincenzo, e, conseguentemente, dei poveri ammansiti. Il disegno che rappresentava il popolo in ruggiti di esultanza atea intorno a una ghigliottina libertaria era stato definitivamente esiliato, fra vecchi bidè e seggiole zoppe, nella soffitta aureolata da uno spiraglio polveroso di sole, nel mistero che esalta le carabattole abbandonate. Cosi che, quando mi imbarcai per l'Angola a bordo di una nave carica di militari per diventare finalmente un uomo, la tribú riconoscente al governo che mi concedeva gratuitamente l'opportunità di una tale metamorfosi comparve compatta sul molo, rassegnandosi in un impeto di fervore patriottico a subire gli spintoni di una folla agitata e anonima, simile a quella del quadro della ghigliottina, venuta fin li per assistere, impotente, alla sua stessa morte. | << | < | > | >> |Pagina 18Le andrebbe un altro drambuie? Il fatto di parlare di fiale da bere mi dà sempre il desiderio di liquori sciropposi, magari gialli, nell'insensato desiderio di scoprire grazie a loro e grazie al soave e gioviale capogiro che ne deriva, il segreto della vita e della gente, la quadratura del cerchio delle emozioni. A volte, verso il sesto o settimo bicchiere, sento di esserci quasi riuscito, di essere sul punto di riuscirci, sento che le pinze maldestre del mio intendimento preleveranno con precauzione chirurgica il delicato nucleo del mistero, ma immediatamente sprofondo nell'informe esultanza di un'idiozia pastosa dalla quale vengo fuori la mattina dopo, a colpi di aspirina e di sali di frutta, per inciampare nelle mie ciabatte preparandomi per andare al lavoro e trasporto con me l'irrimediabile opacità della mia esistenza, palude di misteri densa come la pasta di zucchero in fondo alla tazza mattutina. Non le è mai capitata questa cosa: sentire che è vicina, che afferrerà fra un secondo l'aspirazione aggiornata e eternamente inseguita per anni e anni, il progetto che è insieme la sua disperazione e la sua speranza, stendere la mano per afferrarlo con insostenibile gioia e cadere all'improvviso all'indietro, con le dita chiuse sul nulla, mentre l'aspirazione o il progetto si allontanano tranquillamente da lei al trotto minuto dell'indifferenza, senza guardarla nemmeno? Ma forse lei non conosce questa sorta orribile di disfatta, forse la metafisica costituisce per lei solo un disturbo passeggero come un effimero prurito; forse lei è abitata da una giocosa leggerezza di barche all'ancora che dondolano dolcemente come culle. D'altronde una delle cose che mi piacciono di lei, se permette che glielo dica, è l'innocenza, non l'innocenza innocente dei bambini e dei poliziotti, intessuta di una specie di verginità interiore acquisita a spese della credulità o della stupidità, ma l'innocenza saggia, rassegnata, quasi vegetale, direi, di coloro che si aspettano dagli altri e da loro stessi la stessa cosa che lei e io, qui seduti, ci aspettiamo dal cameriere che sta arrivando chiamato dal mio braccio alzato da buon allievo cronico: una specie di attenzione distratta, e l'assoluto disprezzo per la magra mancia della nostra gratitudine.| << | < | > | >> |Pagina 31[...] Nel Circolo Ufficiali di Luso, città che è una specie di quartiere Madre de Deus a Lisbona, strade geometriche e case popolari, piantato sull'altopiano dei Bunda, con quello spirito da «Portogallo in miniatura» corporativo che ha fatto dello Estado Novo un'aberrazione costante, vuoi per difetto vuoi per eccesso, ho visto per l'ultima volta e per molto tempo tende, bicchieri a calice, donne bianche e tappeti; a poco a poco quello a cui mi ero abituato durante tanti anni si allontanava da me: famiglia, conforto, quiete, il piacere stesso delle scocciature senza pericolo, delle malinconie soavi cosi piacevoli quando non ci manca niente, del tedio alla poeta decadente, frutto del credo convinto in un'illusoria superiorità. Per esempio, la tristezza dopo cena sostituiva le parole incrociate del giornale e io mi intrattenevo a riempire i quadratimi in bianco con elucubrazioni arzigogolate che oscillavano fra l'idiozia palese e la banalità profonda, i limiti entro i quali, peraltro, si condensa il pensiero lusitano, |
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