Copertina
Autore Paul Auster
Titolo La notte dell'oracolo
EdizioneEinaudi, Torino, 2004, Supercoralli , pag. 208, cop.ril.sov., dim. 140x222x17 mm , Isbn 88-06-16919-X
OriginaleOracle Night [2003]
TraduttoreMassimo Bocchiola
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe narrativa statunitense
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Pagina 3

Ero stato malato per molto tempo. Il giorno in cui lasciai l'ospedale camminavo a fatica e quasi non ricordavo piú chi avrei dovuto essere. Usi la volontà, mi disse il medico, e in tre o quattro mesi tornerà come prima. Non gli credetti, ma seguii lo stesso il suo consiglio. Mi avevano dato per morto, e ora che avevo smentito i pronostici evitando misteriosamente di morire, che scelta mi restava se non vivere come se mi aspettasse una vita futura?

Incominciai con escursioni brevi: non piú di un paio di isolati dal mio appartamento e poi rincasavo. Avevo trentaquattro anni, ma a ogni effetto pratico la malattia mi aveva trasformato in un anziano - uno di quei vecchi anchilosati che procedono strascicando, non riuscendo a muovere un passo dopo l'altro senza prima avere guardato quale piede sta avanti e quale indietro. E anche all'andatura lenta che allora mi riusciva di imbastire, camminare mi dava un capogiro strano, aereo; un disordine di segnali eterogenei e di fili mentali incrociati. Il mondo sobbalzava e fluttuava davanti ai miei occhi oscillando come i riflessi di uno specchio ondulato: e ogni volta che cercavo di guardare una cosa singola, di isolare un oggetto dal turbinio aggressivo dei colori - per esempio un foulard azzurro attorno al capo di una donna, o i rossi fanalini di coda di un furgone di passaggio - questo cominciava subito a scindersi e a dileguarsi, svanendo come una goccia di tintura in un bicchier d'acqua. Tutto vibrava e tremolava, tutto si allontanava svelto in varie direzioni, e nelle prime settimane distinguevo a stento dove finisse il mio corpo e cominciasse il resto del mondo. Andavo a sbattere contro i muri e i bidoni dei rifiuti, restavo impigliato in guinzagli di cani e cartacce svolazzanti, incespicavo sui marciapiedi piu lisci. Pur vivendo da sempre a New York non capivo piu né le vie né la folla, e ogni volta che partivo per una delle mie piccole sortite mi sembrava di aver perso la strada in una città ignota.

Quell'anno l'estate arrivò presto. Già alla fine della prima settimana di giugno il clima si era fatto greve, stagnante, pestilenziale: un giorno dopo l'altro cieli torpidi e verdastri; l'aria soffocata dalle esalazioni dei rifiuti e degli scarichi; la calura si alzava da ogni mattone, da ogni lastra di cemento. Tuttavia non cedetti, imponendomi di scendere la scala ogni mattina e camminare per le strade; e mentre quel groviglio che avevo nella testa cominciava a dipanarsi e riacquistavo lentamente le forze, riuscii ad allungare le passeggiate fino alle propaggini del quartiere. I dieci minuti diventarono venti; passai da un'ora a due; e da due ore a tre. Con i polmoni in debito di ossigeno, la pelle costantemente sudata, vagolavo come uno spettatore dentro il sogno di un altro, guardando il mondo che avanzava arrancando, nello stupore di aver potuto un tempo essere uguale alla gente attorno a me: sempre di fretta, sempre diretto da un posto in un altro, sempre in ritardo, sempre in lotta per farci stare altre dieci cose prima del tramonto. Non ero piu attrezzato per quel gioco. Adesso ero merce avariata, un coacervo di parti difettose ed enigmi neurologici: e la smania generale di arraffare e spendere mi lasciava freddo. A mo' di irrisorio sollievo ripresi a fumare e ammazzavo i pomeriggi nei caffè con l'aria condizionata, ordinando bibite gassate e panini caldi al formaggio mentre orecchiavo i discorsi e fino all'ultima riga leggevo tutti gli articoli di tre gionali diversi. Il tempo passava.

Il mattino in questione - il 18 settembre del 1982 uscii di casa tra le nove e mezza e le dieci. Abitavo con mia moglie nella zona di Brooklyn detta Cobble Hill, a metà strada fra Brooklyn Heights e Carroll Gardens. Generalmente nelle mie passeggiate andavo verso nord, ma quel mattino mi diressi a sud svoltando a destra quando fui in Court Street e proseguendo per sei o sette isolati. Il cielo era colore del cemento: nuvole grigie, aria grigia, una grigia pioviggine trasportata da grigie folate di vento. Ho sempre avuto un debole per quel tipo di clima e nella mia tristezza fui contento, per niente dispiaciuto che ci fossimo lasciati la canicola alle spalle. Una decina di minuti dopo essere partito, a metà dell'isolato tra Carroll e President, notai sull'altro lato della strada una cartoleria. Stava fra un calzolaio e una rivendita di alcolici aperta 24 ore, e la facciata dell'edificio era l'unica vivace in una fila di caseggiati cadenti e tutti uguali. Dovevano averla aperta da poco: ma benché il Paper Palace fosse nuovo, e malgrado l'abile composizione della vetrina (torri di penne a sfera, matite e righelli disposti a suggerire il profilo di New Y ork), sembrava un esercizio troppo piccolo per contenere granché di interessante. Credo che se decisi di attraversare la strada ed entrare fu perché in cuor mio volevo rimettermi al lavoro - pur non sapendolo, non avendo coscienza dell'impulso che era andato sedimentando dentro di me. Da maggio, quando ero stato dimesso, non avevo scritto niente - non una frase, non una parola - e non avevo sentito il minimo stimolo. Adesso, dopo quattro mesi di apatia e silenzio, a un tratto mi venne voglia di fare provvista di nuovi strumenti: penne e matite nuove, un nuovo taccuino per gli appunti, nuove gomme e cartucce di inchiostro, risme di fogli e cartellette: tutto nuovo.

Un cinese era seduto alla cassa di fronte all'ingresso. A occhio era un po' piu giovane di me e quando, nell'entrare, sbirciai dalla vetrina, lo vidi chino su un blocco di fogli a trascrivere colonne di numeri con una matita automatica nera. Malgrado la giornata fresca indossava una camiciola a maniche corte - uno di quei capi estivi leggerissimi e ampi, con il colletto aperto - che metteva in risalto la magrezza delle braccia color rame. La porta tintinnò quando la spinsi, e per un attimo lui alzò la testa facendomi un educato cenno di saluto. Lo ricambiai, ma prima che potessi aprire bocca si chinò nuovamente per tornare ai suoi calcoli.

Proprio allora in Court Street ci dovette essere una pausa nel traffico, o forse il cristallo della vetrina era particolarmente spesso: fatto sta che quando mi avventurai tra le scansie del primo corridoio per prendere visione della merce, all'improvviso mi accorsi della quiete che regnava. Ero il primo cliente della giornata e il silenzio era cosi marcato che sentivo scricchiolare la matita dell'uomo alle mie spalle. Ogni volta che ripenso a quel mattino la prima cosa che sento è quel rumore di matita. Per il senso che può avere la storia che mi accingo a raccontare, credo sia stato li che cominciò - nello spazio di quei pochi secondi, quando il suono della matita era l'unico suono che restava nel mondo.

Percorsi il corridoio fermandomi ogni due o tre passi a esaminare i prodotti sugli scaffali. In gran parte si trattava di comuni articoli per l'ufficio o la scuola, ma il campionario era davvero ampio per uno spazio cosi angusto, e mi colpi la cura posta nell'ammassare e disporre in bell'ordine cosi tanti articoli, che sembravano comprendere tutto: dai fermagli di ottone di sei lunghezze diverse, a dodici modelli di graffette da carta. Quando girai l'angolo, passando nell'altro corridoio che riportava alla cassa, vidi che uno scaffale era riservato a numerosi prodotti esteri di classe: blocchi in pelle importati dall'Italia; rubriche francesi, fini cartellette giapponesi in carta di riso. C'erano anche taccuini per gli appunti: una pila di fabbricazione tedesca e una portoghese. Trovai particolarmente accattivanti quelli fabbricati in Portogallo, con le copertine rigide, i quadretti e le segnature cucite, e la robusta carta a prova di macchia. Nell'istante in cui ne presi uno e lo tenni in mano fui sicuro di comprarlo. Non c'era frivolezza in quei taccuini, nessuna ostentazione. Erano pratici ferri del mestiere - banali, ordinari, robusti, ben diversi dai blocchi di moduli in bianco che può venirti in mente di regalare. Però apprezzai la legatura in tela, e anche la forma: ventitre centimetri e mezzo per diciotto e mezzo, cioè appena un po' piu bassi e larghi della media dei taccuini. Non so dire perché, ma quelle dimensioni mi diedero un sensazione di profondo appagamento, e tenendo per la prima volta il taccuino fra le mani provai un che di simile al piacere fisico, un'espansione di benessere istantaneo e inspiegabile. Solo quattro taccuini restavano nella pila, ciascuno di un colore diverso: nero, rosso, marrone e blu. Scelsi quello blu, che casualmente era anche il primo in alto.

Impiegai ancora circa cinque minuti a trovare le altre cose per cui ero venuto e poi portai il tutto alla cassa e lo deposi sul bancone. L'uomo mi rivolse un altro dei suoi compiti sorrisi e cominciò a battere sui tasti del registratore che trillava indicando la somma parziale dei prezzi dei vari articoli. Ma giunto al taccuino blu si fermò per un attimo, lo sollevò e passò delicatamente le dita sulla copertina. Fu un gesto di approvazione, quasi una carezza.

- Bel taccuino, - commentò, in un inglese con un forte accento. - Ma niente piú. Non piu Portogallo. Storia molto triste.

Non riuscivo a seguirlo, ma prima di metterlo a disagio chiedendogli di ripetere bofonchiai qualcosa sulla piacevole semplicità del taccuino e cambiai discorso. - È tanto tempo che fa questo lavoro? - chiesi. - Qui dentro sembra tutto nuovo, fiammante.

- Un mese, - mi rispose. - Grande apertura il dieci di agosto.

Mentre faceva questo annuncio sembrò ergersi un pochino, spingendo il petto in fuori con orgoglio infantile, soldatesco: ma quando gli chiesi come andavano gli affari, posò con leggerezza sul bancone il taccuino blu e scosse la testa. - Molto lenti. Molta delusione -. Guardandolo negli occhi compresi che era ben meno giovane di quello che avevo pensato - poteva avere almeno trentacinque anni, se non quaranta. Lo esortai debolmente a resistere dov'era, di dar tempo all'impresa di prendere piede, ma lui si limitò a scuotere la testa sorridendo. - Sempre mio sogno avere un negozio, - disse. - Negozio come questo, con penne e carta, mio grande sogno americano. Una iniziativa per tutti, vero?

- Eh, già, - risposi, ancora senza capire.

[...]

 


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