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| << | < | > | >> |Indice
Prefazioni 9
1. Verso l'incerta linea dell'orizzonte 13
La partenza
2. Una ricca eredità 37
La Rotta dei Tre Capi
3. Ogni barca ha una voce 49
Dal golfo di Guascogna alle Canarie
4. L'Atlantico a tutta birra 75
Dalle Canarie ai Quaranta Ruggenti
5. Città del Capo 91
Un timone che infrange il sogno
6. Sotto il segno dell'Indiano 101
Perdite d'albero e naufragi nell'oceano
Indiano
7. La liturgia dell'Estremo Sud 119
Il passaggio dell'antimeridiano
8. Una solitudine condivisa 131
L'inizio dell'oceano Pacifico
9. La tempesta di una vita 143
In mezzo al Pacifico
1O. Capohornista per la terza volta 161
Il passaggio di capo Horn
11. Quando il mondo risorge 169
Ritorno in Atlantico
12. Eludere le accalmie 177
Sant'Elena
13. Cambio di emisfero, cambio di atmosfera 187
Pot au Noir e alisei
14. Ultimo giorno 199
Il ritorno
15. Un marinaio che torna... al punto di 209
partenza
L'arrivo
Appendici 217
Sulla sicurezza durante i giri del mondo 219
Ancora su alcuni giri del mondo 227
Classifica del Vendée Globe 1996-1997 239
Glossario 241
La passione, Isabelle 251
La mia barca di Isabelle Autissier 254
Pagine sui giri del mondo 257
Ringraziamenti 259
Referenze fotografiche delle tavole fuori 263
testo
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| << | < | > | >> |Pagina 15«SONO lì sul molo, il collo teso, gli sguardi convergenti, scrutano... cosa cercano? Un'espressione, un aggrottar di sopracciglia, un sorriso, una lacrima... Sono l'attore che entra in scena la sera della prima, il gladiatore quando si apre l'arena, l'extraterrestre che soltanto la commozione lega ancora al mondo degli umani. Già, la differenza ha insediato la solitudine. Sento, palpabili, le loro invidie, i loro desideri che sarà mio compito portare, come un gravoso e magnifico fardello. Oggi nasce questo invisibile legame, la connivenza tra questi curiosi anonimi e la mia storia personale; la connivenza del sogno, perché oggi io parto e loro restano.Queste occhiate mi pesano, anche se le capisco, cerco di immergermi nella routine dei preparativi di un'insignificante uscita in mare: manovelle di winch al loro posto, scotte sbrogliate, sartie controllate, ma questi piccoli gesti sembrano falsi, teatrali. Non vedo l'ora di lasciare il pontile. Faccio il giro delle barche altrui; abbracci, occhiate, battute falsamente allegre e inoffensive, gli occhi hanno un linguaggio che è smentito dal pudore delle parole. Insieme, partiamo per la linea incerta dell'orizzonte. Tra qualche settimana, fra questi volti ci saranno un vincitore e, forse, insopportabili assenze. Questa comune e fondamentale incertezza s'insinua nei saluti, l'angoscia degli altri ci rimanda a noi stessi... Torno a bordo. Ultimi regalini, ultime occhiate insicure, ultimi bisbigli. Lo strappo diventa intollerabile. 'Jean-Charles, Sergio, andiamo...' Sono sempre tra i primi a lasciare il pontile. Ho bisogno del mare, della calma, dell'intimità di coloro con i quali da mesi preparo questa barca. Sul molo, si urla, si applaude... Aspettate, forse tra qualche settimana applaudirete una barca che torna. Fino ad allora, niente è successo e tutto è possibile. I pochi bordi passano in fretta, i nostri commenti sono tecnici. Jean-Charles mi rammenta qualche regolazione dell'attrezzatura, pur sapendo benissimo che la conosco a memoria; rompo l'anima a Sergio perché mi ripeta qual è il posto di questo o quello strumento che per il momento non mi serve affatto; scegliamo insieme le vele per la partenza. Queste quisquilie ci riportano alle centinaia di ore di lavoro e di controlli minuziosi. In questo crocicchio di strade, e nonostante l'incertezza del futuro, siamo tutti e tre felici, semplicemente, di esserci. So che, per loro, cominciano la veglia e l'angoscia, accanto al fax e al telefono. Ancora qualche minuto e d'un tratto, imperiosamente, mi sento matura di solitudine, devono andarsene. 'Be', io vado...' Non occorre altro, anche loro hanno sentito: le tante giornate di lavoro fianco a fianco si cancellano in pochi secondi, Sergio gonfia lo zodiac, gli occhi sorridono. 'Stai attenta, divertiti...' 'Non preoccuparti.' Non esistono già più, macchiolina arancione ghermita dalla moltitudine delle barche spettatrici. Mi metto al timone, sia per tener d'occhio le orde dei più curiosi sia per sentire la mia barca, per entrare pian piano in solitudine con essa, avviare quel muto dialogo che un giorno ci aiuterà a tornare qui. Timonare mi tranquillizza, in fondo basta mettere un miglio dietro l'altro; non serve a niente, ora, anticipare le paure e l'avvenire. Tutto rientra nell'ordine: scegliere la mia zona di partenza, guardare il trascorrere dei secondi, sorvegliare i concorrenti, bordare un po' le vele e avvicinarmi a quella linea invisibile che fa di me una solitaria intorno al mondo...» | << | < | > | >> |Pagina 39«LA terra sprofonda lentamente all'orizzonte. Quando tornerà, avrò fatto il giro del mondo! Assaporo questa enormità a piccoli sorsi. Mi sento Vasco da Gama, Colombo e Magellano. Sono Chichester, Moitessier e Slocum tutti insieme. Ho l'orgoglio di essere tra coloro che torneranno al punto di partenza senza aver fatto dietrofront. Non c'è dubbio che la storia abbia modificato la percezione e l'uso che i terrestri fanno del mare. Esso non è più il principale mezzo di comunicazione tra i continenti, il campo del commercio e della guerra. In compenso, il mare ha assunto un'importanza senza pari nella nostra civiltà del piacere e nella nostra preoccupazione per l'ambiente. Storia e tecnica hanno modificato l'arte e i modi del navigare, ma, da secoli, il mare non è cambiato. Come la montagna, resta uguale a se stesso: impavido terreno di gioco. Anche i sentimenti dei marinai sono identici: quando i gabbieri delle antiche golette vedevano il cielo rosato di un'aurora o i delfini che giocavano a prua, erano felici, commossi, lo trovavano bello; quando si gelavano le mani sui cavi ghiacciati o sentivano l'approssimarsi del maltempo, difficoltà e angosce li assillavano al pari di noi. Siamo vicini a quei marinai costretti, oggi come ieri, a trovare finanziatori per la nostra comune sete di orizzonti, obbligati, come loro, a capire le astuzie del vento per condurre le nostre barche. Ci sentiamo vicini a quegli uomini di allora e siamo fieri di mettere le nostre prore sulle orme di quei signori. Durante il record New York-San Francisco, avevamo a bordo il rendiconto dell'avanzata giornaliera dei nostri predecessori. Le tracce del c1ipper Flying Cloud e il suo vertiginoso record del 1854 ci hanno incantato per tutto il viaggio. Eravamo, centocinquant'anni dopo, nella loro scia e, di ciò che avevano visto i loro occhi, niente era cambiato. Partendo dall'Europa a vela, oggi, in questo Vendée Globe che segue la Rotta dei Tre Capi, mi sento di nuovo erede delle ricchezze, degli eroismi, delle gioie e dei dolori di quei marinai di una volta che hanno popolato le mie letture.»| << | < | > | >> |Pagina 51«RESTA ancora un mazzo di fresie, i miei fiori preferiti, che profuma discretamente la cabina, giusto un mazzo per ricordarmi che c'è una terra, con uomini sopra che fanno spuntare i fiori, per donarli. Le rose, appese al balcone poppiero alla partenza, si son cotte in poche ore sotto il sale della prima tempesta. Un bel riscaldamento dei muscoli imposto dalla vecchia strega del golfo di Guascogna: 'Ah! si vuol fare il giro del mondo, e sola soletta, per giunta... Aspetta un po', cocca bella, mostrami prima quel che sai fare... Sì, va' a prendere i terzaroli e spaccati un po' quelle mani di signorina che firmava autografi...'In preda a un po' di nausea, mugugno. Manovrare, tuttavia, mi fa bene. Poco ci manca che apprezzi perfino gli spruzzi già gelidi di questo inizio di novembre. Ho voglia di timonare, per far sì che la regata mi s'insinui pian piano in testa, per valutare ciò che è stato fatto e quanto resta ancora da fare... Adesso, a me muovere, sola, per i cento giorni a venire. Timono per alcune ore, ipnotiche. Ascolto la barca che respira in mare e ho la sensazione di accordare il mio fiato con il suo, come musicisti prima dell'ouverture. Caffè, biscotti, un frutto. Non una vera fame, niente sonno. Sistemo i 'futuri regali natalizi' che, all'ultimo momento, hanno invaso la cuccetta. Tra due mesi è Natale. Ritrovo le mie marche, gli odori, il calore della tazza di tè, la stanchezza al fondo delle orbite e, già, l'angoscia della scelta della rotta... Virare subito? Aspettare un cambio più deciso di vento? Cosa fanno gli altri? S'insinua il buio, oscura camera di decompressione tra il pre e il post partenza. | << | < | > | >> |Pagina 89«Correre a 25 nodi sotto spi e giropilota cambia la natura delle emozioni. Siamo continuamente sull'orlo di una situazione in cui è indispensabile dominare il proprio equilibrio, lavorare di fino. Quando si naviga a 7 nodi su una barca a vela di dieci metri si hanno ancora i piedi posati sul cemento, anche se ciò non impedisce di provare piacere. Durante la mia prima traversata dell'Atlantico in solitario non ho incontrato grandi difficoltà, a dire il vero: sono partita dalle Antille, sono arrivata alle Azzorre, era bel tempo e avevo proceduto a 4 nodi di media. Non c'era, naturalmente, niente di straordinario e tuttavia per me era già una vittoria perché avevo dovuto imparare a barcamenarmi in una situazione sconosciuta. Quando cresce l'esperienza, diventa possibile portare barche a vela più veloci. Per serbare la stessa qualità delle emozioni - è un po' come una droga - diventa necessario aumentare la dose. Ma bisogna sempre restare lucidi per sapere fin dove ci si può spingere. Non sono una testa matta, non sempre coraggiosa, non sempre pronta ad affrontare qualsiasi situazione. Non sono né pavida né imprudente. Posso correre ma faccio comunque molta attenzione. E su una barca stabile e potente come PRB è ancora più indispensabile serbare delle spie d'allarme attive nella testa. Si tiene una mano di terzaroli nella randa e il fiocco da lavoro e ci si corica mormorando: 'E se gli altri intanto se la filano?' Ma si sa anche che l'essenziale è finire il giro. E per questo bisogna sapere a volte perdere qualche miglio per salvaguardare la barca e salvaguardarsi.»| << | < | > | >> |Pagina 121«LE giornate si susseguono, una più grigia, l'altra più chiara, una carica di vento di burrasca e l'altra di bonaccia. Le notti si susseguono, una fredda e chiara, l'altra buia e accompagnata da montagne di nuvole. C'è luna, poi la luna sparisce e tutto continua in quel capo del mondo, ancora e sempre come una storia infinita. A vivere qui, nel veder passare, immutabili, quelle depressioni che oscurano il cielo una dopo l'altra, come un moto perpetuo, si è colti da una specie di vertigine. Giorno dopo giorno, sull'acqua più verde o più grigia, la barca procede come su un mare sterminato. Questo Sud non ha limiti. Sola, a contrastare questa sensazione di eterno ritorno, la crocetta che si sposta sulla rotta e giorno dopo giorno mi dice che rosicchio longitudine e che, almeno sulla carta, questo universo ha dei confini. Per convincermene m'invento delle feste. Non Natale o Capodanno, ma feste di longitudini: quella di capo Leeuwin, uno dei tre famosi e l'ultimo prima di capo Horn; quella della Nuova Zelanda, ultima terra prima del Sudamerica. La più attesa è quella, mitica, del passaggio dell'antimeridiano, il benedetto 180, est od ovest, a piacere. A partire da lì ogni miglio, ogni ora mi avvicinano a Les Sables-d'Olonne. Finita la ricerca del nessun luogo, la fuga verso le longitudini crescenti, benvenuto il conto alla |
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