Copertina
Autore Zygmunt Bauman
Titolo Dentro la globalizzazione
SottotitoloLe conseguenze sulle persone
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 2001 [1999], Economica 211 , pag. 154, dim. 140x210x12 mm , Isbn 88-420-6258-8
OriginaleGlobalization. The Human Consequences
EdizionePolity Press - Blackwell, Cambridge-Oxford, 1998
TraduttoreOliviero Pesce
LettoreRenato di Stefano, 2001
Classe economia , politica , sociologia
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Indice


    Introduzione                              3

1.  Tempo e classe                            9

    I proprietari assenti: la versione dei
        nostri giorni, p.12
    Libertà di movimento e «costituzione» delle
        società civili, p. 15
    Nuova velocità, nuova polarizzazione, p. 22

2.  Guerre spaziali: una cronaca             33

    La battaglia delle mappe, p. 35
    Dalla cartografia alla progettazione dello
        spazio, p. 41
    L'agorafobia e il rinascimento della
        località, p. 52
    C'è una vita dopo il Panopticon?, p. 55

3.  E dopo lo stato-nazione?                 63

    Diventare universali o lasciarsi
        globalizzare?, p. 67
    La nuova espropríazione: stavolta dello
        stato, p. 73
    La gerarchia globale della mobilità, p. 78

4.  Turisti e vagabondi                      87

    Consumatori nella società dei consunti,
        p. 89
    Divisi muoviamo, p. 95
    Attraversare il mondo o vederselo passare
        accanto, p. 100
    Uniti nella buona e nella cattiva sorte,
        p. 104

5.  Legge globale, ordini locali            113

    Fabbriche di immobilità, p. 116
    Le prigioni nell'era post-correzionale,
        p. 124
    Sicurezza: un mezzo tangibile per un fine
        elusivo, p. 129
    I disadattati, p. 135

    Note                                    141

    Indice dei nomi                         151

 

 

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Pagina 3

Introduzione



La parola «globalizzazione» è sulla bocca di tutti; è un mito, un'idea fascinosa, una sorta di chiave con la quale si vogliono aprire i misteri del presente e del futuro; pronunciarla è diventato di gran moda. Per alcuni, «globalizzazione» vuol dire tutto ciò che siamo costretti a fare per ottenere la felicità; per altri, la globalizzazione è la causa stessa della nostra infelicità. Per tutti, comunque, la «globalizzazione» significa l'ineluttabile destino del mondo, un processo irreversibile, e che, inoltre, ci coinvolge tutti alla stessa misura e allo stesso modo. Viviamo tutti all'interno della «globalizzazione», ed essere «globalizzatí» vuol dire per ciascuno di noi, più o meno, la stessa cosa.

Tutte le parole in voga hanno un destino comune: quante più esperienze pretendono di chiarire, tanto più esse stesse diventano oscure. Quanto più numerose sono le verità ortodosse che esse negano e soppiantano, tanto più rapidamente si trasformano in norme che non si discutono. Spariscono le varie pratiche umane che il concetto tentava all'inizio di mettere in luce, e ora il termine sembra «individuare alla perfezione» «i fatti», o la qualità «del mondo reale», con l'ulteriore pretesa di immunizzarsi da qualsiasi critica. Il termine «globalizzazione» non fa eccezione alla regola.

Questo volume prova a dimostrare che il fenomeno della globalizzazione presenta molti più aspetti di quanto comunemente non si pensi; ne mette in luce le varie radici e le varie conseguenze di ordine sociale, per tentare così di diradare parte della nebbia che avvolge un termine che pretende di fare chiarezza sulla condizione umana dei nostri giorni.

Nella frase «compressione dello spazio e del tempo» racchiudiamo le multiformi trasformazioni che stanno investendo la condizione dell'uomo d'oggi. Quando saremo andati a guardare le cause di tale compressione e le conseguenze che esercita nella società, apparirà evidente che i processi di globalizzazione non presentano quella unicità di effetti generalmente attribuita loro. Gli usi del tempo e dello spazio sono non solo nettamente differenziati, ma inducono essi stessi differenze tra le persone. La globalizzazione divide tanto quanto unisce; divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall'altro lato, promuovono l'uniformità del globo. In parallelo al processo emergente di una scala planetaria per l'economia, la finanza, il commercio e l'informazione, viene messo in moto un altro processo, che impone dei vincoli spaziali, quello che chiamiamo «localizzazione». La complessa e stretta interconnessione dei due processi comporta che si vadano differenziando in maniera drastica le condizioni in cui vivono intere popolazioni e vari segmenti all'interno delle singole popolazioni. Ciò che appare come conquista di globalizzazione per alcuni, rappresenta una riduzione alla dimensione locale per altri; dove per alcuni la globalizzazione segnala nuove libertà, per molti altri discende come un destino non voluto e crudele. La mobilità assurge al rango più elevato tra i valori che danno prestigio e la stessa libertà di movimento, da sempre una merce scarsa e distribuita in maniera ineguale, diventa rapidamente il principale fattore di stratificazíone sociale dei nostri tempi, che possiamo definire tardomoderni o postmodemi.

In movimento siamo un po' tutti, che lo si voglia o no, perché lo abbiamo deciso o perché ci viene imposto. Siamo in movimento anche se, fisicamente, stiamo fermi; l'immobilità non è un'opzione realistica in un mondo in perpetuo mutamento. Eppure gli effetti indotti dalla nuova condizione creano radicali diseguaglianze. Alcuni di noi divengono «globali» nel senso pieno e vero del termine; altri sono inchiodati alla propria «località» - una condizione per nulla piacevole né sopportabile in un mondo nel quale i «globali» danno il là e fissano le regole del gioco della vita.

Insomma, essere «locali» in un mondo globalízzato è un segno di inferiorità e di degradazione sociale. Il peso di un'esistenza limitata a un luogo è aggravato oltre misura da una circostanza: oggi che gli spazi di interesse pubblico sfuggono all'ambito della vita per così dire «localizzata», gli stessi luoghi stanno perdendo la loro capacità di generare e di imporre significati all'esistenza; e dipendono in misura crescente dai significati che vengono loro attribuita e da interpretazioni che non possono in alcun modo controllare - quali che siano le opinioni espresse in merito dagli intellettuali globalizzati, venditorí di sogni comunitari che servono solo a consolare.

La crescente segregazione, separazione ed esclusione nello spazio è parte integrante dei processi di globalizzazione. Le tendenze al neotribalismo e al fondamentalismo, riflesso delle esperienze delle persone che si trovano sul versante per così dire passivo della globalizzazione, discendono anch'esse da questa: una derivazione legittima quanto lo è l'osannata «ibridazione» della cultura dominante, la cultura cioè dei vertici globalizzati. Genera inoltre gravi preoccupazioni il progressivo sfilacciarsi delle comunicazioni tra le élites, sempre più globali ed extraterritoriali, e gli altri, sempre più «localizzati». I centri nei quali vengono prodotti i significati e i valori sono oggi extraterritoriali e avulsi da vincoli locali - mentre non lo è la stessa condizione umana che a tali valori e significati deve dar forma e senso.

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Pagina 15

Libertà di movimento e «costituzione» delle Società civili


Se rivolgiamo lo sguardo al passato, possiamo chiederci fino a che punto i fattori geofisici, i confini naturali e artificiali delle unità territoriali, le diverse identità dei vari popoli e le Kulturkreise, come anche le distinzioni tra «dentro» e «fuori» - tutti gli specifici oggetti della scienza della geografia - non fossero essenzialmente che delle semplici costruzioni mentali, o dei sedimenti/artifizi materiali discendenti dai «limiti di velocità», o, più in generale, dai vincoli di tempo e di costo cui la libertà di movimento era soggetta.

Paul Virilio ha di recente suggerito che si può con sempre maggiore sicurezza parlare della «fine della geografia», laddove appare decisamente prematura la tesi di Francis Fukuyama sulla «fine della storia». Le distanze non hanno più importanza, mentre l'idea di confine geografico è sempre più difficile da sostenere nel «mondo reale». Tutt'a un tratto appare chiaro che i continenti ed il mondo, visto nella sua globalità, erano divisi in funzione di distanze un tempo estremamente reali, in virtù e della natura primitiva dei trasporti e della difficoltà di viaggiare.

In effetti, lungi dall'essere un «dato» obiettivo, impersonale, fisico, la «distanza» è un prodotto della società; la lunghezza stessa di una distanza varia a seconda della velocità con cui la si può superare (e, in un'economia monetaria, dei costi connessi a ottenere quella data velocità). Tutti gli altri fattori che la società inventa nel costituire, separare e conservare identità collettive - come i confini tra stati o le barriere culturali - appaiono, a posteriori, semplici effetti secondari di quella velocità.

Sembra questa la ragione - è il caso di notarlo - per cui un tempo la «realtà dei confini» era, nella maggior parte dei casi, un fenomeno che riguardava la stratificazione delle classi: in passato, come oggi, le élites dei ricchi e dei potenti erano, dal punto di vista politico, sempre più aperte su scala planetaria che non il resto della popolazione delle terre dove abitavano, e tendevano a crearsi una cultura propria, poco attenta ai confini, che rimanevano invece un fattore di rigidità per la gente da meno; e avevano molte più cose in comune con le élítes d'oltre confine che non con il resto della popolazione interna. Sembra questa anche la ragione per cui Bill Clinton, il rappresentante della élite più potente del mondo attuale, ha potuto dichiarare di recente che, per la prima volta, non c'è differenza alcuna tra politica interna e politica estera. In effetti, nella vita dell'élite la differenza tra «qui» e «là», «dentro» e «fuori», «vicino» e «lontano» implica ormai assai poco. Con l'implosione del tempo necessario a comunicare, un tempo che si va restringendo alla «misura zero» dell'istante, lo spazio e i fattori spaziali non contano più, almeno per coloro che possono agire con la velocità dei messaggi elettronici.

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Pagina 22

Nuova velocità, nuova polarizzazíone


In poche parole: piuttosto che rendere omogenea la condizione umana, l'annullamento tecnologico delle distanze spazio-temporali tende a polarizzarla. Emancipa alcuni dai vincoli territoriali e fa si che certi fattori generino comunità extraterritoriali, mentre priva il territorio, in cui altri continuano a essere relegati, del suo significato e della sua capacità di attribuire un'identità. Per alcuni, ancora, quell'azzeramento delle distanze di spazio e tempo promette una libertà senza precedenti dagli ostacoli di carattere fisico e una capacità inaudita di muoversi e di agire a distanza. Per altri, invece, presagisce l'impossibilità di appropriarsi della località - dalla quale pure hanno scarse possibilità di liberarsi per muoversi altrove - e di renderla accogliente e vivibile. Quando le «distanze non significano più niente», le località, separate da distanze, perdono anch'esse il loro significato. Questo fenomeno, tuttavia, attribuisce ad alcuni una libertà di creare significati, dove per altri è la condanna a essere relegati nella insignificanza. Oggi accade così che alcuni possano liberamente uscire dalla località - da qualsiasi località -. Mentre altri guardano invece disperati al fatto che l'unica località che gli appartiene e abitano gli sta sparendo da sotto i piedi.

Le informazioni viaggiano ormai indipendentemente dai propri vettori; muovere e raggiustare corpi nello spazio fisico è sempre meno necessario al fine di riordinare significati e rapporti. Per alcuni - per l'élíte mobile, l'élíte della mobilità - ciò significa, letteralmente, che il potere perde la sua consistenza fisica, non ha più peso. Le élites viaggiano nello spazio, e viaggiano più rapidamente di quanto non abbiano mai fatto prima, ma la diffusione e la densità della rete di potere che tessono non

[...]

 


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