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| << | < | > | >> |Pagina 11Anche se da qualche tempo è pronto a giurare il contrario, il cattolicesimo non ha mai amato eccessivamente la donna. L'ha sempre sospettata di essere portatrice di tare di ogni sorta. Solitamente, è stata rappresentata soltanto in quattro modi: la viziosa, la compagna del diavolo, l'imbecille e, qualche rara e imbarazzante volta, la santa. Talvolta questo fantasma aleggia ancora sulle decisioni di Roma che, nel corso dei secoli, si sono espresse attraverso la volontà deliberata di sottomissione, di esclusione della donna: nel mondo del lavoro, sapere, cultura, ordinazioni, diritti civili le sono stati a lungo negati, con l'approvazione di buona parte dell'opinione pubblica maschile occidentale. Quella che intendiamo scrivere è la storia di questa misoginia ecclesiastica. Un errore molto díffuso Eppure è un'altra l'idea che trionfa, un preconcetto che fa comodo alla Chiesa e che ascoltiamo continuamente intorno a noi. Questo prologo intende distruggerlo: la prima concezione che i teologi cristiani si sono formati della donna è piuttosto quella della madre, donna sposata dalla progenie numerosa, consacrata al focolare e sempre pronta a donare il meglio di sé alla famiglia. Sin dagli inizi, Maria, madre di Gesù, ne incarna l'immagine luminosa. Quest'idea è falsa, o almeno va molto sfumata, soprattutto nel tempo (fu vera soltanto in parte, e in certi rari momenti). La donna ideale non è mai stata la madre né per i primi cristiani, né probabilmente per molti dei loro successori. Prima di entrare nel vivo del dibattito, riportiamo questa illuminante citazione di Joseph de Maistre (1753-1821), che riassume bene la concezione più usuale della donna nella religione cristiana. Con un misto di ammirazione e disprezzo, l'autore, francese e cattolico, ha giudicato le donne persone mediocri che, non avendo mai inventato nulla, hanno sempre avuto interesse a diventare madri, solo così, coccolando un neonato, riescono a fare qualcosa: figli. Non hanno creato né l'Iliade, né l'Eneide... né il Partenone, né la chiesa di San Pietro, né la Venere dei Medici... né il Libro dei Principi, né il Discorso sulla storia, né Telemaco. Non hanno prodotto né l'algebra, né i telescopi, ma fanno qualcosa di più grande di tutto questo. È sulle loro ginocchia che si forma quanto c'è di più eccellente al mondo: un uomo onesto e una donna onesta. Secondo questa concezione, già presente in san Paolo nel primo secolo della nostra era, la donna, partita male con il tradimento di Eva nei giardini dell'Eden, può salvarsi soltanto trasformandosi in madre. Ma se la donna deve farsi madre, trasformarsi in madre, significa ammettere che in origine non lo è affatto, che la maternità non è la sua vocazione primaria, bensì la sua vocazione secondaria e forzata. La madre, oggi spesso presentata come l'archetipo della cristiana, fu a lungo considerata spregevole e peccatrice. A un certo punto ciò che la rese meno spregevole fu la considerazione di cui fu oggetto Maria. Ma questa devozione non risale affatto ai Vangeli; fu tardiva. Il fatto che Gesù avesse un particolare rispetto per sua madre non ha riscontro nei testi. La vera famiglia di Cristo non era rappresentata né da Maria, né da Giuseppe, bensì dalla folla dei poveri, degli sventurati, di coloro che abbandonavano tutto per seguirlo. Infatti gli autori dei Vangeli fanno parlare Maria soltanto quattro volte. Spesso è presente, ma non dice nulla; è assente in un gran numero di episodi della vita del figlio. Quando Gesù si rivolge a lei, non lo fa con grazia e rispetto. Alle nozze di Cana, Maria gli dice che manca il vino: «Non hanno più vino». La risposta di Gesù è sbalorditiva: «Che cosa hai tu con me, donna?». Oggigiorno, si traduce più semplicemente con: «Donna, che vuoi da me?». È meno arrogante, ma non sembra affatto più gentile, se si considera che è un figlio che si rivolge alla madre. Cosa ancora più sorprendente, Gesù non ha mai chiesto nulla a Maria e, sapendosi condannato, non l'ha incaricata di alcuna missione, in tal modo distinguendola nettamente dagli apostoli. In quanto madre, sembra essere stata soltanto un personaggio secondario della vita di Cristo. Si può allora sostenere che la Chiesa cristiana sia stata costantemente favorevole nei confronti della madre e della maternità? In certe epoche, certamente. Ha incoraggiato la famiglia, e persino quella numerosa, sino all'assurdo. Si dovettero attendere quindici o sedici secoli perché alcuni spiriti illuminati (come Dominique de Soto e Pierre Ledesma) comprendessero e osassero affermare questa scandalosa verità: che troppi figli potevano porre problemi, impoverire le famiglie e mettere in discussione l'unione di una coppia. Nel frattempo, parecchi teologi hanno auspicato una prole numerosa. Nel XVI secolo fu decantata l'irresponsabilità matrimoniale. Benedicti, il teologo lionese della fine del secolo, consigliava ancora di fare il maggior numero di figli possibile. Dio, come per gli uccellini, avrebbe provveduto al loro nutrimento e al loro mantenimento. Nel XIX e XX secolo, epoche di battaglie per la contraccezione e l'aborto, furono incoraggiate maternità a getto continuo. L'orrore della gravidanza Eppure, sarebbe del tutto inesatto parlare di un cieco popolazionismo della Chiesa ritenuta costante fautrice di nascite illimitate. Sin dall'origine, alcuni Padri della Chiesa e alcuni grandissimi teologi hanno manifestato riserve e talvolta ostilità nei confronti della procreazione. Siccome Gesù riteneva vicina la fine dei tempi, timore condiviso dai suoi immediati successori, per un certo periodo si continuò a pensare che, approssimandosi il Regno, non fosse più il momento di darsi ai piaceri carnali per fare figli. Nei primi secoli della nostra era, si era già convinti che la Terra fosse troppo popolata. All'epoca della predicazione di Basilio (329-79), di Gregorio di Nissa (335-94) e soprattutto di san Gerolamo (347-420), si sosteneva che "il mondo è già pieno, la Terra non ci contiene più". In quel momento il popolazionismo non è di moda, e non ci si augura più lo sfrenato moltiplicarsi di quei bambini che Gesù voleva "lasciar venire a sé". È più frequente sentire il contrario dai Padri della Chiesa nascente. Durante l'impero romano, i cristiani non hanno tregua fino a quando non fanno abolire nel IV secolo le leggi Giuba e Papia dell'imperatore Augusto, che incoraggiano il matrimonio e la procreazione. Purezza e celibato vengono preferiti alla maternità. Gregorio di Nissa ama le vergini, che vuole divinizzare, e non ammira le madri. Ambrogio (340-97), come già in passato certi eretici gnostici, commenta favorevolmente una parola che sembra preannunciare Malthus e la limitazione delle nascite: «Felici le steríli!». Crede persino di percepire, accanto alle vergini, un «profumo delizioso». Nel cristianesúno nascente, non è né il momento dell'amore sessuale (non lo fu mai) e nemmeno della riproduzione (come troppo spesso si crede). «A noi, al contrario» scrive Gerolamo «è stato detto: quelli che hanno spose facciano come se non le avessero.» Gerolamo mette persino in dubbio l'importanza del matrimonio, cosa abbastanza stupefacente dopo le parole di Cristo sull'indissolubilità e la santità del legame coniugale, creato da Dio stesso. «Colui che si sposa è preso fra due fuochi» dice Gerolamo. «Se ha sposato una donna sgradevole, non può sopportarla. Se è una donna gentile, il suo amore è paragonabile allo sheol (l'inferno), a una terra arida, a un incendio.» Per Gerolamo, il matrimonio ideale s'incarna nella coppia formata da Giuseppe e Maria: due "amici" che non hanno rapporti sessuali. Se la prende pure con la gravidanza, cosa che rappresenta una novità. La gravidanza dà alla donna un «aspetto orrendo», la fa diventare brutta. Nel 393, nel suo Contro Gioviniano, descrive la gestazione come un autentico orrore e la accosta al periodo delle mestruazioni, tempo d'impurità. Avere figli, significa sottomettersi a un marito, vedere il proprio utero gonfiarsi, essere rapidamente circondata da una progenie in lacrime. Niente di tutto questo è piacevole. Si direbbe che Gerolamo nutre un vero e proprio disgusto per le madri. [...] Per quanto concerne l'oggetto di questo prologo (l'invito alla cautela nell'identificazione della madre come donna ideale vista dalla Chiesa), è íncontestabile che la madre non fu sempre, e forse non fu mai, la donna perfetta. La santificazione delle madri non fu piuttosto una tendenza repubblicana e, se non socialista, quanto meno laica, tardiva e propria dei tempi moderni, soprattutto del XVIII XIX secolo? Quanto alla Chiesa, malgrado un repentino cambiamento a favore delle madri, o almeno un ripensamento sulle parole e le condanne eccessive lanciate a suo tempo, occorre proprio dire che il suo ideale femminile sembra essere sempre rimasta la vergine. | << | < | > | >> |Pagina 25Tutto quello che vi è di cattivo nella donna è la conseguenza della sua originaria debolezza: i teologi cristiani dei tempi passati hanno tutti più o meno condiviso questo punto di vista sull'inferiorità fondamentale delle figlie di Eva. Davvero curioso, visto che Gesù non ha mai detto nulla di simile. Ma questo non è che un ulteriore tradimento del suo messaggio. Vedendolo in compagnia delle donne della sua epoca, si constata che Gesù non le disprezza. Mentre i suoi contemporanei in Palestina le ritengono impure sotto molteplici aspetti, egli non teme di insudiciarsi frequentandole. Evidentemente non le considera né più cattive degli uomini, né più perverse, né più inclini al male. La visione di Gesù Gesù va anche oltre questo atteggiamento benevolo mediante un approccio positivo nei loro confronti. Alle donne mostra amicizia, le rispetta, si sforza di comprenderle, eventualmente di aiutarle. Gli capita di guarirle. Le accoglie e, almeno da parte di Maria Maddalena, accetta omaggi che si spingono sino al contatto. Si rivolge a una samaritana, colmandola di stupore. Entra in casa di Marta e Maria. Esalta l'atteggiamento rispettoso di una presunta peccatrice, in casa di un fariseo, e ne perdona i peccati. [...]
Effettivamente, il grande nodo della questione Gesù si
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