Copertina
Autore Tim Berners-Lee
Titolo L'architettura del nuovo web
SottotitoloDall'inventore della rete il progetto di una comunicazione democratica, interrativa e intercreativa
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2001, interZone , pag. 196, dim. 140x220x17 mm , Isbn 88-07-46028-9
OriginaleWeaving the Web. The Original Design and Ultimate Destiny of the World Wide Web by Its Inventor [1999]
TraduttoreGiancarlo Carlotti
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe informatica , scienze sociali
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Indice

    Prefazione                         11

Cap.
 1  Entrate pure per avere informazioni
    su ogni argomento                  15
 2  Grovigli, link e reti              21
 3  info.cern.ch                       35
 4  Protocolli: regole semplici
    per sistemi globali                43
 5  Globalizzarsi                      57
 6  Navigare                           69
 7  Cambiamenti                        75
 8  Consorzio                          87
 9  Concorrenza e consenso             97
10  Rete di Persone                   113
11  Privacy                           129
12  Mente a mente                     139
13  Le macchine e il Web              155
14  Tessere la tela del Web           173

    Glossario                         183
    Ringraziamenti                    191
    L'autore                          193

 

 

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Pagina 15

1
Entrate pure
per avere informazioni
su ogni argomento



Quando cominciai a trafficare con il programma che avrebbe poi fatto nascere l'idea del World Wide Web, lo chiamai Enquire, da Enquire Within upon Everything, "entrate pure per avere informazioni su ogni argomento", un ammuffito volumone di consigli pratici di epoca vittoriana che avevo sfogliato da bambino a casa dei miei genitori, alle porte di Londra. Quel libro dal titolo che sapeva di magia era un portale su un intero universo di informazioni, a proposito di qualsiasi argomento, da come smacchiare i vestiti ai consigli su come investire i propri risparmi. Forse non sarà la perfetta analogia con il Web, ma può servire come rudimentale punto di partenza.

Quel primo frammento di codice Enquire mi condusse a qualcosa di più vasto, a una visione che abbracciava la crescita decentrata e organica di idee, tecnologia e società. Io considero il Web come un tutto potenzialmente collegato a tutto, come un'utopia che ci regala una libertà mai vista prima e ci consente di crescere in modo più veloce di quanto non fosse possibile quando restavamo impelagati nei sistemi gerarchici di classfficazione. Tutti i nostri precedenti metodi di lavoro diventano solo uno strumento come tanti, le nostre paure del futuro un contesto fra tanti. E ciò rende i meccanismi della società più simili ai meccanismi della nostra mente.

Tuttavia, a differenza di Enquire Within upon Everything, il Web che ho cercato di far nascere non è soltanto una miniera di informazioni da scavare, non è solo uno strumento di ricerca e di consultazione. Per quanto gli ubiqui www e .com alimentino il commercio elettronico e i mercati azionari di tutto il mondo, essi sono soltanto una parte, per quanto ampia, del Web, il quale non si limita all'atto di comprare libri da Amazon.com e azioni da E-trade. E non è nemmeno uno spazio idealizzato in cui dobbiamo toglierci le scarpe, mangiare solo la frutta caduta dall'albero e disprezzare ogni risvolto commerciale.

L'aspetto buffo della questione è che, in tutte le sue svariate versioni, commercio, ricerca e navigazione pura e semplice, il Web è già una componente talmente importante della nostra vita che la sua familiarità ha offuscato la nostra percezione della sua vera natura. Per comprenderlo nel senso più vasto e profondo, per condividere appieno la visione che accomuna me e i miei colleghi, dovrete prima capire com'è nato.

La storia della creazione del Web è già stata narrata in tanti libri e riviste, e molte versioni che m'è capitato di leggere erano distorte o del tutto errate. Il Web è scaturito da numerose influenze nella mia mente, da tanti pensieri informi, conversazioni frammentarie ed esperimenti in apparenza scollegati. Io ho mescolato tutto quanto mentre continuavo nel mio solito lavoro e nella vita di tutti i giorni, ho articolato questa visione e scritto i primi programmi Web, escogitando acronimi ormai onnipresenti, URL (allora UDI), HTTP, HTML, e naturalmente World Wide Web. Ma tante altre persone, in gran parte sconosciute, hanno fornito gli ingredienti essenziali nella medesima maniera quasi in maniera casuale. Un gruppo di individui che condivideva un sogno e collaborava a distanza ha quindi scatenato un cambiamento enorme.

La mia versione della vera storia dimostrerà come l'evoluzione del Web e la sua natura siano correlati in maniera inestricabile. Soltanto comprendendolo nella sua essenza più intima potrete davvero afferrarne il potenziale complessivo.

I giornalisti mi domandano di continuo quali siano stati l'idea cruciale o il singolo evento che hanno permesso al Web di esistere un giorno, mentre il giorno prima ancora non c'era, ma rimangono delusi quando gli rispondo che non c'è stato alcun "eureka!". Non è come la leggendaria mela caduta sulla testa di Newton per dimostrare il concetto di gravitazione universale. L'invenzione del World Wide Web ha comportato la crescente comprensione da parte mia del potere insito nel disporre le idee in maniera libera, reticolare, una consapevolezza che ho appunto acquisito tramite questo genere di procedura. Il Web è nato come risposta a una sfida aperta, nel mescolarsi di influenze, idee e conclusioni di origini diverse, fino a coagulare un concetto nuovo grazie alla mediazione meravigliosa della mente umana. stato un processo di aggiunte continue, non la soluzione lineare a un problema definito dopo l'altro.

Io sono figlio di matematici. I miei genitori facevano parte del gruppo che programmò il primo computer commerciale al mondo dotato di routine memorizzata, il Mark I dell'Università di Manchester, commercializzato all'inizio degli anni cinquanta dalla Ferranti. Erano tutti e due esaltati dall'idea di poter programmare un calcolatore a fare qualsiasi cosa, almeno in teoria. Però erano consapevoli anche che i computer sono fantastici quando si tratta di organizzare ed elaborare logicamente, ma molto meno nelle associazioni casuali. Un computer conserva le informazioni secondo gerarchie e matrici rigide, mentre la mente umana possiede la dote speciale di saper collegare tra loro frammenti casuali di dati. Quando sento odore di caffè, mi rivedo in una cameretta sopra una tavola calda a Oxford. Il mio cervello crea un collegamento, e mi trasporta là all'istante.

Un giorno, tornando a casa dal liceo, trovai mio padre impegnato a preparare un discorso per Basil de Ferranti. Stava leggendo libri sul cervello alla ricerca di indizi su come creare un computer intuitivo, una macchina che fosse in grado di attuare collegamenti come il cervello biologico. Discutemmo un po' sull'argomento, poi mio padre tornò a lavorare al suo discorso e io mi misi a fare i compiti. Eppure non riuscii più a togliermi dalla testa l'idea che i computer sarebbero diventati molto più potenti se fossero stati programmati in modo da mettere in connessione informazioni altrimenti scollegate tra loro.

Questa grande sfida mi ronzò nel cervello durante gli anni passati al Queens College di Oxford, dove mi laureai nel 1976 in fisica, e rimase dietro le quinte mentre mi costruivo un mio computer con uno dei primi microprocessori, un vecchio televisore e un saldatoio, e durante gli anni in cui lavorai come programmatore alla Plessey Telecommunications e alla D.G. Nash.

In seguito, nel 1980, accettai una breve consulenza al CERN, il famoso laboratorio europeo sulla fisica delle particelle di Ginevra. Il nome CERN deriva dalla denominazione originale del comitato internazionale che fondò il laboratorio (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire). Quel comitato non esiste più, e ormai il termine "nucleare" non sembra molto adatto a descrivere le ricerche che si svolgono al suo interno, però il nome CERN è rimasto, anche se non è più considerato una sigla di qualcosa. Fu lì che scrissi Enquire, il mio primo programma "retiforme". Lo preparai nel tempo libero, per utilizzo personale e al nobile scopo di aiutarmi a ricordare i rapporti intercorrenti tra le varie persone, calcolatori e progetti all'interno del laboratorio. Eppure il concetto più ampio aveva già messo radici nel mio inconscio.

Pensai: "Mettiamo che le informazioni di tutti i computer, dovunque si trovino, siano collegate. Immaginiamo che io possa programmare il mio computer in modo da creare uno spazio in cui tutto è collegato a tutto. Tutti i frammenti d'informazione di ogni computer del CERN e sul pianeta sarebbero a disposizione del sottoscritto e di tutti gli altri. In questo modo otterremmo un singolo spazio globale dell'informazione".

Una volta che un pezzo d'informazione dentro questo spazio fosse stato etichettato con un indirizzo, avrei potuto ordinare al mio computer di trovarlo. Essendo in grado di fare riferimento a ogni cosa con altrettanta facilità, il calcolatore avrebbe creato associazioni tra cose che sembravano scollegate ma che, nella pratica, avevano un qualche rapporto. Si sarebbe così formata una rete di informazioni.

Forse i computer non avrebbero fornito le soluzioni ai nostri problemi, ma sarebbero stati in grado di fare il grosso del lavoro, aiutando così la mente umana a trovare intuitivamente l'uscita dal labirinto. Un ulteriore risvolto positivo era che i computer potevano anche seguire e analizzare gli incerti rapporti di connessione che definiscono gran parte dei meccanismi della società, rivelando modalità del tutto inedite di vedere il mondo. Un sistema capace di ottenere questo risultato sarebbe stato una novità fantastica per amministratori, analisti sociali e in fin dei conti per tutti noi.

Senza che io lo sapessi, in quel primo livello della mia elaborazione, concetti simili erano già venuti in mente a tante persone senza che seguissero ulteriori sviluppi. Durante la Seconda guerra mondiale, Vannevar Bush, ex preside di Ingegneria al MIT, era diventato direttore dell'Ufficio per la ricerca e lo sviluppo statunitense, dove aveva supervisionato la creazione della prima bomba atomica. In un articolo del 1945 per "Atlantic Monthly" intitolato Come facciamo a pensare, parlò di una macchina fotoelettronica, il Memex, che poteva attuare e seguire riferimenti incrociati tra i vari documenti su microfilm servendosi di codice binario, fotocellule e fotografia istantanea.

Ted Nelson, visionario di professione, parlò nel 1965 delle "macchine letterarie", cioè computer che avrebbero permesso alla gente di scrivere e pubblicare in un formato nuovo, non lineare, che battezzò ipertesto. L'ipertesto era un testo "non sequenziale", in cui il lettore non era costretto a leggere in un ordine definito, ma poteva seguire i link (collegamenti) e scavare nel documento originale per trarne una breve citazione. Ted delineò un progetto futuribile, Xanadu, in cui tutta l'informazione del mondo poteva essere pubblicata sotto forma di ipertesto. Per esempio, se stai leggendo un libro in ipertesto, puoi seguire un link dalla mia citazione di Xanadu in modo da ricavare altri particolari su quel progetto. Secondo Nelson, ogni citazione sarebbe stata dotata di un link con la fonte, garantendo agli autori originali una piccola ricompensa ogni volta che la citazione veniva letta. Ted Nelson sognava una società utopica in cui tutte le informazioni potessero essere condivise tra persone che comunicano su basi egualitarie, e lottò per anni per farsi finanziare questo progetto, senza successo.

Doug Engelbart, un ricercatore della Stanford University, dimostrò negli anni sessanta la possibilità di uno spazio di lavoro in collaborazione chiamato NLS (oN Line System), prevedendo che la gente avrebbe usato l'ipertesto come strumento per il lavoro di gruppo. Per muovere il cursore del computer sullo schermo e selezionare facilmente i link ipertestuali, Doug inventò un blocco di legno con dei sensori e una pallina nella parte inferiore che chiamò mouse. In un video ormai famoso, che io ho potuto vedere solo nel 1994, dimostrò l'uso della posta elettronica e dei collegamenti ipertestuali con la massima disinvoltura, grazie al mouse fatto in casa manovrato dalla mano destra e a una tastiera tipo pianoforte a cinque tasti azionata dalla sinistra. Doug pensava che in quel modo ci si potesse interfacciare con la macchina in maniera aderente e naturale. Purtroppo, com'era già successo a Bush e a Nelson, era troppo in anticipo sui tempi. La rivoluzione del personal che avrebbe reso il "mouse" di Engelbart familiare quanto le matite, sarebbe arrivata solo quindici anni più tardi. Con quella rivoluzione, il concetto di ipertesto sarebbe filtrato nella progettazione di software.

Ovviamente, il successivo grande passo in avanti nella ricerca di una connessione globale sarebbero stati Internet, un'infrastruttura generale di comunicazione che collega i vari computer, e il Web che le sta in cima. Donald Davis e Paul Barran, oltre a Vint Cerf, Bob Kahn e colleghi, avevano già ottenuto alcuni risultati negli anni settanta, ma soltanto adesso stavano prendendo piede.

Io ho avuto la fortuna di arrivare con gli interessi e l'inclinazione più adatti nel momento più propizio, quando ipertesto e Internet erano già grandi. A me non è restato che unirli in matrimonio.

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12
Mente a mente



Ho fatto un sogno riguardante il Web... ed è un sogno diviso in due parti.

Nella prima parte, il Web diventa un mezzo di gran lunga più potente per favorire la collaborazione tra i popoli. Ho sempre immaginato lo spazio dell'informazione come una cosa a cui tutti abbiano accesso immediato e intuitivo, non solo per navigare ma anche per creare. Il mio primo programma WorldWideWeb s'apriva con una pagina semivuota, pronta per le eventuali annotazioni dell'utente. Robert Cailliau e io ci divertivamo con quel programma non perché stavamo cercando tanta roba, ma perché scrivevamo e condividevamo le nostre idee. Inoltre, il sogno della comunicazione diretta attraverso il sapere condiviso dev'essere possibile per gruppi di qualsiasi dimensione, gruppi che potranno interagire elettronicamente con la medesima facilità che facendolo di persona.

Nella seconda parte del sogno, la collaborazione si allarga ai computer. Le macchine diventano capaci di analizzare tutti i dati sul Web, il contenuto, i link e le transazioni tra persone e computer. La "Rete Semantica" che dovrebbe renderlo possibile deve ancora nascere, ma quando l'avremo i meccanismi quotidiani di commercio, burocrazia e vita saranno gestiti da macchine che parleranno a macchine, lasciando che gli uomini pensino soltanto a fornire l'ispirazione e l'intuito. Finalmente, si materializzeranno quegli "agenti" intelligenti sognati per decenni. Questo Web comprensibile alle macchine si concretizzerà introducendo una serie di progressi tecnici e di adeguamenti sociali attualmente in fase di sviluppo (che descriverò nel prossimo capitolo).

Una volta realizzato questo duplice sogno, il Web sarà un luogo in cui l'improvvisazione dell'essere umano e il ragionamento della macchina coesisteranno in una miscela ideale e potente.

Comprendo che questo sogno necessiterà di un sacco di lavoro materiale. Il Web è ben lungi dall'essere "fatto", è solo in una fase farraginosa di costruzione, e il mio sogno ambizioso dev'essere edificato pezzo per pezzo con mattoni tutt'altro che spettacolari.

Sarà molto più facile immaginare e capire un Web più illuminato e potente se ci sbarazziamo di alcune idee preconcette su come usare i computer. Quando voglio interagire con un computer, prima che sia pronto a dialogare mi tocca aspettare parecchi minuti dopo averlo acceso. assurdo, queste macchine dovrebbero essere lì per noi, non l'inverso. Perciò inizieremo a riflettere sul nuovo mondo immaginandone uno in cui uno schermo sarà disponibile quando ci pare e piace.

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Pagina 144

Perché la gente possa condividere il sapere, il Web dev'essere uno spazio universale in cui possano viaggiare tutti i link ipertestuali. Attualmente trascorro buona parte del mio tempo a difendere in un modo o nell'altro questo patrimonio fondamentale.

L'universalità deve esistere in molte dimensioni. Tanto per cominciare, dobbiamo essere in grado di collegare tra di loro parecchi documenti, dalle prime stesure ai lavori rifiniti. Spesso all'interno di un'organizzazione l'informazione va persa quando creiamo un "documento defìnitivo" di qualche tipo alla fine di un lavoro. Tutto il resto svanisce, dalle minute delle riunioni alla ricerca di base, e il ragionamento che ha portato il gruppo al risultato finale va perduto. Potrebbe ancora esistere su qualche disco, ma in pratica è inutile perché il documento finito non ci si collega. Per giunta, differenti sistemi sociali e pratici isolano l'uno dall'altro i documenti di differenti livelli. Noi non inseriamo note a caso nei libri finiti, ma perché non farlo quando sono rilevanti e luminose? Oggi al consorzio nessuno può citare un documento in una riunione a meno di non poterne dare l'URI. La nostra politica è "Se non è sul Web non esiste", e quando si presenta una nuova idea si sente spesso gridare di affiggerla nello spazio comune, cioè in una directory che serve a salvare in modo riservato documenti altrimenti non presenti sul Web. Tutta la posta è archiviata all'istante nel Web con un'URI fissa. Ormai è difficile immaginare come sarebbe stato altrimenti. Il Web di lavoro e gioco deve poter intersecare idee mature e immature, e la sua tecnologia deve aiutarci in questo scopo.

Un'altra dimensione critica per l'universalità è la capacità di linkare materiale locale in modo che diventi globale. Quando si mette insieme uno sforzo che coinvolge gruppi di scala differente, che sia un progetto di software come il mio al CERN o un progetto didattico di una scuola elementare facente parte di un'iniziativa cittadina con finanziamenti federali, l'informazione deve arrivare da tanti livelli e con incrocio di link.

Ugualmente, l'universalità deve esistere in tutta la gamma di costi e intenti. La gente e le organizzazioni hanno motivi diversi per mettere le cose sul Web, che sia per acquisire vantaggi personali o economici, per il bene della società o altro. Perché un sistema dell'informazione sia universale, non può discriminare, il Web deve comprendere informazioni gratuite, informazioni costose e tutti i livelli intermedi. Deve permettere a tutti i diversi gruppi d'interesse di utilizzare qualsiasi metodo di pagamento e licenza e incentivo... e naturalmente permettere sempre al cliente di dire di no.

L'universalità a tutti questi livelli ci serve perché nel mondo reale la gente agisce in questo modo. Se il World Wide Web vuole rappresentare e sostenere la ragnatela della vita, deve permetterci di agire in modo diverso con gruppi differenti di differenti dimensioni e fini in differenti posti, ogni giorno, nelle nostre case, uffici, scuole, chiese, città, stati, paesi e culture. Deve anche spaziare tra i vari livelli perché i creativi varcano sempre i confini. Solo così risolveremo i problemi e potremo innovare.

L'informazione dev'essere in grado di varcare anche i confini sociali. La nostra vita familiare è influenzata dal lavoro. La nostra esistenza in un gruppo influenza quella in un altro. I valori e le azioni sono nutriti da tutte le idee provenienti da questi settori diversi. Collegandosi tra gruppi diversi, le persone forniscono anche organizzazione e coerenza al mondo. Sarebbe decisamente insolito che un individuo sostenesse le politiche ambientaliste a livello globale per poi scaricare sostanze chimiche nel fiume vicino a casa.

Il mio concetto originario di Web universale era quello di uno strumento comunicativo da poltrona che aiutasse la gente nelle cose della vita reale, uno specchio che riflettesse rapporti o conversazioni o arte e anche le interazioni sociali. Ma il modello dello specchio si rivela sempre più errato perché l'interazione avviene soprattutto sul Web. La gente usa il Web per costruire cose che non ha costruito o scritto o disegnato o comunicato altrove. Man mano che il Web diventa uno spazio privilegiato per tante attività, dobbiamo anche garantire che faciliti una società giusta. Deve consentire un accesso paritario a chi si trova in una situazione economica e politica differente, a chi ha handicap fisici o cognitivi, a chi appartiene a una cultura diversa e a chi usa lingue diverse con caratteri diversi che si leggono in diverse direzioni sulla pagina.

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I media dipingono il Web come un meraviglioso luogo interattivo in cui abbiamo una scelta illimitata dal momento che non dobbiamo sorbirci quello che il produttore televisivo ha deciso di propinarci. Tuttavia la mia definizione di interattivo non comprende solo la possibilità di scegliere, ma anche quella di creare. Sul Web dovremmo essere in grado non solo di trovare ogni tipo di documento, ma anche di crearne, e facilmente. Non solo di seguire i link, ma di crearli, tra ogni genere di media. Non solo di interagire con gli altri, ma di creare con gli altri. L' intercreativítà vuol dire fare insieme cose o risolvere insieme problemi. Se l' interattività non significa soltanto stare seduti passivamente davanti a uno schermo, allora l' intercreatività non significa solo starsene seduti di fronte a qualcosa di "interattivo".

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