Copertina
Autore Maurizio Bettini
Titolo Con i libri
EdizioneEinaudi, Torino, 1998, I coralli 86 , Isbn 88-06-14733-1
LettoreRenato di Stefano, 1998
Classe narrativa italiana , libri
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Indice


p.   3  Caro lettore

     7  La scrittura di Aconzio

    15  Amor di libri

    23  Itaca

    33  Con i libri

    43  Guarda il mar ma statti alla riva

    51  Lettere da Salomies

    59  Non dava di niente

    67  L'escluso

    75  Pippa Passes

    85  Libri di Dio

    95  Il mistero del diario Réndine

   103  La Biblioteca di Esculapio

   109  In corpore vili

   125  Il gaucho di Albissola

   135  Un coccodrillo azzurro

   145  Robisc

 

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Pagina 7

La scrittura di Aconzio

Tutto era cominciato il giorno in cui Cidippe navigò verso Delo, in pellegrinaggio. La ragazza aveva solo diciannove anni e dell'isola si diceva che fosse piena di meraviglie. Il viaggio non durò piú di poche ore, alla sera già attraccavano, e il mattino seguente la visita cominciò. Piena di stupore, Cidippe si appoggiò all'albero dalle corna di capra, e a lungo contemplò la palma a cui Latona si era tenuta abbracciata per partorire Apollo. Un luogo santo per tutte le donne. Ma giunta di fronte al tempio di Artemide, in pieno mezzogiorno, qualcosa le rotolò fra i piedi. Era una mela, fresca e lucente come se fosse appena caduta dall'albero. Cidippe si guardò intorno meravigliata, ma non c'erano meli attorno a lei, solo marmi e cespugli di ginestra. Dopo un istante di incertezza la nutrice si decise a raccogliere quel frutto misterioso e vide che sulla buccia erano incise delle lettere. La donna non sapeva leggere e porse la mela a Cidippe. «Leggi», le disse, e la ragazza lesse ad alta voce. Sulla buccia era incisa questa frase: «Giuro per Artemide di non sposare altri se non Aconzio». Quando Cidippe capi il significato di quello che stava leggendo era troppo tardi. Aveva già pronunziato il giuramento.

Il giovane Aconzio osservava la scena di nascosto. Ormai Cidippe si era legata a lui per sempre, l'amore a prima vista era riuscito a realizzarsi con la stessa rapidità con cui era stato concepito. Com'erano potenti i caratteri dell'alfabeto!

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Pagina 11

La lettura è un obbligo, un'attività compulsiva. Bisogna leggere, tutto e fino in fondo. Per questo motivo molte persone non riescono neppure a lasciare un libro a metà. Una volta che hanno cominciato a leggerlo debbono finirlo, altrimenti il libro diventa insopportabile come un rimorso. E se lo hanno rimesso nello scaffale, per non vederlo piú, dopo qualche giorno i loro occhi vengono catturati dal titolo scritto sulla costola - proprio come accade con l'insegna «Alimentari» o con la pubblicità delle automobili -, e sono costretti a riprenderlo in mano per finirlo. E' come se ogni libro iniziato si trasformasse automaticamente in un debito. Si può pagarlo in contanti, subito, oppure un tanto al mese. Ma c'è comunque l'obbligo di saldare.

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Pagina 12

La scrittura è una trappola. E colui che la tende, sia esso Aconzio, il pubblicitario o l'ignoto che scrive graffiti sui muri, non sfrutta solo la curiosità o la debolezza altrui. Molto spesso fa leva addirittura sui sentimenti migliori di una persona, come l'educazione, la franchezza o la generosità. Tutte le volte in cui si vede una frase scritta da qualche parte è come se, improvvisamente, uno sconosciuto si mettesse a parlare di fronte a noi. In questi casi, la prima reazione è quella di chiedere gentilmente: «Scusi, sta parlando con me?» Quando ci si accorge che l'altro stava semplicemente parlando da solo, o con qualcuno dietro di noi, è troppo tardi, il contatto è già stabilito. Le frasi scritte sui muri, le insegne, i manifesti hanno il potere di attirarci in un dialogo a cui non avevamo nessuna intenzione di partecipare e che in realtà non riguardava specificamente noi. Ma quando la scrittura è riuscita ad acchiappare un interlocutore lo lega a sé, come ha fatto Aconzio con Cidippe.

Anche i libri funzionano alla stesso modo. I libri legano, proprio come il giuramento che Cidippe ha pronunziato senza accorgersene e come la goffa frase «scemo chi legge». Se io ora scrivessi su un muro o su una mela «Stendhal chi legge», oppure «Giuro per Artemide di non sposare altri se non Lev Tolstoj», credo che molti resterebbero meravigliati. O forse offesi. Non si possono paragonare i capolavori della letteratura con dei giochetti da innamorati o peggio ancora con le stupidaggini che qualcuno scrive nelle toilette. Eppure sono sicuro che coloro i quali hanno letto Il rosso e il nero o Guerra e pace capiscono perfettamente a cosa mi riferisco. Non si legge impunemente. Chiunque si accinge a leggere un libro deve sapere che alla fine avrà contratto un legame indissolubile con ciò che ha letto, diventandone addirittura prigioniero. Purtroppo questo accade non solo con i grandi libri ma anche con quelli piccoli. E persino con i romanzi da supermercato, che catturano lettori per la stessa assurda compulsione che ci costringe a leggere la frase incisa su una mela. Ai libri si obbedisce come a qualsiasi altra trappola tesa dalla scrittura. Perché leggere è una disciplina.

Nel frattempo Cidippe è morta.

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Pagina 15

Amor di libri

Nessuno saprà mai di preciso quante stazioni radio contenga la gamma di un sintonizzatore. Solo scorrendo da una frequenza all'altra, nello spazio di un millimetro, si può passare da un concerto di Mozart alla pubblicità dei pannolini. Basta ruotare la manopola con la punta del dito e il mondo cambia radicalmente. Si fa serio, idiota, allegro, rumoroso, oppure talmente appassionante che dispiace perdere anche una sola parola per colpa di un'interferenza. Con i libri è lo stesso. Specie se c'è di mezzo il sentimento dell'amore.

I libri hanno il potere di sintonizzare, come la manopola della radio. Non credo che siano in grado di produrre direttamente l'amore, come pensano alcuni, ma hanno sicuramente il potere di intonarlo. Rendendolo serio, idiota, allegro, rumoroso, e via di questo passo. Ma non solo. I libri hanno il potere di mutare vestiti e cappelli degli amanti, inducono a passeggiate per vialetti ombrosi o a corse in motocicletta. Suscitano persino determinate parole che alla fine, sotto la pressione piú o meno conscia dei libri, sono finalmente pronunziate. Che gioia! E se non sono effettivamente pronunziate vengono in qualche modo intuite dietro i discorsi dell'amato, il quale intendeva magari parlare di tutt'altro. Una lode dei gabbiani, per favore! Da giorni sto aspettando il momento in cui mi dirai che tu andrai dove ti porta il cuore o che il tempo ha il movimento reversibile di uno yo-yo. Naturalmente la qualità delle parole attese o pronunziate dipende fortemente da quella dei libri che si leggono. Cosí, in un mare di discorsi quotidiani, contraddittori, pratici, i libri hanno la virtú di sintonizzare la frase ritenuta giusta facendo dimenticare tutto il resto. Sospetto che i libri possano persino intonare tratti del viso ed espressioni degli occhi, per non parlare di momenti ancora piú intimi. Naturalmente, tutto questo accade anche con le canzoni. Che sono i libri di quelli che non leggono.

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Pagina 35

Con i libri

(...)

Beato lui che ha un impermeabile e un cappello da marinaio. Anche se fosse al timone, in una notte di tempesta in mezzo all'Atlantico, riuscirebbe a restare asciutto. Io invece sono bagnato come se fossi caduto in mare con tutti i vestiti. University è una strada talmente lunga che sembra non avere mai fine. «Ho letto libri noiosissimi solo perché li sentivo nominare a scuola o li trovavo nella biblioteca di casa. Se tutti dicevano che bisognava leggerli, e se quei libri esistevano, come potevo non leggerli io? Le Tragedie di Vittorio Alfieri, gli Inni sacri del Manzoni, le Confessioni di un italiano. Ogni tanto avevo la tentazione di smettere ma poi, quando meno me l'aspettavo, mi imbattevo in un verso o in una frase che mi pareva di colpo bellissima. Allora la sottolineavo e cercavo di impararla a memoria. Forse era per questo che si leggevano i libri? Perché contengono delle frasi memorabili? Ma anche con quelle frasi non sapevo che farci. Mi domandavo se bastava saperle per poterle ridire a qualcuno e far vedere agli altri che avevo letto, o se non dovessi piuttosto trasformare quelle frasi in qualche altra cosa dentro di me. Ma non avevo idea di come avrei potuto fare. Era sempre lo stesso dilemma in cui mio fratello mi aveva lasciato, la ragione per cui, nel sogno, non mi risponde. Conosco tante persone che hanno continuato semplicemente a ripetere i libri che leggono, a chiedersi l'un l'altro "hai letto l'ultimo romanzo di... " oppure a citare una frase di un libro famoso per vedere se l'altro la riconosce. Ma non può essere che i libri esistano solo per essere ripetuti o citati. Sarebbe come dire che vengono scritti solo perché qualcuno possa coniugare un verbo e dire "ho letto" .

In ogni caso oggi sono certo che, in questo modo, i libri non servono.

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Pagina 37

«Persino i libri belli, quelli che mi davano piacere, ormai li leggevo sottolineando, non facevo piú distinzione fra Il Gattopardo e i romanzi di Gabriele D'Annunzio. Continuavo a cercare delle frasi da citare, che mi facessero fare buona figura quando le avessi ripetute, oppure delle frasi sciocche da segnare con tanti punti interrogattivi. A forza di sotolineare mi abituai a fare confronti e mi perdevo dietro a mille analogie. Questo lo dice meglio Thomas Mann, questo sta già in Proust anche se ad altro proposito, qui Tasso in realtà traduce Ovidio. Mi inebriavo di quei paralleli ma intanto guardavo con invidia i miei compagni che studiavano il manuale di anatomia o il trattato di scienza delle costruzioni. Loro sapevano che cosa dovevano farci, con i loro libri, li avrebbero usati per curare la gente e per fare la case. Ma io? Avevo perfezionato la mia capacità circolare di andare da un libro all'altro, di confrontare e criticare, ma era come un gioco di biliardo, con la pallina che batte quattro sponde e anche di piú, se il giocatore è bravo a dare il giro. Usavo i libri per passare continuamente ad altri libri. Ma non Poi scomuscivo comunque da lí».

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Pagina 40

Finalmente siamo arrivati alla spianata, la fine di University Street. Un tempo qui c'era la banchina del porto, ma da molti anni questo tratto di baia è stato interrato. Davanti a noi non si vede acqua ma solo una grande distesa di camion e di gru. La baia è lontana, segnalata appena dai rintocchi della campana che nella nebbia guida i battelli verso l'attracco. Ci fermiamo sotto un lampione. «Faccio il conto dei miei anni - continua l'uomo nella pioggia - e penso a quanti libri potrò ancora leggere. Un numero finito. Da ragazzo credevo che i libri fossero infiniti ma non è vero. O perlomeno, sono infiniti i libri che esistono, ma non quelli che si possono leggere. Con che criterio dovrei scegliere i libri che mi restano ancora da leggere? E soprattutto, vale la pena di continuare a farlo?» Non capisco perché l'uomo nella pioggia lo chieda a me. Francamente mi interessa molto di piú essere arrivato alla spianata. «Anche Vittorio Alfieri se lo era domandato. La sua risposta era che, continuando a leggere, avrebbe avuto la soddisfazione di morire meno asino di come era venuto al mondo. E una frase molto spiritosa, non trova? Invece Seneca, alla fine della vita, diceva alla Natura: ti restituisco sapendo quello che mi hai dato quando non sapevo nulla. Un modo di mettere le cose molto piú dignitoso di quanto non facesse Alfieri. Belle frasi. Non per nulla stanno nei libri. Ma non dicono molto di più se non che bisogna continuare a leggere libri perché vale la pena leggerli».

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Pagina 55

Lettere da Salomies

(...)

Da quando non ti spedisco piú le mie lettere è tutto molto piú facile. Non devo immaginare niente che ti riguardi mentre ti scrivo, niente che si allontani dal modo in cui il mio capriccio il mio egoismo, ti ha fissato una volta per sempre. E anche riguardo a me, non solo riguardo a te, sono molto piú tranquillo. Perché allora, quando ti scrivevo davvero, dovevo continuamente immaginare anche me. Me stesso come tu mi volevi, o come mi piaceva che tu mi volessi. Oppure immaginare me stesso come sarei stato quando la mia lettera fosse giunta a destinazione - una persona per forza differente rispetto a quella che in quel momento ti stava scrivendo. Nella lettera cercavo il più possibile di farmi rassomigliare all'«io» che sarei stato il giorno in cui «tu» mi avresti letto. Solo che non riuscivo mai a prevedere esattamente come sarei stato in quel momento. Nel frattempo sarei persino potuto morire, ma tu avresti continuato a leggermi come se fossi stato vivo. Ripensandoci oggi, mi sembra di aver passato giorni e giorni a stiracchiare me stesso, quando ti scrivevo davvero, raddoppiandomi nella forma di un fantasma supposto e inesistente.

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Pagina 78

Pippa Passes

(...)

L'unica cosa che i libri sopportano fra le loro pagine è il segnalibro, che non è contagioso e non ha nulla a che fare col tempo. A meno che non si abbia l'abitudine di usare a questo scopo delle cartoline e di lasciarle poi fra le pagine a libro finito. Dicono che il segnalibro ideale sia una striscia di cartoncino brillante, solido, con sopra l'immagine di un gatto o di un castello. Però va bene anche un biglietto usato dell'autobus, o una striscia di carta strappata dalla pagina di un quotidiano. Finito che sia il libro, il segnalibro viene infilato senza rammarico nel successivo e cosí via, di libro in libro, oppure viene gettato nel cestino. L'importante comunque è non dimenticarlo dentro il libro dopo averlo finito perché, se questo avviene, si fa violenza alla natura stessa del segnalibro. Che in questo è veramente il contrario delle foglie o dei boccioli appassiti. Una volta racchiuso fra le pagine, il fiore non si può piú spostare, è irreparabilmente destinato a invecchiare nella medesima nicchia di carta in cui Pippa lo ha racchiuso. La natura del segnalibro, invece, è del tutto opposta, nel suo codice genetico sta scritto che esso deve andarsene. Con i libri ha un rapporto temporaneo, occasionale, mentre il fiore e la foglia sono «per sempre» - proprio come gli amori di Pippa, che chiusa nella sua stanza sognava di dare il suo cuore a uno, e uno soltanto. E invece fu abbandonata dal marito.

Il fatto è che il segnalibro misura lo spazio, non il tempo. Appartiene alla geografia, non alla storia. Man mano che avanza fra le pagine il segnalibro funziona come una bandierina piantata nella mappa del libro: «Fin qui», segnala, alla maniera del comandante fortunato che dopo ogni battaglia marca su una cartina i progressi delle sue truppe. Il segnalibro è bello perché con lui si vince sempre. Se il libro ci piace si arriva velocemente in fondo, sbaragliando il nemico. Se invece non ci piace al massimo si interrompono le operazioni e si ottiene subito una tregua. Però, di sicuro col segnalibro non si arretra mai, coi libri non si perde, mal che vada si fa pari. Io sono arrivato fin qui, dico, e il territorio che ho occupato me lo tengo: tu autore tieniti pure il resto, che tanto a me non interessa.

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Pagina 88

Libri di Dio

(...)

I libri del Gagliardo sono scritti immancabilmente all'imperativo, anche quando sembra che egli si serva dell'indicativo o del congiuntivo. Per lui l'imperativo è una specie di arci-modo della sintassi, che contiene tutti gli altri e in tutti si manifesta. Mentre racconta, il Gagliardo prescrive: e quando esplicitamente prescrive, come accade nel Baldrús, in realtà ordina. I libri del Gagliardo danno del «tu» a tutti, non conoscono altre forme o altri pronomi se non questo per rivolgersi al lettore. Non fa differenza se si tratta di un bambino o di un vecchio, di un dotto o di un ignorante. Lo sterminato pubblico del Gagliardo legge esclusivamente per ammirare, per stupirsi, per punirsi, per fare fagotto e incamminarsi. Non legge mai per leggere. E come se non bastasse il Gagliardo continua a scrivere, muovendosi dietro al velo su una sedia a rotelle. Cigni, marinai, bicchieri, pietre filosofali, romanzi gialli e saggi matematici sulla teoria dei frattali... Si sussurra che ormai i suoi libri li detti direttamente ai propri esegeti, i quali si preoccupano di arricchirli con note istantanee. Veloce come il vento, con la spada fiammeggiante fra le mani, il Gagliardo gesticola, allude, significa senza dire, e la sua parola si fa istantaneamente Libro.

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Pagina 93

«Voglio farti una domanda, - gli ho detto. - Che cosa si legge, quando si legge?» Lí per lí il profeta non sapeva come rispondere. Probabilmente gli pareva una questione troppo facile e troppo difficile nello stesso tempo. Prima ha provato a dirmi «le lettere» poi «le parole», ma io continuavo a scuotere la testa. Allora, credendo forse che volessi spingermi nella provincia della linguistica, ha cercato di essere più preciso: «La frase, no, il significato...» Il mio dio è molto paziente, gli ho detto, non è un energumeno come il Gagliardo. Se fosse qui di fronte a te si limiterebbe ad alzare le spalle. Ma la volta in cui aveva rivolto a me questa stessa domanda, fece molto di piú. Prese infatti la pagina di un libro e la scosse, facendo cadere a terra tutte le lettere. «Lo vedi? - mi disse, - i caratteri dell'alfabeto sono impalpabili e fatti di puro colore - In sé non hanno né sostanza né corpo. Per questo il loro oggetto materiale è fatto solo da colui che li legge». La lettura è una lente puntata in primo luogo sul lettore, questo dice il mio dio. I libri parlano sistematicamente di noi, e ogni lettura altro non è che la decifrazione di una parte diversa di noi stessi. Ecco perché per scrivere è sufficiente un solo dio, come il Gagliardo, ma per leggere ne occorrono tanti.

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Pagina 116

La Biblioteca di Esculapio

(...)

Rientro a casa dopo un viaggio abbastanza lungo e quasi una settimana di assenza. Nel mio studio ci sono altri libri, appunti lasciati a metà, pacchi di fogli stampatí e già corretti. Ma non so se mi rimetterò davvero a leggere. Il massaggio tallonare posso praticarlo, con il Contramal invece mi consigliano di farla finita. Forse continuerò a scrivere. I giorni passano ma nel frattempo è accaduto qualcosa che certo non potevo prevedere nel momento in cui mi sono affacciato su quell'erta erbosa, chiedendomi se dovevo lasciarmi scivolare giù o se era meglio tornare indietro. Qualcosa che non mi aspettavo neppure mentre scrivevo le imprese del «Gagliardo» o quando la notte, dentro di me, riaffiorava il ricordo delle vecchie storie di famiglia. E' accaduto che il dolore degli altri, tanto piú forte e crudele del mio, si è mescolato alle mie letture, alle storie che ho scritto e anche a quelle che ho raccontato al vicino di letto. Seduto di fronte alla tastiera del computer, penso alla biblioteca miracolosa e nascosta, quella che contiene i libri che servono ad alleviare il dolore degli uomini. La Biblioteca di Esculapio. E di colpo capisco che non solo i libri di medicina, ma anche tutti gli altri, ne fanno parte.

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Pagina 120

In corpore vili

(...)

Ci fu un momento di imbarazzo. «Fate tutti cosí?» domandai. «Piú o meno. Solo che molti interpreti non sono capaci di sviscerare veramente un testo. Lasciano dei residui, non puliscono bene, e dopo qualche tempo il testo comincia a puzzare. Ragion per cui diventa immangiabile. Allora devono chiamare qualcuno di noi, interpreti piú bravi, perché lo svisceriamo da capo. In questi casi il coltello non basta». «Non basta?» «No, occorrono strumenti piú sofisticati, come si usa dire. Conosce l'opera Anatomia della critica? L'ha scritta Northrop Frye, un interprete molto famoso. E' un trattato completo, per qualsiasi dubbio può dare un'occhiata li. Comunque una cosa è certa, il cattivo lavoro degli interpreti precedenti può avere effetti disastrosi. Se non si sviscera bene fin dall'inizio, la selvaggina è compromessa e il testo risulta irrecuperabile. Resta quell'odorino, come dire... » «E se uno mangia un testo che non è stato sviscerato a dovere?» «Niente di grave, però non lo assimila. Sarà capitato qualche volta anche a lei di leggere senza assimilare. Quasi sicuramente si trattava di un testo che precedentemente non era stato sviscerato come si deve. D'altra parte, se non si assimila, che cosa si legge a fare? Lo dicevano anche gli antichi che la vera cultura è un fatto di digestione, non di accumulo. E' perfettamente inutile tenersi tutta quella roba sullo stomaco dicevano, se poi non entra in circolo a formare nuova sostanza per l'organismo, nuovo sangue e nuove forze» «Io credevo che i libri andassero già bene come sono» «I libri forse sí, i testi no di sicuro. I testi sono crudi, sporchi, quando si prendono in mano la prima volta fanno quasi impressione. Gliel'ho detto, sono come selvaggina, per questo hanno bisogno di un trattamento particolare». A queste parole il mio cane, sempre fremente e in posizione di attesa, si mise ad abbaiare come se fosse impazzito, e mi ci volle un po' per calmarlo.

«Solo delle belve, - continuò l'interprete, - divorerebbero una lepre o un capriolo ancora palpitanti, con la testa e il pelo. Ma si sa che le belve non conoscono la cultura, non distinguono fra il cadavere e la carne da consumare come cibo. In sostanza non sanno la differenza che c'è fra il crudo e il cotto. Le belve azzannano, si lordano la bocca di sangue, gli uomini invece, fin dagli albori della civiltà, hanno scoperto l'arte di lavorare la carne e di cucinarla. Alcune lingue usano persino due parole diverse per distinguere la carne viva e insanguinata da quella che si può consumare. Per un francese la chair è una sostanza corporea e consumarla sarebbe un pasto da belve, mentre la viande è un cibo delizioso. La stessa cosa accade con i testi che l'interprete, sviscerandoli, rende commestibili e assimilabili. La funzione che noi interpreti svolgiamo è per l'appunto quella di far entrare i testi nella cultura. Prima del nostro intervento sono solo dei brandelli di natura bruta, dopo - cosí dicendo l'interprete ammiccò in direzione del suo coltello, che nel sole risplendeva di acciaio e di ottone - fanno parte a tutti gli effetti della civiltà. Una volta sviscerato a dovere, il testo è completamente culturalizzato. Nel senso che non crea piú alcun problema, né di odore, né di sapore». Quell'uomo era disgustoso.

«Ma io non credo affatto che i libri... - "i testi" mi corresse lui, - va bene, i testi si debbano mangiare. E per questo non penso neppure che lei sia autorizzato a sviscerarli ». «Si sbaglia, - ribatté prontamente l'interprete, - i testi si mangiano e come. Fino dall'antichità i libri sono stati considerati un alimento da assimilare. Non ha mai sentito frasi del tipo "una persona nutrita di buone letture?" E anzi noi interpreti moderni, che abbiamo sviluppato una capacità di sviscerare che fu totalmente ignota agli antichi, svolgiamo un'opera di grande democrazia e civiltà. Il nostro lavoro permette a tutti di accostarsi a un nutrimento che prima era concesso solo ai dotti e ai professori, mentre per gli altri poteva risultare addirittura pericoloso». «In che senso?» «Diamine, nel senso che un tempo i dotti svisceravano solo per loro e al popolo lasciavano testi contaminati. Di questo si poteva anche morire. Conosce Artemidoro?» «Solo per sentito dire... » «E' stato un grande specialista di onirocritica, l'arte di interpretare il significato dei sogni. Senta che cosa dice a proposito del sogno di mangiar libri: "Questo preannunzia benefici per i professori, i sofisti, e per tutti quelli che si guadagnano da vivere con le parole e con i libri. Ma per tutti gli altri uomini, tale sogno predice morte". Come vede, un tempo sofisti e professori si preoccupavano solo del loro nutrimento e del loro guadagno. Se poi le persone comuni morivano tanto peggio per loro. Oggi invece, per merito di noi critici...

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Pagina 123

«Io credevo che i testi fossero solo dei libri». «Si sbaglia, sono dei corpi, - ribatté seccamente l'interprete. - Quando un autore muore, e non si può piú aggiungere altro alla sua produzione se non pochi scritti postumi, allora si procede a comporre il corpus completo delle sue opere, ovvero la raccolta di tutti i testi che riguardano l'autore». «Già sviscerati?» «In genere sí. Quando si passa a redigere un corpus, i testi sono stati già ampiamente sviscerati, in lungo e in largo». Questo suo modo di esprimersi, che un tempo avrei probabilmente trovato normale, mi fece di nuovo venire i brividi. «Ma dove, scusi...» «Nell'introduzione, normalmente il corpus dei testi viene sviscerato nell'introduzione». «E dopo aver composto questo corpus, - mentre lo dicevo, mi accorgevo che anche il cadavere, normalmente, viene composto nella bara, - ... ovviamente sviscerato come si deve, che cosa ne fate?» «Lo collochiamo in uno scaffale, come del resto si è sempre fatto. Ha le opere di Seneca?» Le avevo, e seppur riluttante mi alzai per andargliele a cercare. Con sgomento mi accorsi che le possedevo in edizione completa, l'intero corpus, con ampia introduzione. L'interprete trovò rapidamente quello che cercava. Stai a vedere che mi sviscera Seneca sotto gli occhi, pensai, ero già pronto a impedirglielo. Per fortuna non aveva quella intenzione. «Si tratta del dialogo Sulla tranquillità dell'anima, capitolo nove paragrafo sei. L'autore parla dell'abitudine, frequente anche ai tempi suoi, di riempire le biblioteche con i corpora completi di tutti i possibili autori, noti e ignoti...» «Sviscerati?» «Non si tratta di questo. E poi di riporli in tecto tenus exstructa loculamenta, cioè in loculamenta costruiti fino all'altezza del soffitto. Capisce cosa voglio dire?» «No». «Che gli scaffali delle librerie sono dei loculamenta, dei loculi, come le cellette di un obitorio, o gli scomparti di un grande refrigeratore». «Si riprenda il coltello, - gli dissi bruscamente, e stia alla larga dai miei libri». «A me interessano solo i testi, dei libri non so che farmene». Il cane si era messo a ringhiare.

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Pagina 150

Robisc

(...)

La foglia d'alloro oscilla come la lancetta di un pendolo. Tempo che scorre. Ovidio chiude gli occhi, per un momento la voce della sua scrittura tace e la parola magica non è pronunziata dentro di lui. Non ce n'è bisogno, l'anima oscilla come una barca sospesa fra due correnti opposte e quindi immobili. Ovidio ha raggiunto il beato centro della sua perfezione, altra immagine di sé piú compiuta di quella che la sua scrittura adesso gli rimanda non potrebbe esistere. Ovidio è felice. Che grande fortuna è la sua. Lui infatti non sospetta ancora niente.

Noi invece sappiamo che, ormai, non c'è piú alcun bisogno di sciogliere e legare in un fascio di sillabe quella foglia. Basta che entri dentro un'immagine ed è già diventata milioni di altre foglie, pronte a vivere altrettante vite indipendenti da qualsiasi parola scritta. La realtà ha imparato a duplicarsi da sola, senza piú bisogno di ricorrere all'arte dei fantasmi alfabetici. Scrivere non serve piú per afferrare il mondo, cosí come non serve piú per afferrare noi stessi e tutti gli altri uomini. Tra breve sarà sufficiente mettersi di fronte a una delle infinite finestre luminose che punteggiano la nostra vita e guardare senza mai distogliere gli occhi. Dopo pochi secondi, un brusco esplodere di linee e di punti avrà già disegnato sullo schermo il nostro ritratto e quello di tutto ciò che ci riguarda. Tra breve quella voce scritta, sonora, con cui Ovidio si distaccava da sé medesimo diventerà indecifrabile e soprattutto inutile. Nessuno avrà piú alcun motivo per dedicare tutta la propria esistenza all'arte di imparare a scrivere. Forse sarà addirittura una liberazione. Anni trascorsi a sviluppare la musica mentale delle parole, la trasparenza delle immagini, l'orrore per le ripetizioni e le stonature dello stile. A che scopo continuare a farlo? Ci saranno altri specchi per noi, sempre piú facili e piú completi.

La scrittura muore, e tanta vita meticolosamente scavata nelle parole - stilo, penna, caratteri di stampa - è destinata a svanire né piú né meno della vita ordinaria di tutti coloro che non scrivono nulla. La scrittura muore e con lei i libri si spengono, a uno a uno, come le lampade di una luminara che progressivamente cedono al buio della notte per semplice consunzione dell'olio. Ma il vento sale, un altro soffio, un sibilo. Robisc?

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