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| << | < | > | >> |Indice
Prefazione V
1. Repubblica e virtù 3
2. L'amore della patria 13
3. Quale libertà? 27
4. Mitezza e intransigenza 33
5. Diritti e doveri 39
6. Timor di Dio, amor di Dio 51
7. La repubblica e i suoi mali 79
8. Il potere occulto 99
9. Si può rinascere 109
| << | < | > | >> |Pagina 8B. È lo stesso discorso che abbiamo trattato più volte io e te a proposito del tuo libro Dalla politica alla ragíon di Stato. In politica sono un realista. Si può parlare di politica solo mantenendo uno sguardo freddo sulla storia. La politica, sia quella monarchica, sia quella repubblicana, è lotta per il potere. Parlare di ideali, così come ne parli tu, per me significa fare un discorso retorico. Anche quando i tuoi scrittori celeberrimi parlavano di repubblica, in realtà quello che di fatto succedeva nel mondo, era la politica com'è sempre stata, dai Greci in poi. La politica come lotta per il potere la capisco, se parli invece della politica che ha per fine la repubblica basata sulla virtù dei cittadini, io mi domando cos'è questa virtù dei cittadini. Spiegami dov'è uno Stato che si regga sulla virtù dei cittadini, uno Stato che non ricorra alla forza! La definizione dello Stato che ricorre continuamente è quella secondo cui lo Stato è il detentore del monopolio della forza legittima, forza necessaria perché la maggior parte dei cittadini non è virtuosa, ma viziosa. Ecco perché lo Stato ha bisogno della forza; questa è la mia concezione della politica. È una categoria della politica diversa da quella che ritiene di poter parlare di Stati fondati sulla virtù dei cittadini. Ti ho detto, la virtù era l'ideale giacobino. La ragione per cui ci sono gli Stati, repubbliche comprese, è quella di tenere a freno i cittadini viziosi, che sono la maggior parte. Nessuno Stato reale si regge sulla virtù dei cittadini, ma è regolato da una costituzione scritta o non scritta, che stabilisce regole per la loro condotta, proprio col presupposto che i cittadini non siano generalmente virtuosi.V. Che cos'è la virtù civile, e per quale ragione essa è necessaria nelle repubbliche lo hai spiegato tu stesso, quando dici che la ragione per cui esistono gli Stati «è quella di tenere a freno i cittadini viziosi». Proprio perché il fine principale degli Stati è quello di tenere a freno gli arroganti, gli ambiziosi e i viziosi, è necessario che i cittadini sappiano e vogliano «tenere le mani sopra la libertà», come scrive Cattaneo citando Machiavelli. B. Anch'io ho citato più volte quel passo di Machiavelli! V. Il significato di quel passo è che per frenare coloro che hanno le mani lunghe ci vuole, oltre alle buone leggi, la virtù civile dei cittadini. I miei repubblicani e i tuoi maestri concordano. Machiavelli e Cattaneo su questo punto si incontrano: se non hai dei cittadini disposti ad essere vigili, ad impegnarsi, capaci di resistere contro gli arroganti, servire il bene pubblico, la repubblica muore, diventa un luogo in cui alcuni dominano e gli altri servono. B. L'ho scritto io stesso in uno dei primi articoli pubblicati dopo la Liberazione sul giornale del Partito d'Azione, «Giustizia e Libertà». Dicevo che la democrazia ha bisogno di buone leggi e di buoni costumi. Che cosa sono i buoni costumi se non quel che con un sovrappiù di retorica tu chiami «virtù»? V. Certo, per me la virtù civile non è la volontà di immolarsi per la patria. Si tratta di una virtù civile per uomini e donne che desiderano vivere con dignità, e poiché sanno che non si può vivere con dignità in una comunità corrotta fanno quello che possono, quando possono, per servire la libertà comune: svolgono la propria professione con coscienza, senza trarre vantaggi illeciti né approfittare del bisogno o della debolezza di altri; vivono la vita familiare su una base di rispetto reciproco in modo che la loro casa assomiglia più ad una piccola repubblica che non a una monarchia o ad una congrega di estranei tenuta insieme dall'interesse o dalla televisione; assolvono i loro doveri civici, ma non sono affatto docili; sono capaci di mobilitarsi, per impedire che sia approvata una legge ingiusta o per spingere chi governa ad affrontare i problemi nell'interesse comune; sono attivi in associazioni di vario genere (professionali, sportive, culturali, politiche, religiose); seguono le vicende della politica nazionale e internazionale; vogliono capire e non vogliono essere guidati o indottrinati; desiderano conoscere e discutere la storia della repubblica e riflettere sulle memorie storiche. Per alcuni la motivazione prevalente all'impegno viene da un senso morale, e più precisamente dallo sdegno contro le prevaricazioni, le discriminazioni, la corruzione, l'arroganza e la volgarità; in altri prevale un desiderio estetico di decenza e di decoro; altri ancora sono mossi da interessi legittimi: desiderano strade sicure, parchi piacevoli, piazze ben tenute, monumenti rispettati, scuole serie, ospedali veri; altri ancora si impegnano perché vogliono raccogliere stima e aspirano agli onori pubblici, sedere al tavolo della presidenza, parlare in pubblico, essere in prima fila alle cerimonie. In molti casi questi motivi operano insieme, e l'uno rafforza l'altro. Questo tipo di virtù civile non è impossibile. Ognuno di noi potrebbe citare i nomi di molte persone che rispondono a questa descrizione del cittadino che ha senso di responsabilità civile e che hanno fatto solo del bene alla comunità e a se stessi. B. Parlare di virtù civile è importante per contrastare l'indifferenza e l'apatia politica che purtroppo adesso sta dominando nel nostro paese, per ragioni anche comprensibili, che non è il caso qui di ricordare. In quel periodo, dopo la Liberazione, c'era entusiasmo, desiderio di partecipazione come reazione alla politica imposta dall'alto ai tempi del fascismo. Ciascuno deve dare il proprio contributo. Ci vogliono i buoni costumi, la virtù dei cittadini. | << | < | > | >> |Pagina 27V. Hobbes è anche il teorico dell'idea della libertà intesa come assenza di interferenza, la cosi detta libertà negativa, che è poi diventata uno dei principi del pensiero politico liberale. La sua concezione della libertà come assenza di interferenza lo porta a sostenere che i cittadini di una repubblica quale Lucca non sono più liberi dei sudditi di un sovrano assoluto quale il Sultano di Costantinopoli in quanto gli uni e gli altri sono sottomessi alle leggi. Egli dimentica che ciò che rende i cittadini di Lucca píù liberi dei sudditi di Costantinopoli è il fatto che a Lucca tanto i governanti quanto i cittadini sono sottoposti alle leggi civili e costituzionali, mentre a Costantinopoli il sultano è al di sopra delle leggi e può disporre arbitrariamente delle propríetà e della vita dei sudditi, costringendoli in tal modo a vivere in una condizione di completa dipendenza, e dunque di mancanza di libertà. Contrariamente a Hobbes, il repubblicano sostiene che per realizzare la libertà politica bisogna opporsi sia all'interferenza e alla costrizione in senso proprio, sia alla dipendenza, per la ragione che la condizione di dipendenza è una costrizione della volontà, e dunque una violazione della libertà. Questo significa che chi ha a cuore la vera libertà dell'individuo non può non essere liberale, ma non può essere solo liberale. Deve essere disposto a sostenere anche programmi politici che hanno per fine quello di ridurre i poteri arbitrari che impongono a molti uomini e donne di vivere in condizione di dipendenza. B. Il concetto di indipendenza è chiaro quando lo si riferisce agli Stati, ai quali si attribuisce il carattere della sovranità, intesa la sovranità proprio come «potestas superiorem non recognoscens», anche se poi nell'evoluzione del sistema internazionale gli Stati stessi hanno cominciato da tempo a riconoscere varie limitazioni della propria sovranità per costituire una confederazione, com'è attualmente l'ONU. Mi riesce più difficile capire che cosa sia l'indipendenza intesa come «superiorem non recognoscens» se viene riferita agli individui che fanno parte di uno Stato e sono sottoposti alle sue regole. Nella tradizione giusnaturalistica, a cominciare da Hobbes, sovrani sono gli individui soltanto nello stato di natura, e per questo sono, come gli Stati sovrani del sistema internazionale, in continua guerra tra loro. Per salvarsi debbono rinunciare alla propria indipendenza, anche se nelle repubbliche ideali continuano a conservarla. Quando dici che «chi ha a cuore la vera libertà dell'individuo non può non essere liberale, ma non può essere solo liberale», e deve quindi «essere disposto a sostenere anche programmi politici che hanno per fine quello di ridurre i poteri arbitrari che impongono a molti uomini e donne di vivere in condizione di dipendenza», semplicemente non ho capito bene a che cosa ti riferisci.
V. Credo che qui ci sia un equivoco che possiamo
dissipare. Quando parlo di indipendenza degli individui,
intendo assenza di dipendenza dalla volontà
arbitraria
di altri individui, non di indipendenza dalle leggi dello
Stato.
Considera uno degli esempi che Philip Pettit fa nel suo
libro, quando parla della condizione delle donne che sono
sottoposte alla volontà arbitraria del marito. Non è detto
che il marito opprirna, ma può, se vuole, opprimere. Essere
sottoposti alla volontà arbitraria di un altro individuo,
in altre parole, non significa essere oppressi; significa
che si
può
sempre essere oppressi. È appunto, come dicevo, il caso
dello schiavo, il quale, secondo il diritto romano non
è schiavo perché è oppresso, ma perché dipende dalla volontà
arbitraria del padrone. Il problema è che la dipendenza
dalla volontà arbitraria di altri individui genera paura nei
confronti delle persone che hanno poteri arbitrari; la
paura, a sua volta, produce una mancanza di animo e di
coraggio che alimenta atteggiamenti servili, spinge a tenere
gli occhi bassi, a tacere o a parlare per adulare i potenti.
La condizione di dipendenza genera insomma un
ethos
del tutto incompatibile con la mentalità del cittadino.
Per questa ragione essa deve essere combattuta come il
nemico più serio della libertà. L'opposto della dipendenza,
per gli scrittori politici repubblicani, quali ad esempio
Cicerone, Sallustio, Livio, Machiavelli, Harrington e
Rousseau, non è la libertà dello Stato di natura bensì la
dipendenza dalle leggi non arbitrarie che valgono per tutti.
Tu stesso lo hai scritto nel saggio
Governo delle leggi o governo degli uomini?:
per Cicerone la libertà consiste nell'essere tutti
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