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| << | < | > | >> |Indice3 I Il secolo risacca 14 II Gente che arriva, gente che parte 25 III Fine dell'Italia contadina 35 IV Guerre e soldati 49 V La guerra di casa 63 VI La cosa chiamata fascismo 72 VII Il miracolo 89 VIII Il comunismo scomparso 106 IX Cattolici padroni sconosciuti 117 X Terrorismo di casa 125 XI La malavita come stato 139 XII La facilità del male 156 XIII Una strana democrazia 168 XIV Il campanile e il mondo 176 XV Nuovi miti vecchi imbrogli 184 XVI Il paese mercato 193 Indice dei nomi | << | < | > | >> |Pagina 3| << | < | > | >> |Pagina 7«Novecento, il secolo breve» dice il banchiere Cuccia. Breve proprio no; piuttosto, sterminato, come lo definisce lo storico Veneziani, arcipieno e quasi distrutto da troppi mutamenti, guerre, olocausti, sovversioni, terrorismi.«Uuomo misura di tutte le cose» diceva il filosofo per dire l'uomo padrone di tutte le cose, loro pietra di paragone. Ma alla fine di questo smisurato, esagerato, incontinente secolo sembra più giusto dire l'uomo misura di tutte le casualità, di tutte le irrazionalità, l'uomo che annaspa nella terribile risacca. Un secolo che sta assieme solo per le sue inaudite sofferenze e follie: le due guerre mondiali, i due «diluvi» di sangue, l'Olocausto, il terrificante equilibrio atomico, così terrificante che ha come portato oltre la paura l'umanità, sorda e insensibile; e ora il rinascere delle guerre di religione e delle pulizie etniche. | << | < | > | >> |Pagina 9Il piacere di produrre cose utili agli altri, un piacere che se ne va. Stare delle ore oggi a premere i tasti di un computer per fare calcoli che non si sa a cosa serviranno non è lo stesso. Alla fine dell'Ottocento i lavoratori italiani erano 15 milioni, lavoravano in media 3300 ore l'anno. Adesso sono 20 milioni, lavorano solo 1700 ore e producono tredici volte di più; ma gli oggetti prodotti dalle macchine e non dalle mani non sono più il dono che un altro ti ha fatto.| << | < | > | >> |Pagina 10Il secolo risacca credeva di aver chiuso una volta per sempre con il colonialismo, le grandi migrazioni, le false religioni, i miti del progresso continuo, lo stato, ma l'infatuazione per il mercato globale li riproduce tutti. I ricchi e i poveri esistono oggi come nei millenni precedenti e non li cancella il consumismo, ma la differenza tra le classi non è più così visibile, così discriminante, come lo era al principio del secolo.[...] La scomparsa dei contadini ha preceduto di poco quella degli operai. Nel 1956 i lavoratori del terziario, lavoratori non più manuali, hanno superato negli Stati Uniti quelli dell'industria e il mutamento si propaga al resto del mondo. L'uomo dell'Ottocento conservava il sentimento del sacro e quello del limite; nel Novecento i più hanno secolarizzato inferno e paradiso e ignorano i limiti del loro destino, della loro specie. Si affidano a una progressione quantitativa, generica, in cui non c'è più un rapporto preciso tra causa ed effetto, hanno dimenticato la massima del Machiavelli «Non si può cancellare un inconveniente che non ne surga un altro». | << | < | > | >> |Pagina 13Per millenni la parola, il verbo, è stato il massimo valore umano, la capacità dell'uomo di dominare, descrivere, creare il mondo, il Genesi del mondo che si forma giorno dopo giorno sulle parole di Dio. Oggi la parola diventa altra, perde importanza, si moltiplica e si svuota, come tutti i consumi. Non si chiede certo che le parole dell'uomo comune siano come quelle di Dante o di Shakespeare che ne scolpivano il significato. Ma che almeno non siano dei suoni vuoti, dei nonsense. Molti credono che i grandi media siano volgari perché mostrano nudità e usano parole sconvenienti: è ancora il vizio cattolico di identificare la morale con il sesso. Ma la volgarità vera dei media è la loro indifferenza alle distinzioni che la parola deve definire. Non è il sesso a essere volgare ma il fiume di parole orecchiate, usate impropriamente, piegate a tutti gli usi, che invece di comunicare diventano suono di fondo.| << | < | > | >> |Pagina 54E ora, in memoria della guerra di casa, abbiamo scoperto un'altra delle cose a cui non credi finché non ci sei stato dentro: il ripudio della Resistenza che è della maggioranza degli italiani; alcuni l'accusano persino di aver ucciso la nazione. Proviamo a spiegarlo. L'Italia divisa in due: una che fa la guerra partigiana e l'altra, dall'Abruzzo in giù, che la ignora o non la riconosce ed equipara l'attentato di via Rasella a un crimine. E chi non c'era è portato a dire che è stata un errore. Poi quelli che semplicemente negano l'evidenza affermando che i partigiani erano una minoranza insignificante, il loro peso militare inesistente. Allora nú ricordo le volte che ero nelle Langhe e stavo su un bricco di quelli che si affacciano alla pianura e guardavo la corona delle Alpi dal Mongioie al Monte Rosa, decine di valli che riconoscevo come su un plastico, le nostre delle Marittime e delle Cozie, la valle del Po e poi le valdesi e quelle dell'Orco e la grande valle di Aosta e quelle del Sesia. E mi sembrava impossibile che in ognuna di quelle valli ci fossero i nostri, le formazioni partigiane, non divisioni o brigate come poi volemmo chiamarle, ma comunque decine di migliaia di uomini, duecentotrentamila alla vigilia dell'insurrezione.
Lo stupore che ci fossero, che fossero stati messi
assieme senza cartolina precetto, liberi di venire nelle
formazioni come anche di andarsene, senza distretti militari
per arruolarli, mandati dai nostri che stavano nelle
fabbriche e negli uffici. E che un paese, che sembrava
privo di interessi e di passioni dopo la sconfitta fascista,
fosse capace di mobilitare, attorno a quei
duecentotrentamila, milioni di persone nell'Italia centrale
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