Copertina
Autore Heinrich Böll
Titolo Opinioni di un clown
EdizioneMondadori, Milano, 1988 [1965], Oscar 1085 Narrativa 175
OriginaleAnsichten eines clowns [1963]
TraduttoreAmina Pandolfi
LettoreRenato di Stefano, 1989
Classe narrativa tedesca
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Pagina 9 [ inizio libro ]

Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglìetto, dirigersi verso l'edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassí. Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo e sono arrivato in qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassí, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo. Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfner, quel cattolico, il ritmo è diventato ancor piú meccanico, senza perdere in scioltezza. Per la distanza dalla stazione all'albergo, dall'albergo alla stazione, c'è un'unità di misura: il tassametro. A due marchi, tre marchi, quattro marchi dalla stazione. Da quando Maria non c'è piú, qualche volta ho perso il ritmo, ho confuso l'albergo con la stazione, ho cercato nervosamente il biglietto ferroviario davanti al portiere dell'albergo, (...)

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Pagina 298 [ fine libro ]

Non erano ancora le nove e mezzo quando presi l'ascensore per scendere. Mi venne in mente il cristiano signor Kostert che mi doveva ancora una bottiglia di grappa e la differenza dei biglietto fra la prima e la seconda classe. Gli avrei mandato una cartolina non affrancata, bussando alla sua coscienza. Doveva mandarmi anche lo scontrino della ferrovia per poter ritirare il mio bagaglio. Fu una bella cosa che la mia bella vicina di casa, la signora Grebsel, non mi incontrasse in quel momento. Avrei dovuto spiegarle tutto. Quando invece mi vedesse piú tardi sui gradini della stazione non avrei avuto piú bisogno di spiegarle nulla. Mi mancava soltanto la mattonella di carbone, il mio biglietto di visita.

Fuori faceva fresco, una sera di marzo. Mi rialzai il bavero della giacca, mi misi il cappello e mi tastai in tasca, in cerca della sigaretta. Mi venne in mente la bottiglia del cognac: sarebbe stata molto decorativa, ma avrebbe frenato gli impulsi caritatevoli. Era una marca molto costosa, riconoscibile dal tappo. Il cuscino stretto sotto il braccio sinistro, la chitarra nella destra, ritornai verso la stazione. Soltanto strada facendo notai le tracce di quello che qui si usa chiamare "il tempo di follia". Un ragazzotto ubriaco, travestito da Fidel Castro, tentò di provocarmi, ma lo evitai. Sui gradini della stazione un gruppo di dame spagnole e di matadores aspettavano un tassí. Avevo completamente dimenticato che era carnevale. Era quel che ci voleva. Per un professionista non c'è modo migliore di mimetizzarsi che mescolarsi ai dilettanti. Posai il mio cuscino sul terzo gradino dal basso, mi sedetti, presi il cappello e vi misi dentro la sigaretta: non proprio nel mezzo e non in un angolo, proprio cosí come se vi fosse stata gettata dall'alto e cominciai a cantare: "Il povero Papa Giovanni ...". Nessuno badava a me, non sarebbe neppure stato un bene: dopo una, due, tre ore avrebbero pur cominciato ad accorgersi di me. Interruppi la mia strofa quando udii la voce al microfono che annunciava un treno, da Amburgo... Allora andai avanti. Mi spaventai quando la prima moneta cadde nel cappello: era un soldo, colpí la sigaretta, la sospinse troppo da parte. La rimisi al posto giusto e ripresi a cantare.

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