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Pagina 9
[ inizio libro ]
Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per
non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è
venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare:
scendere le scale della stazione, risalire altre scale,
deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca
del soprabito, consegnare il biglìetto, dirigersi verso
l'edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera,
uscire, far cenno a un tassí. Per cinque anni quasi ogni
giorno sono partito da qualche luogo e sono arrivato in
qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di
stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di
stazioni, ho chiamato un tassí, ho cercato la moneta nella
tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato
giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto
del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata
di questo automatismo. Da quando Maria mi ha lasciato per
sposare Züpfner, quel cattolico, il ritmo è diventato ancor
piú meccanico, senza perdere in scioltezza. Per la distanza
dalla stazione all'albergo, dall'albergo alla stazione, c'è
un'unità di misura: il tassametro. A due marchi, tre
marchi, quattro marchi dalla stazione. Da quando Maria non
c'è piú, qualche volta ho perso il ritmo, ho confuso
l'albergo con la stazione, ho cercato nervosamente il
biglietto ferroviario davanti al portiere dell'albergo,
(...)
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Pagina 298
[ fine libro ]
Non erano ancora le nove e mezzo quando presi
l'ascensore per scendere. Mi venne in mente il cristiano
signor Kostert che mi doveva ancora una bottiglia di grappa
e la differenza dei biglietto fra la prima e la seconda
classe. Gli avrei mandato una cartolina non affrancata,
bussando alla sua coscienza. Doveva mandarmi anche lo
scontrino della ferrovia per poter ritirare il mio bagaglio.
Fu una bella cosa che la mia bella vicina di casa, la
signora Grebsel, non mi incontrasse in quel momento. Avrei
dovuto spiegarle tutto. Quando invece mi vedesse piú tardi
sui gradini della stazione non avrei avuto piú bisogno di
spiegarle nulla. Mi mancava soltanto la mattonella di
carbone, il mio biglietto di visita.
Fuori faceva fresco, una sera di marzo. Mi rialzai
il bavero della giacca, mi misi il cappello e mi tastai
in tasca, in cerca della sigaretta. Mi venne in mente la
bottiglia del cognac: sarebbe stata molto decorativa, ma
avrebbe frenato gli impulsi caritatevoli. Era una marca
molto costosa, riconoscibile dal tappo. Il cuscino stretto
sotto il braccio sinistro, la chitarra nella destra,
ritornai verso la stazione. Soltanto strada facendo notai
le tracce di quello che qui si usa chiamare "il tempo di
follia". Un ragazzotto ubriaco, travestito da Fidel Castro,
tentò di provocarmi, ma lo evitai. Sui gradini della
stazione un gruppo di dame spagnole e di matadores
aspettavano un tassí. Avevo completamente dimenticato che
era carnevale. Era quel che ci voleva. Per un
professionista non c'è modo migliore di mimetizzarsi che
mescolarsi ai dilettanti. Posai il mio cuscino sul terzo
gradino dal basso, mi sedetti, presi il cappello e vi misi
dentro la sigaretta: non proprio nel mezzo e non in un
angolo, proprio cosí come se vi fosse stata gettata
dall'alto e cominciai a cantare: "Il povero Papa
Giovanni ...". Nessuno badava a me, non sarebbe neppure
stato un bene: dopo una, due, tre ore avrebbero pur
cominciato ad accorgersi di me. Interruppi la mia strofa
quando udii la voce al microfono che annunciava un treno, da
Amburgo... Allora andai avanti. Mi spaventai quando
la prima moneta cadde nel cappello: era un soldo, colpí la
sigaretta, la sospinse troppo da parte. La rimisi al posto
giusto e ripresi a cantare.
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