Copertina
Autore Jorge Luis Borges
Titolo Altre inquisizioni
EdizioneAdelphi, Milano, 2000, Biblioteca 391 , pag. 240, dim. 140x220x18 mm , Isbn 88-459-1538-7
OriginaleOtras inquisiciones [1952]
CuratoreFabio Rodríguez Amaya
TraduttoreFrancesco Tentori Montalto
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe critica letteraria , narrativa argentina
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Indice


La muraglia e i libri                   11
La sfera di Pascal                      15
Il fiore di Coleridge                   19
Il sogno di Coleridge                   23
Il tempo e J.W. Dunne                   28
La creazione e P.H. Gosse               33
I timori del dottor Américo Castro      37
Il nostro povero individualismo         44
Quevedo                                 47
Magie parziali del Don Chisciotte       56
Nathaniel Hawthorne                     60
Valéry come simbolo                     82
L'enigma di Edward Fitzgerald           85
Su Oscar Wilde                          89
Su Chesterton                           93
Il primo Wells                          97
Il Biathanatos                         101
Pascal                                 106
La lingua analitica di John Wilkins    110
Kafka e i suoi precursori              115
Del culto dei libri                    119
L'usignolo di Keats                    125
Lo specchio degli enigmi               129
Due libri                              134
Annotazione al 23 agosto 1944          139
Sopra il Vathek di William Beckford    142
Su The Purple Land                     147
Da qualcuno a nessuno                  152
Forme di una leggenda                  156
Dalle allegorie ai romanzi             162
Nota su (intorno a) Bernard Shaw       167
Storia degli echi di un nome           171
Il pudore della Storia                 176
Nuova confutazione del tempo           180
Sui classici                           199
Epilogo                                202

Nota al testo                          203

Criptogramma dell'angelo
    di Fabio Rodríguez Amaya           221

 

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Pagina 11

LA MURAGLIA E I LIBRI


         He, whose long wall the wand'ring
         Tartar bounds...
                          Dunciad, III, 76
Lessi, giorni addietro, che l'uomo che ordinò l'edificazione della quasi infinita muraglia cinese fu quel Primo Imperatore, Shih Huang Ti, che dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui. Il fatto che le due vaste imprese - le cinque o seicento leghe di pietra opposte ai barbari, la rigorosa abolizione della storia, cioè del passato - procedessero da una persona e fossero in certo modo i suoi attributi inesplicabilmente mi soddisfece e, al tempo stesso, m'inquietò. Indagare le ragioni di quell'emozione è il fine di questa nota.

Storicamente, nessun mistero si cela nelle due misure. Contemporaneo delle guerre di Annibale, Shih Huang Ti, re di Tsin, ridusse in suo potere i Sei Regni e annientò il sistema feudale; eresse la muraglia, perché le muraglie costituivano una difesa; bruciò i libri, perché l'opposizione si appellava a loro per elogiare gli antichi imperatori. Bruciare libri ed erigere fortificazioni è compito comune dei principi; la sola cosa singolare in Shih Huang Ti fu la scala sulla quale operò.

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Pagina 15

LA SFERA DI PASCAL


Forse la storia universale è la storia di alcune metafore. Tracciare un capitolo di tale storia è il fine di questa nota.

Sei secoli prima dell'èra cristiana, il rapsodo Senofane di Colofone, stanco dei versi di Omero che recitava di città in città, fustigò i poeti che avevano attribuito sembianze antropomorfiche agli dèi e propose ai greci un solo Dio, che era una sfera eterna.

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Pagina 16

Il poema di Dante ha tramandato l'astronomia tolemaica, che per millequattrocento anni aveva governato l'immaginazione degli uomini. La Terra occupa il centro dell'universo. È una sfera immobile; attorno le girano nove sfere concentriche. Le prime sette sono i cieli planetari (i cieli della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno); l'ottava, il cielo delle stelle fisse; la nona, il cielo cristallino chiamato anche Primo Mobile. Questo è circondato dall'Empireo, che è fatto di luce. Tutto questo laborioso apparato di sfere vuote, trasparenti e rotanti (un sistema ne esigeva cinquantacinque), era divenuto una necessità mentale; De hypothesibus motuum coelestium commentariolus è il titolo che Copernico, negatore di Aristotele, mise al manoscritto che trasformò la nostra visione del cosmo. Per un uomo, per Giordano Bruno, l'infrangersi delle volte stellari fu una liberazione. Proclamò, nella Cena de le ceneri, che il mondo è l'effetto infinito di una causa infinita e che la divinità è vicina, «giacché sta dentro di noi più ancora di quel che noi stessi stiamo dentro di noi». Cercò le parole per manifestare agli uomini lo spazio copernicano e in una pagina famosa stampò: «Possiamo affermare con certezza che l'universo è tutto esso centro, o che il centro dell'universo sta dappertutto e la sua circonferenza in nessun luogo» (De la causa principio et uno, V).

Ciò fu scritto con esultanza, nel 1584, ancora nella luce del Rinascimento; settanta anni dopo, di quel fervore non rimaneva traccia e gli uomini si sentirono perduti nel tempo e nello spazio. Nel tempo, perché se futuro e passato sono infiniti non vi sarà realmente un quando; nello spazio, perché se ogni essere dista ugualmente dall'infinito e dall'infinitesimale, non vi sarà neppure un dove. Nessuno sta in nessun giorno, in nessun luogo; nessuno conosce le dimensioni del proprio volto. Nel Rinascimento, l'umanità credette di aver raggiunto l'età virile, e lo dichiarò per bocca di Bruno, di Campanella e di Bacone. Nel secolo XVII, essa fu oppressa da una sensazione di vecchiezza; per giustificarsi, esumò la credenza di una lenta e fatale degenerazione di tutte le creature, per opera del peccato di Adamo.

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Pagina 56

MAGIE PARZIALI DEL «DON CHISCIOTTE»


È verosimile che queste osservazioni siano già state enunciate, e forse più di una volta; la discussione sulla loro novità mi interessa meno di quella sulla loro possibile verità.

Paragonato ad altri libri classici (l' Iliade, l' Eneide, la Farsaglia, la Commedia dantesca, le tragedie e commedie di Shakespeare) il Don Chisciotte è realista; questo realismo, tuttavia, differisce essenzialmente da quello cui dette vita il secolo XIX. Joseph Conrad poté scrivere che escludeva dalla sua opera il soprannaturale, perché ammetterlo equivaleva a negare che il quotidiano fosse meraviglioso: ignoro se Miguel de Cervantes condividesse tale intuizione, ma so che attraverso la forma del Don Chisciotte egli contrappose un mondo immaginario poetico a un mondo reale prosaico. Conrad e Henry James romanzarono la realtà perché la giudicavano poetica; per Cervantes il reale e il poetico sono antinomie. Alle vaste e vaghe geografie dell' Amadigi oppone le polverose strade e le sordide osterie di Castiglia; immaginiamo un romanziere del nostro tempo che desse risalto con intento parodico alle stazioni di rifornimento di nafta.

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Pagina 60

NATHANIEL HAWTHORNE


Darò inizio alla storia delle lettere americane con la storia di una metafora; per dir meglio, con alcuni esempi di tale metafora. Non so chi l'abbia inventata; forse è
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