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| << | < | > | >> |Indice
L'immortale 11
Il morto 27
I teologi 33
Storia del guerriero e
della prigioniera 42
Biografia di Tadeo Isidoro Cruz
(1829-1874) 47
Emma Zunz 51
La casa di Asterione 57
L'altra morte 60
Deutsches Requiem 68
La ricerca di Averroè 75
Lo Zahir 84
La scrittura del dio 94
Adenkhacàan il Bokharì,
morto nel suo labirinto 100
I due re e i due labirinti 110
L'attesa 112
L'uomo sulla soglia 117
L'Aleph 123
Epilogo 139
Nota al teso 141
"... repitem una trama/eterna y frágil,
misteriosa y clara"
di Tommaso Scarano 155
| << | < | > | >> |Pagina 11
Salomon saith: There is no new thing
upon the carth. So that as Plato had
an imagination, that all knowledge was
but remembrance; so Salomon giveth his
sentence, that all novelty is but
oblivion.
FRANCIS BACON, Essays, LVIII
A Londra, all'inizio del mese di giugno del 1929,
l'antiquario Joseph Cartaphilus, di Smirne, offrì alla
principessa di Lucinge i sei volumi in quarto minore
(1715-1720) dell'Iliade di Pope. La principessa li
acquistò; e in quell'occasione scambiò qualche parola con
lui. Era, ci dice, un uomo consunto e terroso, grigio
d'occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi. Si
destreggiava con scioltezza e ignoranza in diverse lingue;
in pochi minuti passò dal francese all'inglese e
dall'inglese a una misteriosa mescolanza di spagnolo di
Salonicco e portoghese di Macao. Nell'ottobre, la
principessa seppe da un passeggero dello
Zeus
che Cartaphilus era morto in mare, nel tornare a Smime,
e che l'avevano seppellito nell'isola di Ios. Nell'ultimo
tomo dell'Iliade trovò questo manoscritto.
L'originale è redatto in inglese e abbonda di latinismi. La versione che offriamo è letterale. | << | < | > | >> |Pagina 22Il concetto del mondo come sistema di precise compensazioni influì largamente sugli Immortali. Prima di tutto, li rese invulnerabili alla pietà. Ho parlato delle antiche cave che rompevano la pianura dell'altra riva del fiume; un uomo precipitò nella più profonda; non poteva ferirsi né morire, ma lo ardeva la sete; prima che gli gettassero una corda passarono settant'anni. Neppure il destino personale interessava. Il corpo era un docile animale domestico e gli bastava, ogni mese, l'elemosina di qualche ora di sonno, di un po' d'acqua e di un brandello di carne. Ma non ci si creda asceti. Non c'è piacere più complesso del pensiero e ci abbandonavamo ad esso. A volte, uno stimolo straordinario ci restituiva al mondo fisico. Ad esempio, quella mattina, il vecchio godimento elementare della pioggia. Ma erano momenti rarissimi; tutti gli Immortali erano capaci di quiete perfetta; ne ricordo uno che non ho mai visto in piedi: un uccello gli faceva il nido in petto.Tra i corollari della dottrina che non c'è cosa che non sia compensata da un'altra, ve n'è uno di scarsissima importanza teorica, ma che c'indusse, alla fine o all'inizio del secolo decimo, a disperderci per la faccia della terra. E' contenuto in queste parole: Esiste un fiume le cui acque danno l'immortalità; in qualche regione vi sarà un altro fiume le cui acque la tolgono. Il numero dei fiumi non è infinito; un viaggiatore immortale che percorra il mondo finirà, un giorno, con l'aver bevuto da tutti. Ci proponemmo di scoprire quel fiume. La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l'ultimo; non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno. Tutto, fra i mortali, ha il valore dell'irrecuperabile e del casuale. Tra gli Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l'eco di altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c'è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò che è elegiaco, grave, rituale, non vale per gli Immortali. Omero e io ci separammo alle porte di Tangeri; credo senza dirci addio. | << | < | > | >> |Pagina 23(...) Non trova Azevedo Bandeira; verso la mezzanotte, in un fondaco del Paso del Molino, assiste a un alterco tra bovari. Brilla un coltello; Otálora non sa da quale parte stia la ragione, ma lo attira il mero sapore del pericolo, come altri il mazzo di carte o la musica. Para, nella zuffa, una pugnalata bassa che uno dei mandriani assesta a un uomo in cappello nero e poncho. Questi, poi, si viene a sapere che è Azevedo Bandeira. (Otálora, allora, strappa la lettera, perché preferisce dovere tutto a se stesso). Azevedo Bandeira, benché robusto, produce l'inspiegabile impressione di essere deforne; nel suo volto, sempre troppo vicino, si fondono l'ebreo, il negro e l'indio; nel suo aspetto, la scimmia e la tigre; la cicatrice che gli taglia la faccia ne è un ornamento in più, come i neri e ispidi baffi. Proiezione o errore dell'alcol, l'alterco cessa con la stessa rapidità con cui è cominciato. Otálora beve coi bovari e poi va con loro a una festa, e poi in una casaccia della Città Vecchia, che il sole è già alto. Nell'ultimo cortile, che è di terra battuta, gli uomini stendono le selle per dormire. Oscuramente, Otálora paragona la notte trascorsa alla precedente; ormai calpesta terra ferma, è tra amici. Lo inquieta soltanto un po' il rimorso di non provare nostalgia per Buenos Aires. Dorme fino all'avemaria; lo sveglia il mandriano che ha aggredito, ubriaco, Bandeira. (Otálora ricorda che quell'uomo ha diviso con gli altri la notte di tumulto e di allegria e che Bandeira l'ha fatto sedere alla sua destra e l'ha costretto a bere ancora). L'uomo gli dice che il padrone lo vuole vedere. In una specie di studio che s'affaccia |
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