Copertina
Autore Jorge Luis Borges
Titolo L'Aleph
EdizioneAdelphi, Milano, 1998 [1959], Biblioteca 366 , Isbn 88-459-1420-8
OriginaleEl Aleph [1949]
CuratoreTommaso Scarano
TraduttoreFrancesco Tentori Montalto
LettoreRenato di Stefano, 1999
Classe narrativa argentina
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Indice


L'immortale                             11
Il morto                                27
I teologi                               33
Storia del guerriero e
    della prigioniera                   42
Biografia di Tadeo Isidoro Cruz
    (1829-1874)                         47
Emma Zunz                               51
La casa di Asterione                    57
L'altra morte                           60
Deutsches Requiem                       68
La ricerca di Averroè                   75
Lo Zahir                                84
La scrittura del dio                    94
Adenkhacàan il Bokharì,
    morto nel suo labirinto            100
I due re e i due labirinti             110
L'attesa                               112
L'uomo sulla soglia                    117
L'Aleph                                123

Epilogo                                139

Nota al teso                           141

"... repitem una trama/eterna y frágil,
    misteriosa y clara"
    di Tommaso Scarano                 155

 

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Pagina 11

LIMMORTALE
a Cecilia Ingenieros
    Salomon saith: There is no new thing
    upon the carth.  So that as Plato had
    an imagination, that all knowledge was
    but remembrance; so Salomon giveth his
    sentence, that all novelty is but
    oblivion.
              FRANCIS BACON, Essays, LVIII
A Londra, all'inizio del mese di giugno del 1929, l'antiquario Joseph Cartaphilus, di Smirne, offrì alla principessa di Lucinge i sei volumi in quarto minore (1715-1720) dell'Iliade di Pope. La principessa li acquistò; e in quell'occasione scambiò qualche parola con lui. Era, ci dice, un uomo consunto e terroso, grigio d'occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi. Si destreggiava con scioltezza e ignoranza in diverse lingue; in pochi minuti passò dal francese all'inglese e dall'inglese a una misteriosa mescolanza di spagnolo di Salonicco e portoghese di Macao. Nell'ottobre, la principessa seppe da un passeggero dello Zeus che Cartaphilus era morto in mare, nel tornare a Smime, e che l'avevano seppellito nell'isola di Ios. Nell'ultimo tomo dell'Iliade trovò questo manoscritto.

L'originale è redatto in inglese e abbonda di latinismi. La versione che offriamo è letterale.

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Pagina 22

Il concetto del mondo come sistema di precise compensazioni influì largamente sugli Immortali. Prima di tutto, li rese invulnerabili alla pietà. Ho parlato delle antiche cave che rompevano la pianura dell'altra riva del fiume; un uomo precipitò nella più profonda; non poteva ferirsi né morire, ma lo ardeva la sete; prima che gli gettassero una corda passarono settant'anni. Neppure il destino personale interessava. Il corpo era un docile animale domestico e gli bastava, ogni mese, l'elemosina di qualche ora di sonno, di un po' d'acqua e di un brandello di carne. Ma non ci si creda asceti. Non c'è piacere più complesso del pensiero e ci abbandonavamo ad esso. A volte, uno stimolo straordinario ci restituiva al mondo fisico. Ad esempio, quella mattina, il vecchio godimento elementare della pioggia. Ma erano momenti rarissimi; tutti gli Immortali erano capaci di quiete perfetta; ne ricordo uno che non ho mai visto in piedi: un uccello gli faceva il nido in petto.

Tra i corollari della dottrina che non c'è cosa che non sia compensata da un'altra, ve n'è uno di scarsissima importanza teorica, ma che c'indusse, alla fine o all'inizio del secolo decimo, a disperderci per la faccia della terra. E' contenuto in queste parole: Esiste un fiume le cui acque danno l'immortalità; in qualche regione vi sarà un altro fiume le cui acque la tolgono. Il numero dei fiumi non è infinito; un viaggiatore immortale che percorra il mondo finirà, un giorno, con l'aver bevuto da tutti. Ci proponemmo di scoprire quel fiume.

La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l'ultimo; non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno. Tutto, fra i mortali, ha il valore dell'irrecuperabile e del casuale. Tra gli Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l'eco di altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c'è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò che è elegiaco, grave, rituale, non vale per gli Immortali. Omero e io ci separammo alle porte di Tangeri; credo senza dirci addio.

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Pagina 23

(...) Non trova Azevedo Bandeira; verso la mezzanotte, in un fondaco del Paso del Molino, assiste a un alterco tra bovari. Brilla un coltello; Otálora non sa da quale parte stia la ragione, ma lo attira il mero sapore del pericolo, come altri il mazzo di carte o la musica. Para, nella zuffa, una pugnalata bassa che uno dei mandriani assesta a un uomo in cappello nero e poncho. Questi, poi, si viene a sapere che è Azevedo Bandeira. (Otálora, allora, strappa la lettera, perché preferisce dovere tutto a se stesso). Azevedo Bandeira, benché robusto, produce l'inspiegabile impressione di essere deforne; nel suo volto, sempre troppo vicino, si fondono l'ebreo, il negro e l'indio; nel suo aspetto, la scimmia e la tigre; la cicatrice che gli taglia la faccia ne è un ornamento in più, come i neri e ispidi baffi. Proiezione o errore dell'alcol, l'alterco cessa con la stessa rapidità con cui è cominciato. Otálora beve coi bovari e poi va con loro a una festa, e poi in una casaccia della Città Vecchia, che il sole è già alto. Nell'ultimo cortile, che è di terra battuta, gli uomini stendono le selle per dormire. Oscuramente, Otálora paragona la notte trascorsa alla precedente; ormai calpesta terra ferma, è tra amici. Lo inquieta soltanto un po' il rimorso di non provare nostalgia per Buenos Aires. Dorme fino all'avemaria; lo sveglia il mandriano che ha aggredito, ubriaco, Bandeira. (Otálora ricorda che quell'uomo ha diviso con gli altri la notte di tumulto e di allegria e che Bandeira l'ha fatto sedere alla sua destra e l'ha costretto a bere ancora). L'uomo gli dice che il padrone lo vuole vedere. In una specie di studio che s'affaccia
[...]

 


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