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| << | < | > | >> |Indice
9 La macchina del Kilimangiaro
25 Il terribile incendio lassù al castello
49 Il bambino del futuro
73 Donne
89 Il Motel dei Polli Ispirati
105 A Gettysburg, sottovento
127 Si, ci troveremo al fiume
141 Il vento freddo e il vento caldo
167 Telefonata notturna
185 Lo spettro della casa nuova
209 Io canto il corpo elettrico!
261 Il giorno che si aprirono le tombe
273 Tutti gli amici di Nicholas Nyckieby
sono amici miei
311 Il peso massimo
327 L'uomo con la camicia Rorschach
347 Enrico IX
359 La città perduta di Marte
403 Cristo Apollo
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| << | < | > | >> |Pagina 73Fu come se sì accendesse una luce in una stanza verde. L'oceano ardeva. Una fosforescenza bianca, alzandosi, ondeggiò come un alito di vapore nel mare del mattino autunnale. Si levarono bolle dalla gola di qualche nascosta voragine marina. Come il fulmine in quella coppa verde rovesciata a riflettere il cielo, nel mare, possedeva una propria coscienza di essere. Qualcosa di antico e di bello. Usciva indolente fuori dalle profondità marine. Una conchiglia, uno sprazzo, un'alga, una bolla, uno scintillio, un sussurro, una branchia di pesce. Sospesi nelle sue profondità c'erano alberi di corallo ghiacciato che avevano la forma tortuosa di un cervello umano, fiori di fuco giallo simili a occhi, ondeggianti alghe dall'aspetto di una capigliatura. Era qualcosa che cresceva con le maree, che cresceva con gli anni, che raccoglieva e ammassava e metteva da parte entro se stessa, identità e antiche polveri, inchiostri di piovre e tutte le piccole cose del mare. Fino a questo momento...: era qualcosa fornito di una coscienza. Era un'intelligenza di un verde brillante, che respirava nel mare autunnale. Senza occhi eppure vedeva, e udiva pur non avendo orecchi, e possedeva il senso del tatto anche se era senza corpo. Era fatta di mare. Ed essendo fatta di mare era... di sesso femminile. Non assomigliava assolutamente né a un uomo né a una donna. Ma aveva i modi di una donna, quei modi astuti, insinuanti, segreti. Si moveva con la grazia di una donna. Era tutte le qualità cattive delle donne vane. Onde scure vi scivolarono attraverso, la circondarono e si fusero con uno strano ricordo lungo la loro strada, dirette verso le correnti del golfo. Nell'acqua c'erano cappellini da carnevale, trombette, stelle filanti e coriandoli. Tutto questo passò scivolando attraverso quella massa rigogliosa di lunghi capelli verdi, come il vento attraverso i rami di un albero antico. Bucce di arancia, tovaglioli di carta, giornali, gusci d'uova, e pezzetti di legno bruciato trascinati via dai fuochi notturni sulle spiagge; tutti i rifiuti galleggianti di quelle persone alte e sgraziate che camminavano a lunghi passi sulle spiagge solitarie delle isole continentali, gente che veniva da città fatte di mattoni, gente che lacerava i timpani correndo su demoni di metallo lungo le autostrade di cemento, e subito scompariva. Si alzò lentamente, scintillando, schiumeggiando, nell'aria fresca del mattino. I capelli verdi si levarono morbidamente, scintillando, schiumeggiando nell'aria fredda del mattino. Galleggiò nell'interno della massa d'acqua marina, dopo il lungo tempo occorsole per formarsi, nell'oscurità. Poi dedicò la sua attenzione alla spiaggia. L'uomo era là. | << | < | > | >> |Pagina 167[...] Il telefono... suonò. L'uomo ebbe un sussulto e fece un salto indietro, la sedia cadde rovesciata sul pavimento. Lui si mise a gridare, a gridare: «No!» Il telefono squillò di nuovo. «No!» L'uomo voleva raggiungerlo, e allungò una mano e lo toccò, e rovesciò l'oggetto giù dal tavolo. Il microfono cadde fuori dal suo sostegno nel momento esatto nel quale squillò il terzo suono. «No... oh, no, no» mormorò a voce bassa, coprendosi il petto con le mani, scuotendo la testa, con il telefono ai suoi piedi. «Non è possibile... non è possibile...» Perché, in fondo, lui era solo in una stanza in una casa vuota in una città vuota sul pianeta Marte dove non c'era nessun altro essere vivente, dove viveva solo lui, e lui era il Re della Collina Desolata... Eppure... «... Barton ...» Qualcuno chiamò il suo nome. No. Qualcosa fece un ronzio ed emise un rumore che assomigliava a quello dei grilli e delle cicale in un lontano deserto. Barton? Pensò. Ma... ma quello sono io! Non aveva sentito pronunciare iì suo nome da nessuno, per tanto tempo, che se ne era completamente dimenticato. Lui non era il tipo d'andare in giro a chiamarsi per nome. Non aveva mai... «Barton» disse il telefono. «Barton. Barton. Barton.» «Smettila!!!» gridò lui. E diede un calcio al microfono, e si chinò tutto sudato, ansimante, per riappoggiarlo al suo sostegno. Non aveva ancora finito di compiere quel movimento che l'oggetto dannato si mise a squillare di nuovo. Questa volta lo strinse raccogliendolo nel pugno, lo strizzò, come per soffocare il suono, ma poi, infine, vedendo che le nocche delle sue dita diventavano pallide, lo lasciò andare e sollevò il microfono. «Barton» disse una voce lontana, a un miliardo di chilometri di distanza. Attese che il suo cuore battesse per altre tre volte, e poi disse: «Qui parla Barton.» «Bene, bene» disse la voce, che adesso era distante soltanto un milione di chilometri. «Sai chi sono?» «Cristo» disse il vecchio. «La prima telefonata che ricevo in metà della mia vita, e ci mettiamo a fare i giochetti.» «Mi dispiace. Sono proprio stupido. Naturale che tu non potessi riconoscere la tua stessa voce al telefono. Nessuno ne è capace. Tutti noi, siamo abituati a risentire la nostra voce come viene trasmessa attraverso le ossa della testa. Barton, qui parla Barion.» «Cosa?» «Chi pensavi che fosse?» disse la voce. «Il capitano di una nave spaziale? Credevi che fosse qualcuno che veniva a salvarti?» «No.» «Che giorno è oggi?» «Il 20 luglio del 2097.» «Santo cielo! Cinquanta anni! E te ne sei rimasto lì a sedere per tutto questo tempo, aspettando che un missile arrivasse dalla Terra?» Il vecchio fece segno di sì. «E adesso, vecchio mio, sai chi sono?» «Sì» tremava. «Mi ricordo. Siamo un'unica persona. Io sono Emil Barton e tu sei Emil Barton.» «Con una differenza. Tu hai ottanta anni, io solo venti. Tutta la vita davanti a me!» | << | < | > | >> |Pagina 209Nonna! Ricordo la sua nascita. Ehi, un momento, dirà qualcuno, nessun uomo ricorda la nascita di sua nonna. Ma, sì, noi ricordiamo il giorno in cui è nata. Perché siamo stati noi, i suoi nipoti, a chiamarla in vita. Timothy, Agatha, e io, Tom, abbiamo alzato le mani e le abbiamo poi abbassate con uno schiocco! Abbiamo frullato insieme i pezzi e pezzetti, le parti e i campioni, i gusti e le trame, gli umori e i distillati che avrebbero messo l'ago della sua bussola verso nord per rinfrescarci e calmarci, verso sud per confortarci e circondarci di calore, verso est e ovest per viaggiare intorno a un mondo sconfinato, che avrebbero fatto luccicare i suoi occhi per riconoscerci, che avrebbero dato movimento alla sua bocca per cantarci la ninna nanna per farci addormentare alla sera, e che avrebbero messo in moto le sue mani per toccarci e risvegliarci all'alba. Nonna, oh caro e stupendo sogno elettrico... Quando i lampi dei temporali attraversano il cielo creando i corti circuiti fra le nuvole, il nome mi passa come un fulgido bagliore all'interno delle palpebre. Qualche volta mi sembra ancora di sentire il suo ticchettare, il suo lieve ronzio al di sopra dei nostri letti nella penombra. | << | < | > | >> |Pagina 273Immaginate un'estate che non debba mai finire. Il 1929. Immaginate un ragazzo che sembra non debba mai crescere. Me. Immaginate un barbiere che non è mai stato giovane. Mr Wyneski. Immaginate un cane che vorrebbe vivere per sempre. Il mio. Immaginate una piccola città, di quel tipo in cui adesso non si vive più. Pronti? Cominciamo... Green Town, Illinois... Ultimi giorni di giugno. Un cane abbaia fuori dalla bottega di un barbiere: una bottega che ha una sola poltrona. Nell'interno, Mr Wyneski, che cammina in cerchio intorno alla sua vittima, un cliente che fa un pisolino nella torrida sonnolenza del mezzogiorno. Nell'interno, me, Ralph Spaulding, un ragazzo di un dodici anni circa, fermo immobile come una statua di bronzo della guerra civile, che tende l'orecchio al vento caldo, con tutti i suoi sensi rivolti a quella polvere che c'è fuori nell'estate calda, un mondo che sembra una panetteria dove nessuno può essere buono o cattivo, e i ragazzi si accontentano di starsene distesi appiccicati ai cani, e i cani si servono dei ragazzi come cuscini, sotto alberi che muovono le foglie che a loro volta sussurrano disperate: Non Succederà Mai Più Niente. L'unico movimento che ci fosse in qualche posto era quello dell'acqua fredda che gocciolava giù dall'enorme blocco di ghiaccio a forma di bara nella vetrina del negozio di chincaglieria. L'unica persona che provasse un po' di fresco in quel momento, nel raggio di chilometri, era Miss Frostbite, l'assistente del prestigiatore girovago, sistemata nell'interno di quella lunga cavità a forma dì donna scavata nel blocco di ghiaccio e messa ormai da tre giorni in vetrina senza, a quel che dicevano, che potesse respirare, mangiare, o parlare. E quest'ultima cosa, io pensavo, doveva essere terribilmente dura per una donna. Per la strada non si muoveva nulla a eccezione del palo rigato esposto fuori dalla bottega del barbiere, che girava lentamente su se stesso per mostrare la striscia rossa, la bianca, e poi la rossa ancora, sgusciando fuori dal nulla per svanire nel nulla, un movimento tra due misteri. «... Ehi...» Rizzai gli orecchi. «... qualcuno sta per arrivare...» «È soltanto il treno di mezzogiorno, Ralph.» Mr Wyneski tagliuzzò qualcosa con quelle sue forbici che sembrano il becco di una cornacchia, occhieggiando nell'orecchio del suo cliente. «È soltanto il treno che arriva a mezzogiorno.» «No...» esclamai, trattenendo il respiro, con gli occhi chiusi, tutto tesi verso quello che succedeva fuori. «Qualcosa sta davvero arrivando...» Udii un lontano fischio che gemeva, desolato, tanto triste da tirarvi fuori l'anima dal corpo. «Tu lo senti, non è vero, Cane?» Cane abbaiò. Mr Wyneski sbuffò. «Cosa può sentire un cane?» «Le cose grandi. Le cose importanti, le coincidenze accidentali. Le collisioni inevitabili. Dicono i cani. Dico io. Diciamo noi.» [...] "Ma, Charlie Dickens, saresti forse tu?!"» L'uomo disteso sul letto rise sommessamente. «"Ma, Charlie," dissi "Mr Dickens, eccovi qui!" e il riflesso nello specchio gridò: "Perbacco, Signore e chi altro potrebbe essere!? Fate un passo indietro. Largo! Sto andando a fare un'importante conferenza!"» «Avete davvero detto così, Mr Dickens?»
«Per i pilastri e i templi della verità di Dio, Pip. E
gli lasciai subito libero il passo! Mi avviai per le strade
di una città sconosciuta e alla fine mi resi subito conto di
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