Copertina
Autore Romolo Bugaro
Titolo Il venditore di libri usati di fantascienza
EdizioneRizzoli, Milano, 2000, La Scala , pag. 193, dim. 140x223x20 mm , Isbn 88-17-86308-4
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe narrativa italiana
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Pagina 11

Mia figlia arrivò a piedi, davanti alla discoteca Indianapolis, verso la mezzanotte. Venti minuti prima, era ancora in casa che si sforzava di leggere Keats per l'esame d'inglese alla scuola interpreti. Ma non riusciva a concentrarsi, e ascoltare musica rock dal mangianastri non l'aveva aiutata.

Davanti all'Indianapolis trovò le solite pattuglie di universitari scocciati in preda all'eccitazione. Dovette aspettare del tempo, prima che il signore giamaicano all'ingresso le desse il via libera per entrare.

Il locale traboccava di gente, come tutti i venerdì notte, e i capelli decolorati in modo aggressivo e le mosse da giaguari erano la tendenza del momento. Forse non per i giovani incazzati dei centri sociali, né per gli alternativi di buona famiglia in cappotti lunghi fino ai piedi che parevano aggiornamenti di torve divise della Wehrmacht. Ma quelli, per fortuna, erano solo una minoranza.

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Pagina 34

Le prime crisi di nervi arrivarono due mesi dopo quei discorsi, ventuno anni fa. Poco a poco, Angela non voleva più andare in ufficio poiché aveva paura della gente. Poco a poco, non le riusciva di dormire per via degli attacchi d'ansia, e una cosa e l'altra.

Un giorno, appena rientrato dalle otto ore in Cocel, Mario l'aveva trovata in cucina che piangeva sprofondata in un'angoscia talmente sorda e priva di contatti col mondo fuori da apparire inconsolabile.

«Amore» le aveva detto, e aveva provato a baciarla e aveva voluto abbracciarla. «Amore mio» le aveva detto. «Cosa ti succede?»

Le parlò cercando di rincuorarla per chissà quanto tempo, ma lei non poteva fermarle, quelle lacrime, e solo gli ripeteva «Non va niente bene, Mario. Non va niente bene».

Le diede dell'acqua, ma lei non la bevve. La chiamò col nomignolo con cui era abituato, alle volte, a chiamarla. Poi. fece daccapo tutte le domande. Interrogò ogni perché.

Il mattino seguente, decise che non poteva aspettare un minuto di più e si mise alla ricerca d'un medico specialista. Si consultò con la signora. Con la dovuta circospezione, domandò in ufficio e ottenne, attraverso l'amico di un amico, il nome d'un paio di specialisti abbastanza famosi.

Cominciarono le visite e cominciarono i colloqui.

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Pagina 48

Non sembrava stesse parlando con un padre in carne e ossa, con dei sentimenti, delle ferite e dei dolori suoi. Sembrava si stesse rivolgendo a una vecchia scarpa sfondata. «Probabilmente, a suo figlio non interessa continuare a studiare.» Così gli fu detto.

E lui, Madonna come c'era rimasto, a sentire quel discorso. Perché fino a quando un ragazzo tornava a casa tardi la sera, se ne andava alla chetichella per qualche giorno, in fondo erano cose che finivano lì. Invece, abbandonare la scuola, a quale padre non sarebbe apparso un gesto talmente definitivo e irrimediabile da decidere il corso d'una vita.

Uno che aveva lavorato in ditta come Mario, capiva l'importanza d'un diploma di ragioniere. Apriva più porte della laurea, alle volte.

Aveva cercato in tutti i modi di farglielo capire, al suo ragazzo. Gli aveva spiegato per filo e per segno i vantaggi, dal punto di vista della retribuzione e della carriera. Ragionava con lui la sera dopo cena, e a volte trascorrevano le mezz'ore, seduti in cucina, davanti al televisore acceso senza volume. Ma era come parlare al muro. A parole, Luca diceva sempre di si, ma il signor Mario lo sentiva che non faceva breccia da nessuna parte.

Dopo, si sarebbe convinto che era stata proprio la scelta di piantare la scuola a rovinarlo del tutto, Luca. A innescare tanti altri disastri. A fargli mancare la terra sotto i piedi, quando avrebbe potuto tirarsi su.

Dopo, si convinse che le cose sarebbero andate diversamente, se lui non avesse avuto da lavorare e non si fosse ritrovato solo. Lo pensava, questo.

Potevi ragionare all'infinito sul ruolo della famiglia e l'influenza dei genitori sui figli e via discorrendo, ma erano solo mezze balle, alla fine. Chi aveva genitori premurosi veniva su meglio di chi aveva il padre alcolizzato o la madre prostituta. Ovvio. Ma appena mettevi da parte i casi estremi, il discorso cambiava subito. Uno era già se stesso fin dall'inizio. Bisognava avere dei figli, per capirlo. Bisognava guardarli mentre crescevano e cambiavano piano piano. Ma non dentro. Che, dentro, restavano com'erano.

Non lo diceva per assolversi da niente, questo.

Mario non voleva assolversi da niente.

Lo diceva solo perché corrispondeva ai suoi pensieri e perché tutto era già successo. E, ormai, non esisteva più il modo di voltarsi indietro e riprovare daccapo.

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Pagina 51

Pochi sfuggivano a questa ferrea legge della durata, della stabilità e dell'organizzazione, e Mario, non solo come cliente, faceva parte della pattuglia dei pochi. Lui non si preoccupava più se il tempo cambiava o no. Potreste crederlo un dettaglio senza importanza, ma, si sappia, non è affatto così. Mario aveva smesso di figurarsi come un semplice lavoratore dentro un cantiere di gru e ponteggi. In un certo modo, aveva smesso d'andare avanti e indietro. Smesso, d'organizzare la propria vita in funzione del lavoro. Intendiamoci, il lavoro continuava a riguardarlo
[...]

 


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