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| << | < | > | >> |Indice
7 INTRODUZIONE
17 I GIORNI PICCOLI
19 La fuga dalle frustrazioni
Armando Biancardi
22 Riflessioni
Gian Piero Motti
26 I falliti
Gian Piero Motti
30 Due anni e mezzo di crisi
Alessandro Gogna
35 L'ONDA DELLA TRASGRESSIONE
37 Ritorno ai monti
Reinhold Messner
40 Tutti lottavamo per la libertà
Reinhard Karl
44 Maturità classica o sul valore
dell'esperienza
Andrea Gobetti
48 Neo alpinista
Paolo Masa
51 IL MITO AMERICANO
55 Il Nuovo Mattino
Gian Piero Motti
62 La peste si diffuse
Reinhard Karl
67 Un salvataggio, un'avventura
Gary Hemming
77 LA GEOGRAFIA DEL MOVIMENTO
79 Il sole nasce in Valle dell'Orco
Nanni Villani
86 Il miracolo della Val di Mello
Giuseppe Miotti
92 Il Sassista
Gruppo Sassisti
94 Il libero cielo triestino
Piero Spirito
100 La pace con l'alpe
Walter Giuliano
102 In montagna si può...
Carlo Possa
104 Il vento leggero del Mediterraneo
Gianni Battimelli
113 LA VOCE DEI TESTIMONI
114 Andrea Gobetti:
non volevamo morire idioti
122 Alessandro Gogna:
il '68 fatto sulle montagne
127 Ettore Pagani:
ognuno pensava di essere immortale
131 Roberto Bonelli:
eravamo cordialmente antipatici
135 Massimo Demichela:
contro l'elitarismo della stupidità
138 Ugo Manera:
e Caporal fu
143 Ivan Guerini:
la luce lontana dei cambiamenti
148 Giuseppe Miotti:
eravamo come bambini
153 Jacopo Merizzi:
una tempesta di donne nude
157 Tony Klingendrath: l'ultimo grande
movimento ottimista dell'Occidente
161 Lamberto Camurri:
una ricerca estetica
163 I TESTIMONI SENZA PAROLA
166 Le due vite di Guido Rossa
Enrico Camanni
185 RASSEGNA ALTERNATIVA
186 Eskimo, corda e penna
Enrico Camanni
192 Schegge di provocazione
Giuseppe Miotti
192 Alpinismo nuovo
Franco Brevini
196 Il Club Alpino Accademico Italiano:
«comodo teatrino per vanitose nullità»
Franco Brevini
199 Occasione perduta, occasione trovata
Mauro Mattioli
207 CONCLUSIONI:
L'ASSIMILAZIONE DELL'UTOPIA
213 FONTI BIBLIOGRAFICHE
| << | < | > | >> |Pagina 26Il manifesto di un'intera generazione di alpinisti inquieti, la denuncia spietata e sincera del suo migliore interprete. Eccone una sintesi. [...] Ma ancora non bastava. Bisognava toccare il fondo. Vuoi per un certo crepuscolarismo di balorda qualità, che ogni tanto affiora nei miei giorni peggiori, vuoi per una certa "voluptas dolendi" che ogni tanto esercita il suo fascino, assunsi la parte dell'uomo deluso e finito e cominciò una recita piuttosto grottesca. Per giustificazione o per meglio mascherare il mio fallimento agli occhi degli altri, mi atteggiai a ribelle nei confronti della società, cercai di entrare nella parte dell'anarchico che disprezza i comuni mortali, che odia la normalità, dell'uomo finito a vent'anni, dalle idee tenebrose e cupe, dai lunghi silenzi. E anche nel vestire cercai di adeguarmi al soggetto proposto: barba, capelli lunghi, abiti logori e sdruciti, atteggiamenti molto posati. Con il risultato che il mio cervello non tollerò più oltre e mi assestò il colpo definitivo. Esaurimento nervoso di grossa portata, con perdita completa del sonno ed un sacco di disturbi fastidiosissimi. Smisi naturalmente di andare in montagna, in tutti i sensi, anche su quella facile e non feci che aggravare le cose. ... Oggi, oggi invece, seppur da un piccolo spiraglio, comincio a rivedere la luce. Ho capito l'errore; troppo a lungo ho vissuto in una piccola stanza dove ho chiuso ermeticamente le finestre e le porte e lì, da solo, nel buio mi sono illuso che il mondo fosse tutto racchiuso fra quattro pareti. Poi, una finestra si è leggermente dischiusa ed un filo di luce vi è penetrato. Seguirà un autunno incerto, un ritorno alla montagna timoroso, ma con animo diverso. Però non ancora tutto era chiarito: anche se cominciavo a star bene, qualcosa ancora nella mia testaccia non funzionava. Incontrerò una sera di inverno Guido Rossa il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l'anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l'errore più grande è quello di vedere nella vita solo l'alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna, e perché? no; ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l'avventura e per stare in allegria insieme agli amici. Io lo so e l'ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo. E poi ci saranno altre persone, tutti gli amici che stupidamente avevo perduto e che ritroverò ad uno ad uno e che mi aiuteranno moltissimo a ritornare quello di prima... [...] E veramente, come disse Seneca, posso rivedere serenamente i giorni del passato. E rivedo tanti volti, tanti uomini per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell'alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che avevano dato e che danno caparbiamente tutto se stessi alla montagna, con l'illusione di trovare un'affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita. Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell'alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stessi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale, allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti ed intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l'incomprensione altrui, la banalità ed il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l'alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibilissimi ed amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l'avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell'alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati [...] Gian Piero Motti "Rivista Mensile del CAI", settembre 1972. | << | < | > | >> |Pagina 55La seconda parte dello storico scritto di Motti affronta gli aspetti filosofici e psicologici del modello californiano, e non trascura neppure la realtà più scabrosa: la droga. Alpinismo come fuga dalla realtà [...] Vediamo ora di andare un po' più a fondo e di analizzare le cause ed i riflessi etici e psicologici dell'alpinismo californiano. A questo proposito si è detto e si è scritto molto, a ragione e a torto; si è parlato di uso di droghe, di ricerca di introspezione dell'io, di filosofia orientale riveduta e corretta. Certo è che l'alpinismo californiano rappresenta un modello assai lontano e diverso da quello che ci è stato fornito in Europa dalla nostra letteratura. Pur non esprimendo alcun giudizio, mi permetterò di esaminare una situazione con i suoi relativi effetti. È bene prima di tutto aver bene in mente il grado di alta civilizzazione, a volte persino esasperata, degli Stati Uniti d'America e soprattutto della California, dove le tensioni sociali, gli attriti e gli assurdi di una certa società si fanno sentire più che altrove. La reazione più giusta e più logica sarebbe quella di restare nell'ambito di questa società, di prendere un chiaro e preciso impegno politico per cercare di migliorare o modificare lo stato di cose. Invece in questo determinato ambiente è facile che insorgano fenomeni di fuga, di rifiuto e di opposizione. Non per nulla il fenomeno hippy è sorto e persiste con le sue più grandi comunità in California, non per nulla un certo genere di musica che spazia da una espressione di rifiuto e di rottura ad un misticismo psichedelico e profetico, ha incontrato qui particolare favore. L'alpinismo in certe condizioni può essere un mezzo di fuga davanti alla angosciosa realtà esistenziale di un modo di vivere pressante e caotico. D'altronde è significativo come l'alpinismo californiano tragga grande ispirazione dalla filosofia e da alcune discipline orientali, soprattutto dallo zen e da certi risvolti dell'induismo, sebbene riveduti e corretti ad uso occidentale. Alla base vi è dunque una forte esigenza di veder chiaro in se stessi, una indagine fine e profonda del proprio io, che accompagna l'azione propriamente detta. L'azione infine non sarebbe che un mezzo per il raggiungimento di una pace interiore e di una verità superiore o almeno presunta come tale. Su questi temi si è magistralmente espresso Doug Robinson nell'articolo Lo scalatore come visionario, cui rimando i lettori desiderosi di approfondire l'interessante problema. Tuttavia, per non generare confusione, mi preme chiarificare esattamente il concetto di visione espresso da Robinson. Il termine visionario non ha nulla a che vedere con il misticismo e non va assolutamente frainteso con l'interpretazione corrente e comune della parola, che richiama apparizioni e visioni di genere extrasensoriale, molto care a tutta la mistica cristiana e forse spiegabili in sede parapsicologica. Robinson per visione intende il potere maggiorato ed acquisito di vedere le cose nella loro integrità e di scoprirle nella loro intima essenza. Ossia, e qui calza il paragone con le discipline orientali, la concentrazione su un oggetto permette non solo di penetrare nell'interno del medesimo, non arrestandosi al suo aspetto esteriore, ma anche di conseguenza di possederlo. È un discorso indubbiamente di grandissimo interesse, che però per la profondità con cui deve essere condotto e per l'esame da svolgere, esula dal compito che ci siamo prefissati in questo scritto. La diretta conseguenza trasferita a livello alpinistico di questi presupposti è un esasperato individualismo, che si manifesta da un lato con atteggiamenti antisociali e dall'altro con la pratica dell'arrampicata solitaria, molto diffusa tra i californiani, intesa non tanto come espressione sportiva e competitiva, ma soprattutto come fenomeno puramente individuale e come ricerca personale di sensazioni non altrimenti raggiungibili. Si tenga presente che una scalata sulle pareti della Yosemite Valley sovente può durare più di dieci giorni (Robbins rimase da solo 17 giorni in parete); è facile che in determinate condizioni di sforzo, isolamento, concentrazione, si possano sviluppare dei processi psichici, forse indagabili con un attento studio delle variazioni biochimiche del corpo, che assai da vicino ricordano quelli ottenibili con l'applicazione metodica delle discipline orientali. A tutta prima la cosa potrebbe sembrare assurda, in quanto lo yoga e lo zen sono proprio un mezzo per uscire dall'angoscia e per raggiungere una perfetta armonia che trova nell'inazione la sua espressione più significativa. Un alpinismo angoscioso e teso in una azione esasperata al conseguimento di un risultato ci sembra decisamente l'opposto. Ma ci pare invece che un certo tipo di alpinismo e un certo modo di concepire l'arrampicata, che per definizione indichiamo con il termine californiano, tralascino decisamente il risultato inteso come meta da raggiungere in un meccanismo autosuperante, caratteristica prima dell'alpinismo europeo di derivazione romantica ed idealista. | << | < | > | >> |Pagina 78Torino era la città più permeata dalle scorie del passato, Torino è stato il primo focolaio della ribellione.
Il suo sogno si è chiamato Nuovo Mattino, il suo
filosofo Gian Piero Motti.
È lo scherzo peggiore che potessero giocargli: ne hanno
fatto un Mito, di quelli con le iniziali maiuscole. Nelle
intenzioni dei suoi protagonisti nasce innanzitutto come
momento di rottura: basta con i codici di comportamento, con
le gerarchie, con gli steccati che condizionano l'alpinismo
torinese dell'epoca. Nelle interpretazioni che ne sono
venute, è diventato una nebulosa tanto carica di significati
e di valori da apparire irreale: un mito, appunto. Stiamo
parlando del Nuovo Mattino, di quella corrente di azione e
di pensiero che agli inizi degli anni Settanta dà uno
scossone al mondo dell'alpinismo torinese. «[...] sarei
molto felice se su queste pareti potesse evolversi sempre
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Scheda con 27093 bytes di citazioni. Pubblicazione completa della scheda in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |