Copertina
Autore Andrea Camilleri
Titolo Il giro di boa
EdizioneSellerio, Palermo, 2003, La memoria 570 , pag. 274, dim. 120x165x16 mm , Isbn 88-389-1860-0
LettoreAngela Razzini, 2003
Classe gialli , narrativa italiana
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Pagina 9

Uno



Nuttata fitusa, 'nfami, tutta un arramazzarsi, un votati e rivotati, un addrummisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati. E non per colpa di una mangiatina eccessiva di purpi a strascinasali o di sarde a beccafico fatta la sira avanti, perché almeno una scascione di quell'affannata insonnia ci sarebbe stata, invece, nossignore, manco questa soddisfazione poteva pigliarsi, la sira avanti aviva avuto lo stomaco accussì stritto che non ci sarebbe passato manco un filo d'erba. Si era trattato dei pinsèri nìvuri che l'avevano assugliato doppo avere sentito una notizia del telegiornale nazionale. «All'annigatu, petri di 'ncoddru» era il detto popolare che veniva esclamato quando una insopportabile serie di disgrazie s'abbatteva su qualche sbinturato. E per lui, che già da qualche mese nuotava alla disperata in mezzo a un mare in timpesta, e si sentiva a tratti perso come un annegato, quella notizia era stata uguale a una vera e propria pitrata tiratagli addosso, anzi una pitrata che l'aviva pigliato preciso 'n testa, tramortendolo e facendogli perdere le ultime, debolissime forze.

Con un'ariata assolutamente indifferente, la giornalista del tg aveva detto che la Procura di Genova, in merito all'irruzione della polizia alla scuola Diaz nel corso del G8, si era fatta pirsuasa che le due bombe molotov, trovate nella scuola, erano state portate lì dagli stessi poliziotti per giustificare l'irruzione. Questo faceva seguito - aveva continuato la giornalista - alla scoperta che l'agente il quale aveva dichiarato di essere stato vittima di un tentativo di accoltellamento da parte di un no-global, sempre nel corso di quell'irruzione, aveva in realtà mentito: il taglio alla divisa se l'era fatto lui stesso per dimostrare la pericolosità di quei ragazzi che invece, a quanto si andava via via svelando, nella scuola Diaz stavano pacificamente dormendo. Ascutata la notizia, per una mezzorata Montalbano era restato assittato sulla poltrona davanti al televisore, privo della capacità di pinsari, scosso da un misto di raggia e di vrigogna, assammarato di sudore. Non aveva manco trovato la forza di susirisi per rispondere al telefono che stette a squillare a longo. Bastava ragionare tanticchia supra quelle notizie che venivano date col contagocce e con governativa osservanza dalla stampa e dalla televisione per farsi preciso concetto: i suoi compagni e colleghi, a Genova, avevano compiuto un illegale atto di violenza alla scordatina, una specie di vendetta fatta a friddo e per di più fabbricando prove false. Cose che facevano tornare a mente episodi seppelluti della polizia fascista o di quella di Scelba. Poi s'arrisolse ad andare a corcarsi. Mentre si susiva dalla poltrona, il telefono ripigliò la camurria degli squilli. Senza manco rendersene conto, sollevò la cornetta. Era Livia.

«Salvo! Dio mio, quanto ti ho chiamato! Stavo cominciando a preoccuparmi! Non sentivi?».

«Ho sentito; ma non avevo voglia di rispondere. Non sapevo che eri tu».

«Che facevi?».

«Niente. Pensavo a quello che hanno detto in televisione».

«Sui fatti di Genova?».

«Sì».

«Ah. Anch'io ho visto il telegiornale».

Pausa. E poi:

«Vorrei essere lì con te. Vuoi che domani prendo un aereo? Possiamo parlarne assieme, con calma. Vedrai che...».

«Livia, ormai c'è poco da dire. In questi ultimi mesi ne abbiamo parlato e riparlato. Stavolta ho preso una decisione seria».

«Quale?».

«Mi dimetto. Domani vado dal Questore e gli presento le dimissioni. Bonetti-Alderighi ne sarà felicissimo».

Livia non reagì subito, tanto che Montalbano ebbe l'impressione che fosse caduta la linea.

«Pronto, Livia? Sei lì?».

«Sono qui. Salvo, a mio parere, tu commetti un errore gravissimo ad andartene così».

«Così come?».

«Arrabbiato e deluso. Tu vuoi lasciare la polizia perché ti senti come chi è stato tradito dalla persona nella quale aveva più fiducia e allora...».

«Livia, io non mi sento tradito. Io sono stato tradito. Non si tratta di sensazioni. Ho sempre fatto il mio mestiere con onestà. Da galantomo. Se davo la mia parola a un delinquente, la rispettavo. E perciò sono rispettato. È stata la mia forza, lo capisci? Ma ora mi siddriai, m'abbuttai».

«Non gridare, ti prego» fece Livia con la voce che le tremava.

Montalbano non la sentì. Dintra di lui c'era una rumorata stramma, come se il suo sangue fosse arrivato al punto di bollitura. Continuò.

«Manco contro il peggio delinquente ho fabbricato una prova! Mai! Se l'avessi fatto mi sarei messo al suo livello. Allora sì che il mio mestiere di sbirro sarebbe diventato una cosa lorda! Ma ti rendi conto, Livia? Ad assaltare quella scuola e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c'erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella!».

Solo allora capì che a fare quel suono che sentiva nella cornetta erano i singhiozzi di Livia. Respirò profondamente.

«Livia?».

«Sì».

«Ti amo. Buonanotte».

Riattaccò. Si curcò. Ed ebbe inizio la nuttata 'nfami.



La vera virità era che il comincio del disagio di Montalbano risaliva a tempo prima, a quando la televisione aveva fatto vidiri il Presidente del consiglio che se la fissiava avanti e narrè per i carrugi di Genova sistemando fioriere e ordinando di togliere le mutanne stese ad asciugare su balconi e finestre mentre il suo ministro dell'interno pigliava misure di sicurezza assai più adatte a una guerra civile imminente che a una riunione di capi di governo: reti d'acciaio che impedivano l'accesso a certe strade, piombatura dei tombini, chiusura delle frontiere e di alcune stazioni, pattugliamento del mare e persino l'installazione di una batteria di missili. C'era - pinsò il commissario - un eccesso di difesa tanto ostentato da costituire una specie di provocazione. Doppo era successo quello che era successo: certo, c'era scappato il morto tra i dimostranti, ma forse la cosa più grave era stato il comportamento di alcuni reparti della polizia che avevano preferito sparare lacrimogeni su pacifici manifestanti lasciando liberi di fare e disfare i più violenti, i cosiddetti black bloc. E appresso c'era stata la laida facenna della scuola Diaz che assomigliava non a un'operazione di polizia, ma a una specie di trista e violenta sopraffazione per sfogare istinti di vendetta repressi.


Tri jorna doppo il G8, mentre infuriavano le polemiche in tutta Italia, Montalbano era arrivato tardo in ufficio. Appena fermò la macchina e scinnì, s'addunò che due imbianchini stavano passando una mano di calce su un muro laterale del commissariato.

«Ah dottori dottori!» fece Catarella vedendolo trasire. «Vastasate ci scrissero stanotti!».

Montalbano non capì di subito:

«Chi ci ha scritto?»

«Non sono a canoscenza di chi fu che scrisse di pirsona pirsonalmenti».

Ma che minchia voleva dire, Catarella?

«Era una lettera anonima?».

«Nonsi dottori, non era gnonima, dottori, murale era. Fu proprio a scascione di questa muralità che Fazio stamatina di presto mandò a chiamari i pittura per scancillari».

E finalmente il commissario si spiegò la presenza dei due imbianchini.

«Che c'era scritto?».

Catarella arrussicò violentemente e tentò un diversivo.

«Con le bombololette spraghi nìvure le avevano scrivute le parolazze».

«Va bene, che c'era scritto?».

«Sbirri farrabuti» arrispunnì Catarella tenendo l'occhi vasci.

«E basta?».

«Nonsi. Macari asasini c'era scrivuto. Farrabuti e asasini».

«Catarè, ma perché te la stai pigliando tanto?».

Catarella parse sul punto di mittirisi a chiangiri.

«Pirchì ccà dintra nisciuno è farrabuto o asasino, a cominzare da vossia, dottori, e a finiri a mia ca sono l'urtima rota del carretto».

Montalbano gli posò a conforto una mano sulla spalla e si avviò verso la sò càmmara. Catarella lo richiamò.

«Ah, dottori! Mi scordai: grannissimi cornuti c'era macari scrivuto».

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Pagina 56

Era contento di non trovarsi al posto di Riguccio. Il Questore si era messo d'accordo con la Capitaneria la quale comunicava direttamente alla Questura di Montelusa ogni arrivo di extracomunitari. E allura Riguccio si partiva verso Vigàta con una teoria di pullman requisiti, automezzi carrichi di poliziotti, ambulanze, jeep. E ogni volta, tragedie, scene di chianti e di duluri. C'era da dare adenzia a fìmmine che stavano partorendo, a picciliddri scomparsi nella confusione, a pirsone che avivano perso la testa o che erano addiventate malate durante viaggi interminabili passati sopracoperta all'acqua e al vento. Quanno sbarcavano, l'aria frisca del mare non arrinisciva a disperdere l'odore insopportabile che si portavano appresso, che non era feto di gente mala lavata, ma feto di scanto, d'angoscia, di sofferenza, di disperazione arrivata a quel limite oltre il quale c'è sulamenti la spiranza della morti. Impossibile restare indifferenti e per questo Riguccio gli aveva confessato che non reggeva più.

Quanno arrivò sul porto, il commissario vitti che la prima motovedetta aviva già calato la passerella. I poliziotti si erano disposti su due file a formare una specie di corridoio umano fino al primo pullman che aspittava col motore addrumato. Riguccio, che era ai pedi della passerella, ringraziò appena Montalbano e inforcò gli occhiali. Il commissario ebbe l'impressione che il suo collega manco l'avesse raccanosciuto, tanto era attento a controllare la situazione.

Doppo, Riguccio desi il via allo sbarco. La prima a scinniri fu una fìmmina nìvura con una panza accussì grossa che pariva dovisse sgravarsi da un momento all'altro. Non ce la faceva a dari un passo. L'aiutavano un marinaro della motovedetta e un altro omo nìvuro. Arrivati all'ambulanza, ci fu turilla pirchì il nìvuro vuriva acchianarci 'nzemmula alla fìmmina. Il marinaro tentò di spiegare ai poliziotti che sicuramente quello era il marito, pirchì durante la traversata era stato sempre abbrazzato a lei. Non ci fu verso, non era possibile. L'ambulanza se ne partì a sirena addrumata. Allura il marinaro pigliò sottovrazzo il nìvuro che si era messo a chiangiri e l'accompagnò al pullman, parlandogli fitto fitto. Pigliato di curiosità, il commissario s'avvicinò. Il marinaro gli discurriva in dialetto, doviva essiri veneziano o di quelle parti, e il nìvuro non ci capiva nenti, ma si sintiva confortato l'istisso dal sono

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