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| << | < | > | >> |Indice
Prologo IX
Il pomo della discordia: può una macchina
pensare?
Il maratoneta 5
Un maratoneta a Cambridge, p. 5 -
'Entscheidungsproblem': la sfida del grande
vecchio, p. 9 - La 'macchina universale',
p. 12 - Ancora una volta secondo, p. 15
Golem. L'uomo crea l'uomo? 18
Mito e leggenda, p. 20 - Storia (e
preistoria) degli automi, p. 24 - Un sogno
antico, p. 29
Schede: Le prime macchine calcolatrici,
p. 32
L'inventore irascibile e la figlia del poeta 35
Ada e Charles, p. 36 - Dal 'motore delle
differenze' al 'motore analitico': dalla
calcolatrice al computer, p. 39 - La prima
progranunatrice al lavoro, p. 44 - Fra il
sublime e il ridicolo: morte di un
inventore, p. 47
Enigma 50
Il maratoneta e il mago, p. 52 - Matematico
e agente segreto, p. 56 - Bletchley Park e
l''Enigma', p. 59 - L''Asso' nella manica,
p. 62 - Manhattan Project, p. 64 - Un
dinosauro dal cervello di zanzara, p. 68 -
Calcolatrici, calcolatori... o 'cervelli
elettronici'?, p. 71 - Un bambino
elettronico, p. 75 - Il 'gioco dell'
imitazione' e la macchina ingannatrice,
p. 77
Schede: Nasce il computer, p. 72
La mela morsicata - macchine che imparano,
ragionano, comunicano
Il gioco, palestra del pensiero 83
Azzurro profondo, color di sconfitta,
p. 83 - Cosa non possono fare i computer?,
p. 84 - Macchine per giocare, p. 87 - Il
giocoliere prudente, p. 89 - 'Le leggi del
pensiero': un messaggio dall'inconscio, p.
90 - Logica ed elettricità, p. 94 - Il
teorema 'minimax', p. 98 - Giocatori che
usano il 'fiuto'..., p. 100 - Giocatori che
imparano, p. 102 - Giocatori che usano la
forza bruta, p. 104 - Paura di giocare?, p.
108
Schede: Scacchi e computer, p. 106
Il 'ragionamento automatico': intelligenza
o meccanismo ad orologeria? 112
Una disciplina orfana e senza casa, p.
113 - Morte di un mago, p. 114 - Turing: da
eroe a criminale, p. 116 - La mela
avvelenata: morte di un matematico
maratoneta, p. 118 - I tre Re Magi dell'IA,
p. 119 - Il 'teorico di logica', p. 121 -
Un computer tuttofare, p. 124 - Gli altri
tentativi, p. 126 - I primi successi e le
prime delusioni, p. 128 - Sistemi esperti,
p. 130 - Funzionano i sistemi esperti?, p.
133 - Sistemi (esperti) che imparano da sé,
p. 135 - Un sistema esperto è intelligente?
, p. 138 - Am, matematico autodidatta, p.
141 - Cyc: l'enciclopedia diventa persona?,
p. 144
Leggere, parlare, ascoltare 148
Terapia al silicio, p. 149 - Parry,
computer paranoico, p. 151 - Un miliardario
adotta il test di Turing, p. 154 - Quando
il vocabolario non basta, p. 157 - Un
inglese a Palo Alto, p. 159 - Shrdlu, robot
virtuale in un mondo di giocattoli, p. 161
- Dimmi perché parli, capirò cosa dici, p.
163 - Alfresco: varie modalità di
comunicazione, p. 164
Dall'automa al robot 168
Il robot prima del robot: l'automa
degli scrittori, p. 169 - Macchine simili
ad animali, animali visti come macchine, p.
173 - Bambini prodigio e cannoni antiaerei,
p. 180 - Timonieri e cervelli, p. 182 - Fra
distrazione e furbizia, nasce la
cibernetica, p. 186 - Tartarughe, topi,
scoiattoli elettronici: un cyberzoo, p. 189
- Il robot operaio..., p. 190 - Robot e IA,
p. 194 - Gli elefanti non giocano a
scacchi, ovvero un insetto sconfigge Hal,
p. 197 - Cog e Kismet: i nuovi bebè
elettronici, p. 201 - Robot di oggi e di
domani, p. 206 - Dove vivono i ricordi, p.
209 - 'Reti neurali': come costruire un
cervello artificiale, p. 211 - Computer che
ascoltano e parlano, che leggono e
guardano, p. 215 - Algoritmi genetici: il
programmatore è l'evoluzione, p. 220 - Vita
artificiale: il fantasma nella macchina, p.
222 - Intelligenza distribuita: un tema
forte della nuova IA, p. 224 - Verso i
computer affettivi, p. 231
Schede: Androidi, robot e cyborg celebri
della letteratura, del cinema e del
fumetto, p. 174 - I primi esseri
cibernetici, p. 191 - I primi robot operai,
p. 192 - Robot umanoidi nel mondo, p. 204
Una mela matura? Verso la mente artificiale
La guerra dell'IA 239
L'uomo in nero e la macchina del tempo,
p. 240 - L'Intelligenza Artificiale è
impossibile?, p. 543 - Il teorema di Gödel:
l'impossibilità matematica dell'IA... e
l'esistenza dell'anima, p. 245 - Dentro la
stanza cinese: l'Intelligenza Artificiale è
impossibile filosoficamente?, p. 252 -
Moravec, de Garis e gli altri visionari:
nascerà la 'superintelligenza'?, p. 257 -
Bioetica dell'artificiale: è giusto creare
la mente artificiale?, p. 263 - Epilogo:
uno sguardo al futuro, p. 266
Schede: L'IA e le donne, p. 269
Bibliografia 273
Sulla carta, p. 275 - In rete, p. 278
Ringraziamenti 281
| << | < | > | >> |Pagina 5Cambridge, primavera 1936. Un giovanotto dal corpo slanciato e l'aspetto goffo entra correndo nel viale del King's College. Calzoncini da maratoneta, scarpe da ginnastica, una maglietta non proprio impeccabile, una cartellina sotto il braccio: 'il Prof.', come lo chiameranno presto i vicini di casa, non ha l'aspetto che la gente attribuirebbe a un matematico. Eppure Alan Mathison Turing, ventiquattrenne bruno, solitario, deriso per la voce stridula e sgraziata, sta correndo in facoltà a consegnare un articolo grazie al quale un giorno verrà considerato scienziato fra i più geniali del secolo.
Lui non lo sa. Ma è soddisfatto, vuole festeggiare la
conclusione di un lavoro difficile. In copertina un titolo
incomprensibile:
Sui numeri computabili, con una applicazione
all'"Entscheidungsproblem".
Dentro, una scoperta matematica di rara bellezza.
L'idea della 'macchina universale'.
Alan Turing era giunto al King's College in maniera piuttosto anomala, e certo non era figura tipica di quell'ambiente di anime sofisticate: era appassionato di maratona, ciclismo, canottaggio, in una università in cui molti intellettuali disprezzavano l'attività fisica. Compariva spesso in facoltà con le unghie sporche o la barba incolta, alle ore più improbabili (anche di notte, e durante la guerra anche con il coprifuoco). Non era raro che indossasse la giacca del pigiama al posto della camicia, o che giocasse a tennis con un impermeabile sotto il quale non indossava nulla. Frequentava poco il circolo accademico, e quando lo faceva lasciava interdetti i colleghi allontanandosi di scatto, senza una parola, tutte le volte che la conversazione gli appariva poco interessante. Alan era così da sempre, e ciò gli aveva procurato difficoltà in ambito scolastico e accademico. Da bambino adorava passare le giornate inventando esperimenti di chimica, o a volte immobile nel prato «per guardar crescere le margherite», come disse la madre fra il divertito e il preoccupato. Mostrava capacità di intuizione straordinarie e leggeva moltissimo, ma le sue pagelle furono sempre pessime. Alle scuole medie l'insegnante di lettere, classificandolo ultimo della classe, scrisse: «Io posso perdonare la sua calligrafia, sebbene sia la peggiore che abbia mai visto, e posso tentare di accogliere in maniera tollerante la sua inesattezza costante, il suo lavoro trasandato e sporco. [...] Ma non posso perdonare la stupidità del suo atteggiamento verso una sana discussione sul Nuovo Testamento». In latino era penultimo, e il professore lo definiva «ridicolmente indietro». In scienze era valutato appena sufficiente, nonostante leggesse già gli articoli di Einstein sulla teoria della relatività e sapesse calcolare le orbite dei pianeti. Il preside scrisse alla madre: «è il tipo di ragazzo condannato a rappresentare un problema in ogni tipo di scuola o comunità». Risultato: Turing riuscì a diplomarsi a stento. Eppure nel 1931 entrò al King's College. Cosa era successo? Il miracolo si chiamava Christopher Morcom, ed era comparso nella vita di Turing nel 1928. Si erano conosciuti al corso di scienze. Christopher, un anno più grande di Alan, sembrava disegnato per incarnare i sogni di ogni professore e genitore nell'Inghilterra benpensante: mente brillante in ogni settore dello scibile, ragazzo impeccabile, elegante e ordinato, gentile, amabile, attraente. Fra i due poteva nascere solo odio o amore. Fu amore. | << | < | > | >> |Pagina 9'Entscheidungsproblem': la sfida del grande vecchioL'articolo di Turing rispondeva a una sfida mondiale lanciata dal matematico David Hilbert nel 1928: l' Entscheidungsproblem, o 'problema della decisione' (o anche problema 'della decidibilità'). La domanda all'apparenza era innocua: esiste sempre una maniera rigorosa di stabilire, 'decidere', se un certo enunciato matematico sia vero o falso? Che 1+1=2 sia una verità, o che l'equazione 2x5=O sia falsa, è immediatamente visibile a tutti. Ma è sempre così? Č sempre possibile capire, decidere se una proposizione matematica è vera o meno? Non è difficile trovare esempi di enunciati matematici di cui sia incerta la verità. Un caso famoso è quello della cosiddetta congettura di Goldbach, secondo la quale tutti i numeri interi pari, maggiori di 2, sono la somma di due numeri primi (ad es.: 4=3+1, 6=5+1, 8=5+3, 24=17+7, ecc.). Che ciò sia vero è stato verificato al computer per numeri pari enormi. Ma come sapere se è vero sempre, per tutti gli infiniti numeri pari che esistono? Fino a poco tempo fa, l'esempio più celebre di congettura di cui non fosse certa la verità era il cosiddetto ultimo teorema di Fermat. Fu dimostrato nel 1995 dall'inglese Andrew Wiles, con un lavoro di un centinaio di pagine difficilissime. Hilbert aveva proposto il problema della decidibilità assieme ad altri due altrettanto spinosi: quello della 'completezza' e quello della 'coerenza'. Interrogarsi sulla completezza della matematica significava per Hilbert porsi il quesito: siamo certi che non esistano in matematica enunciati veri ma non dimostrabili? E col problema della coerenza si chiedeva: come possiamo esser sicuri che la matematica non nasconda contraddizioni fra i suoi assiomi? Come possiamo dimostrare che non accadrà mai di ritrovarsi, partendo da un enunciato vero e compiendo solo passaggi matematici corretti, a un'assurdità del tipo 2+2=0? Nato nel 1862 a Königsberg (come Immanuel Kant), attuale Kaliningrad, Russia, David Hilbert, professore di matematica all'Università di Göttingen, era un ometto agile e sportivo, camminatore instancabile, amante del pattinaggio, giardiniere provetto, nonché figura centrale della matematica mondiale di inizio Novecento. Divenne celebre a ventisei anni, per un articolo rivoluzionario in un'area estremamente astratta nota come teoria degli invarianti. Ma Hilbert credeva nell'obbligo morale di occuparsi di ogni settore della propria disciplina. Scrisse: «Dobbiamo chiederci se la matematica stia per sperimentare ciò che altre scienze hanno visto accadere da tempo, ovvero il frammentarsi in sottodiscipline specialistiche i ricercatori di ciascuna delle quali si capiscono a mala pena l'un l'altro [...]. La scienza della matematica, come io la vedo, è un tutto indivisibile, un organismo la cui abilità di sopravvivere poggia sulla connessione fra le parti». E i suoi contributi, in effetti, spaziavano dalla fisica matematica al calcolo delle variazioni, dall'analisi funzionale alle equazioni integrali. Nel 1899 studiò gli assiomi della geometria e il suo libro, Fondamenti della geometria, fu giudicato da molti il più importante del settore dai tempi di Euclide. Verso il 1909, lavorando nell'ambito dell'analisi funzionale, concepì uno spazio vettoriale a infinite dimensioni che oggi ha importanza cruciale in fisica quantistica. Nel 1915, un anno prima di Einstein, ideò le equazioni di campo per la relatività generale, ma non rivendicò mai la priorità della scoperta. Non era la prima volta che Hilbert lanciava una sfida ai colleghi di tutto il mondo. Al primo congresso internazionale dei matematici, svoltosi a Parigi nel 1900, tenne una conferenza in cui tentava di prevedere quali sarebbero stati gli sviluppi della matematica nel ventesimo secolo. Li individuò in ventitré problemi, insoluti da anni o da secoli, e da lui giudicati di importanza cruciale. Nei decenni successivi le migliori menti matematiche gareggiarono per risolvere i quesiti di Hilbert. Non riuscirono in tutti: oggi i matematici aprono il secolo ventunesimo con l'amaro in bocca di non aver saputo concludere il compito affidato loro un secolo fa. Nel 1928, ormai venerato come grande vecchio delle scienze matematiche, Hilbert aveva rilanciato tre dei problemi, scelti fra quelli che riguardavano i fondamenti, le basi logiche di tutta la matematica: quello della coerenza, quello della completezza, quello della decidibilità. Nel 1931 il logico austriaco Kurt Gödel (di cui parleremo ancora) aveva chiarito i primi due. Cinque anni dopo un giovane sconosciuto di nome Alan Turing risolse il terzo quasi per gioco. Con una macchina immaginaria. | << | < | > | >> |Pagina 181800. In una Praga misteriosa e disperata un essere magico vive negli incubi e nelle storie sussurrate degli abitanti del ghetto. Non è un uomo, ma ha le sembianze di un uomo. Non è un uomo, ma è altrettanto pericoloso. Non è un uomo. Ma dall'uomo fu generato. Č Golem, il mostro d'argilla. Č Golem il giallo, il Magico, l'artificiale, la Statua Vivente. L'uomo creato dall'uomo, il fango che si fa vita, la macchina che diventa persona. «Mi misi a percorrere con lo sguardo le case stinte, che parevano accovacciate l'una di fronte all'altra come vecchi animali neghittosi nella pioggia. Che aria squallida e cadente avevano tutte. Stavan lì addossate senza criterio, come erbacce spuntate dal terreno. [...] Sotto il fosco cielo parevano giacere nel sonno, e nulla si avvertiva di quella vita perfida e ostile che talvolta par da esse emanare, quando la nebbia delle sere autunnali che ristagna nelle vie ne vela e dissimula la quasi impercettibile mimica. [...] E prende a sfilarmi nella mente tutta quella gente strana che abita queste case come fantasmi, come esseri - non nati da madri - che in quel che pensano e fanno sembrano consistere di tanti pezzi messi insieme a casaccio [...]. Inavvertita riaffiora in me la leggenda del Golem misterioso, la leggenda dell'uomo artificiale, cui un tempo un rabbino versato nella Cabalah, qui nel ghetto, diede forma dall'Elemento [...]. E come quel Golem s'irrigidiva a inerte fantoccio nell'istante medesimo che gli si togliesse dalla bocca la segreta sillaba della vita, così anche tutti questi uomini, temo, non possono che crollare a un tratto inanimati, sol che si cancelli dal cervello dell'uno quel certo misero concettucolo, quell'aspirazione di nessun conto, quell'inutile abitudine, da quello dell'altro semplicemente quella sorda attesa di qualcosa di indeterminato, d'inconsistente e labile affatto. Quale terribile, inesausto attendere, quale perenne stare all'agguato in queste creature!».
Così in toni cupi e a tratti antisemiti,
Gustav Meyrink,
banchiere bavarese, racconta nel 1915 la storia inquietante
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Scheda con 74163 bytes di citazioni. Scheda con Riferimenti bibliografici. Scheda parziale. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |