Copertina
Autore Bruce Chatwin
Titolo In Patagonia
EdizioneAdelphi, Milano, 2002 [1982], Biblioteca Adelphi 117 , pag. 268, dim. 140x220x20 mm , Isbn 88-459-0493-8
OriginaleIn Patagonia [1977]
TraduttoreMarina Marchesi
LettoreRiccardo Terzi, 1996
Classe viaggi , narrativa inglese
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Pagina 9

Nella stanza da pranzo della nonna c'era un armadietto chiuso da uno sportello a vetri, e dentro l'armadietto un pezzo di pelle. Il pezzo era piccolo, ma spesso e coriaceo, con ciuffi di ispidi peli rossicci. Uno spillo arrugginito lo fissava a un cartoncino. Sul cartoncino c'era scritto qualcosa con inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo, allora, per leggere.

«Cos'è questo?».

«Un pezzo di brontosauro».

La mamma conosceva i nomi di due animali preistorici: il brontosauro e il mammut. Sapeva che questo non era un mammut. I mammut venivano dalla Siberia.

Il brontosauro, come poi ho imparato, era annegato nel Diluvio perché Noè lo aveva giudicato troppo grosso per essere imbarcato sull'Arca. Me lo figuravo irsuto, con movimenti pesanti e rumorosi, artigli, zanne e una maligna luce verde negli occhi. A volte irrompeva rovinosamente attraverso il muro della mia camera, svegliandomi di soprassalto.

Questo particolare brontosauro era vissuto in Patagonia, regione del Sud America all'estremo limite del mondo. Migliaia di anni prima era caduto in un ghiacciaio, era disceso lungo il fianco di una montagna in una prigione di ghiaccio azzurro ed era arrivato in fondo in perfette condizioni. Qui lo trovò Charley Milward il Marinaio, cugino della nonna.

Charley Milward era capitano di un mercantile colato a picco all'entrata dello Stretto di Magellano. Scampato al naufragio si stabilì nelle vicinanze, a Punta Arenas, dove divenne direttore di un cantiere di riparazioni navali. Charley Milward me lo immaginavo come un dio fra gli uomini - alto, taciturno e forte, con neri favoriti e fieri occhi azzurri. Portava il berretto da marinaio inclinato su un lato e l'orlo degli stivali piegato all'ingiù.

Appena vide il brontosauro spuntare dal ghiaccio capì subito cosa bisognava fare: lo tagliò a pezzi, salò i pezzi e li mise in barili che spedì via mare al Natural History Museum di Londra. Nella mia immaginazione vedevo sangue e ghiaccio, carne e sale, squadre di indios al lavoro e file di barili lungo la spiaggia: un lavoro gigantesco e del tutto inutile. Infatti, durante il viaggio attraverso i tropici il brontosauro si decompose e a Londra arrivò soltanto un ammasso di roba putrefatta. Ecco perché al museo si possono vedere le ossa del brontosauro, ma non la pelle.

Per fortuna, però, il cugino Charley aveva mandato quel pezzetto di pelle alla nonna.

La nonna viveva in una casa di mattoni protetta da una siepe di alloro dalle foglie picchiettate di giallo, con alti camini, frontoni appuntiti e un giardino pieno di rose rosso-sangue. Dentro si sentiva odor di chiesa.

Non ricordo molto della mia nonna tranne la sua grande mole. Solevo arrampicarmi sul suo gran seno oppure osservarla di nascosto per vedere se riusciva ad alzarsi dalla sedia. Sopra di lei era appesa una serie di ritratti, grasse e burrose facce di ricchi olandesi annidate in bianchi collari. Sulla mensola del camino c'erano due nanerottoli giapponesi, con occhi d'avorio rossi e bianchi sporgenti dalla testa come quelli delle lumache. Giocavo con questi o con una scimmietta tutta snodata, un giocattolo tedesco, senza tuttavia smettere di tormentare la nonna chiedendole in continuazione di darmi il pezzo di brontosauro.

Mai in vita mia ho tanto desiderato una cosa quanto quel pezzo di pelle. La nonna diceva che un giorno, forse, l'avrei avuto. E quando morì io dissi: «Ora lo posso avere, quel pezzo di brontosauro». Ma la mamma disse: «Oh, quella roba! Ho paura che l'abbiamo buttata via».

A scuola risero della storia del brontosauro. Il professore di scienze disse che mi ero confuso col mammut siberiano. Agli allievi raccontò di scienziati russi che avevano pranzato con mammut congelato e mi disse di non raccontare frottole. Oltre tutto, aggiunse, i brontosauri erano rettili. Non avevano peli, ma una corazza di pelle squamosa. E ci mostrò una ricostruzione dell'animale eseguita da un disegnatore - così diverso da come me lo ero immaginato - color grigio verde, con la testa piccola e una gigantesca serie di gibbosità lungo le vertebre, nell'atto di mangiare placidamente erbaccia in un lago. Mi vergognai del mio peloso brontosauro, ma sapevo che non era un mammut.

Ci vollero parecchi anni prima che la verità saltasse fuori. L'animale di Charley Milward non era un brontosauro, ma un milodonte o bradipo gigante. Charley non aveva mai trovato un esemplare intero e neppure un intero scheletro, ma soltanto un po' di pelle e qualche osso, conservati dal freddo, dal secco e dal sale, in una caverna sul Last Rope Sound, nella Patagonia cilena. Aveva spedito la sua raccolta in Inghilterra, vendendola al British Museum. Questa versione della storia era meno romantica, ma aveva il pregio di essere vera.

Il mio interesse per la Patagonia sopravvisse alla perdita della pelle, perché la guerra fredda fece nascere in me la passione per la geografia.

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Pagina 16

A La Plata abitava Fiorentino Ameghino, solitario autodidatta figlio di immigrati genovesi, nato nel 1854, che morì direttore del Museo Nazionale. Aveva cominciato a collezionare fossili da ragazzo; più tardi aprì un negozio di articoli di cancelleria, che chiamò El Gliptodonte, nome del suo animale favorito. Alla fine i fossili scacciarono la cancelleria e ne occuparono il posto; ma Ameghino, a quel tempo, era ormai famoso in tutto il mondo per le sue numerose pubblicazioni e i suoi fossili tanto strani.

Suo fratello minore, Carlos, esplorava le barrancas della Patagonia, mentre Fiorentino stava a casa a classificare i fossili. Aveva un meraviglioso potere di immaginazione e riusciva a ricostruire un animale gigantesco da minimi frammenti di denti o di artigli. Aveva anche un debole per i nomi colossali. Chiamò un animale Florentinoameghinea e un altro Propalaeohoplophorus. Amava il suo paese con la passione degli immigrati della seconda generazione e talvolta il patriottismo gli dava alla testa. In una pubblicazione contestò in massa le teorie scientifiche del suo tempo.

Circa cinquanta milioni di anni fa, quando i continenti si spostavano, i dinosauri della Patagonia erano molto simili ai dinosauri del Belgio, del Wyoming e della Mongolia. Estinti i dinosauri, il loro posto fu preso da mammiferi a sangue caldo. Gli scienziati che studiarono il fenomeno fecero l'ipotesi che i nuovi venuti provenissero dall'emisfero settentrionale, da dove erano partiti per colonizzare il mondo.

I primi mammiferi che raggiunsero il Sud America furono delle strane specie, note ora come notoungulati e condilartri. Poco dopo il loro arrivo il mare si aprì un varco attraverso l'istmo di Panama e li tagliò fuori dal resto del Creato. Senza carnivori che li molestassero, i mammiferi del Sud America si svilupparono in forme sempre più strane. C'erano i giganteschi bradipi, i toxodonti, i megateri e i milodonti. C'erano porcospini, formichieri e armadilli; liptoterni, astrapoteri e la macrauchenia (simile a un cammello con la proboscide). Poi l'istmo di Panama riemerse e una moltitudine di più efficienti mammiferi nordamericani, come il puma e la tigre coi denti a sciabola, si precipitò a sud e spazzò via molte specie indigene.

Al dottor Ameghino non piaceva questa versione zoologica della dottrina di Monroe. Alcuni animali del Sud, è vero, si opposero all'invasione nordista. Piccoli bradipi arrivarono nell'America Centrale, l'armadillo arrivò nel Texas e il porcospino nel Canada (il che dimostra che non c'è invasione senza contro-invasione). Ma questo non bastava a soddisfare Ameghino. Fece il suo dovere verso il suo paese e inverti la cronologia. Alterò l'evidenza per dimostrare che tutti i mammiferi a sangue caldo avevano avuto origine in Sud America e erano andati al Nord. Alla fine si lasciò andare completamente: pubblicò un saggio nel quale formulava l'ipotesi che lo stesso Uomo fosse emerso dal suolo della patria; ecco perché, in taluni ambienti, il nome di Ameghino è posto accanto a quelli di Platone e di Newton.

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Pagina 26

La Patagonia comincia sul Rio Negro. A mezzogiorno l'autobus attraversò un ponte di ferro sul fiume e si fermò davanti a un bar. Una donna india scese col figlio. Con la sua roba aveva occupato due posti. Masticava aglio e portava dei tintinnanti orecchini di oro vero e un cappello bianco rigido, appuntato con spilloni alle trecce. Una smorfia di disgusto passò sul volto del figlio mentre la donna trafficava per scendere coi suoi pacchi sulla strada.

Le case del villaggio erano di mattoni, con tubi di stufa neri e sopra un intrico di fili elettrici. Dove finivano le case di mattoni, cominciavano le catapecchie degli indios, fatte con casse da imballaggio, fogli di plastica e tela di sacco.

Un uomo risaliva la strada, con un cappello di feltro marrone tirato giù sulla faccia. Portava un sacco di tela e camminava in mezzo a nuvole di polvere bianca, diretto verso la campagna. Alcuni bambini, riparati sotto l'arco di una porta, tormentavano un agnello. Da una capanna usciva il rumore di una radio e di grasso che friggeva. Apparve un braccio rigonfio che gettò un osso a un cane, che lo prese in bocca e scappò via.

Gli indios erano lavoratori emigrati dal Cile meridionale. Erano indios araucani. Un centinaio d'anni fa gli araucani erano incredibilmente feroci e coraggiosi. Si dipingevano il corpo di rosso, scorticavano vivi i nemici e succhiavano il sangue dal cuore dei morti. L'educazione dei figli consisteva in hockey, cavalcate, bevande alcooliche, arroganza e atletica sessuale. Per tre secoli gli araucani fecero impazzire di paura gli spagnoli. Nel sedicesimo secolo Alonso de Ercilla scrisse un poema epico in loro onore e lo intitolò La Araucana. Voltaire lo lesse e per opera sua gli araucani divennero candidati a impersonare il Nobile Selvaggio (versione violenta). Gli araucani sono ancora molto forti e ancor più lo sarebbero se smettessero di bere.

Fuori dal villaggio c'erano piantagioni irrigate di mais e di zucche e frutteti di ciliegi e di albicocchi. Lungo la riva del fiume i salici erano tutti germogliati e mostravano l'argento che brilla sotto le loro foglie. Gli indios avevano tagliato dei vincastri, lasciando sui tronchi delle bianche ferite e nell'aria l'odore della linfa. Il

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