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| << | < | > | >> |Indice
DECRETO DELLA PRESIDENZA GENERALE III
INTRODUZIONE di Gino Strada 11
EMERGENCY - REPORT 1994-2001 11
TALIBAN di Giulietto Chiesa 23
CRONOLOGIA AFGHANA 1973-2001 23
Nascita di una leggenda 25
L'etnia pushtun 27
Cambio dei vettori strategici 34
La partita globale 39
La Russia e l'Asia centrale ex sovietica 39
Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita 44
Il Pakistan e l'oppio 45
Le vie del petrolio 48
Schieramenti inediti 54
Chi sono i taliban? 55
L'Afghanistan affonda 60
Un regime in agonia 63
2001: RACCONTI DI UN VIAGGIO IN AFGHANISTAN
di Giulietto Chiesa e Vauro
Il coraggio sotto il burqa, di Vauro 69
KABUL
Arrivo a Kabul, di Giulietto Chiesa 77
Una città invisibile, di Vauro 85
Il turbante e il kalashnikov, di Vauro 92
Cadranno presto?, di Giulietto Chiesa 96
Hanno spento la luce, di Giulietto Chiesa 101
L'ospedale Karte-se di Kabul, di Vauro 109
L'isola bianca di Emergency, di Vauro 114
Un catino di guai, di Vauro 121
NELLA VALLE DEL PANSHIR
L'Afghanistan spezzato, di Vauro 127
Da Kabul alla valle del Panjshir,
di Giulietto Chiesa 136
Bambini profughi nella terra di nessuno,
di Vauro 143
Anabah, dí Giulietto Chiesa 150
La cittadella di Anabah.
Incontro con Gino Strada,
di Vauro 158
Quell'unico made in Italy che ci piace,
di Vauro 165
PICCOLA STORIA AFGANA, di Vauro CLXVII
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| << | < | > | >> |Pagina 11Non è facile scrivere una introduzione a un libro, almeno per me. Se poi il libro riguarda l'Afghanistan, credo allora diventi molto difficile per tutti. Perché l'Afghanistan resta uno dei Paesi (ma è davvero un Paese?) più misteriosi del pianeta e più difficili da capire. Ci ho trascorso quattro anni, e ancora mi stupisco della mia ignoranza e della inestricabde difficoltà nel mettere insieme qualche idea che vada oltre la sensazione e abbia una parvenza di razionalità. Racconta un'antica storia afghana che quando Dio creò la Terra decise anche dove piazzare i diversi Paesi: qui l'Italia, più su la Germania, per poi infilarci l'Austria e la Svizzera, o qualcosa di simile. Una volta iniziato questa specie di gioco, dopo aver posato i primi pezzi del puzzle, Dio fu costretto, si racconta, ad adattare un po' i confini, limando e tagliando, in modo da incastrare tutti i Paesi del pianeta. Alla fine si trovò con tanti ritagli, striscioline, spigoli, coriandoli, roba di scarto insomma. Allora prese il tutto e lo gettò nel buco che, sul mappamondo, era rimasto vuoto tra il Medio Oriente, l'Asia centrale e il subcontinente indiano. E disse: «Questo è l'Afghanistan!» Ho dubbi seri che sia andata davvero così, ma sta di fatto che nel «buco» - grande poco più di due volte l'Italia - sono finiti cinquantacinque gruppi etnici che parlano oltre una ventina di lingue. Noi, in modo molto semplificato, li chiamiamo «afghani». Ma se chiediamo loro, la risposta sarà diversa, nessuno si autodefinirà afghano ma piuttosto pustbun, tagiko, hazarà, uzbeko... Non solo, incontreremmo chi si definisce khandahari o panjchiri dal nome della città o della valle da cui proviene. Una simile babele etnico-linguistica non avrebbe, probabilmente, potuto perpetuarsi senza l'aiuto fornito dalle caratteristiche geografiche della «terra degli afghani», una terra inaccessibile e inospitale. Verso est, strette valli annidate tra le montagne dell'Hindukush - l'estensione occidentale delle catene del Karakorum e dell'Himalaya - chiuse da metri di neve la più parte dell'anno; a ovest, verso l'altopiano iraniano, il pietroso Dasht-i-Margo, il «deserto della morte», e il deserto di sabbia del Registan. Questo è l'Afghanístan, molto più di Kabul o Herat o Mazar-i-Sharif, città di immensa storia e cultura: un Paese dove spostarsi, ancora oggi, è una avventura continua, dove si parte senza mai sapere se e quando si arriverà a destinazione. Ce ne siamo resi conto ogni volta che abbiamo dovuto fare arrivare camion di medicine e apparecchiatura per gli ospedali di EMERGENCY: percorrere i trecento chilometri che separano il Tagikistan dalla valle del Panshir ha richiesto ventidue giorni di viaggio. Sembrerebbe che la terra, in questa parte del mondo, così come le tribù che la popolano, facciano di tutto per mantenersi inviolabili al resto del mondo. Eppure... Da sempre l'Afghanistan è stato un crocevia fondamentale tra la Cína, l'India, l'Asia centrale e l'Europa. Attraverso la «Via della Seta» e le sue diramazioni sono passati oro e argento, tessuti e lapislazzuli, cotone e spezie, ambre e coralli, lana e pellicce. E, fin da allora, anche armi e droghe. Un passaggio obbligato, insomma, dove gli abitanti hanno pagato e pagano un prezzo inimmaginabile per il solo fatto di trovarsi in un'«area strategica» o in uno «Stato cuscinetto». Negli ultimi due secoli ci hanno provato in molti a domare le valli e i deserti, e soprattutto le tribù dell'Afghanistan. | << | < | > | >> |Pagina 20E l'Afghanistan, in tutto questo? E gli afghani? Che cosa è successo a quel popolo di poco meno di venti milioni di persone?1.500.000 morti, 1.000.000 di mutilati, 4.000.000 di profughi. E un Paese distrutto, Kabul che assomiglia a Coventry dopo i bombardamenti, 8.000.000 di mine antiuomo ancora lì, pronte a uccidere nei prossimi decenni. Gli afghani, avvolti nei loro mantelli o nei loro burqa, al freddo e al buio, senza acqua potabile né elettricità, né scuole né ospedali, in una società disgregata e frammentata forse in modo irrecuperabile, continuano a camminare per i propri sentieri costellati di rottami di carri armati e di razzi inesplosi, aspettando. Aspettando che la guerra finisca, che la fame finisca, che si possa studiare, che arrivi un po' di libertà, che si intraveda qualche bagliore di diritti umani. Tra spie e terroristi, fanatici e fondamentalisti di ogni specie, trafficanti di droga e di armi. Aspettano, aspettano, «Fardo, Inch'Allah!», domani, se Dio lo vorrà. Che finisca il Great Game. Il gioco nazionale è la buzkashi. La si pratica ancora, nei villaggi, di solito il venerdì. Due squadre di dodici cavalieri che si contendono, senza regole, una capra morta buttata in mezzo a un prato. La afferrano in corsa, la perdono e la riconquistano, la strappano dalle mani degli avversari. A volte la capra finisce a brandelli. L'Unione Sovietica, gli Stati Uniti e tutti gli altri, ciascuno per i propri interessi strategici, militari, di danaro, hanno giocato alla buzkashi con l'Afghanistan. E siamo solo nell'intervallo, il secondo tempo è appena cominciato. Un'unica cosa è certa: che in questo gioco a far da capra ci sono gli uomini, le, donne e i bambini dell'Afghanistan. 3 settembre 2001 | << | < | > | >> |Pagina 11Nei conflitti di oggi, più del 90% delle vittime sono civili. Migliaia di donne, di bambini, di uomini inermi sono uccisi ogni anno nel mondo. Molti di più sono i feriti e i mutilati. Emergency nasce nel 1994 a Milano per portare soccorso a queste vittime. Personale medico e tecnici, con maturata esperienza di lavoro in situazioni di emergenza si sono uniti per garantire assrstenza medica, chirurgica e riabilitazione nelle zone di guerra. Che cosa è Emergency Emergency è una associazione umanitaria senza scopo di lucro, il cui obiettivo è di fornire assistenza atte vittime civili dei conflitti, ai feriti e a tutti coloro che soffrono altre conseguenze delle guerre quali fame, malnutrizione o assenza di cure mediche. Tra gli obiettivi di Emergency è anche la promozione e la diffusione di una cultura di pace e di solidarietà. Emergency è una organizzazione italiana privata, indipendente dalla politica dei differenti Stati e Governi. È aperta senza alcuna discriminazione politica, ideologica o religiosa a tutti coloro che ne condividono i principi e gli obiettivi e ne sostengono le attivi umanitarie. | << | < | > | >> |Pagina 24Nascita di una leggenda Mentre scrivo queste righe sono trascorsi quattro anni e mezzo dal momento in cui, nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1996, i taliban presero possesso di Kabul. Dal momento della loro apparizione sulla scena politica afghana - come movimento e come formazione armata - sono passati meno di sette anni. Le prime notizie che li riguardano risalgono al novembre 1994, quando un convoglio di trenta autocarri pakistani, carichi di prodotti alimentari, medicine, generi di abbigliamento, destinato verso le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, venne intercettato nei pressi di Kandahar da banditi locali. Secondo questa storia, o leggenda (tutti i particolari della quale, come vedremo, sono importanti al fine di individuare i suoi compilatori e i loro scopi), i taliban intervennero, sconfiggendo i banditi con un'azione fulminea, e riconsegnarono il convoglio ai suoi legittimi proprietari nel corso di appena quarantott'ore. Misteriosi e provvidi Robin Hood afghani che riportavano legge e ordine dopo decenni di massacri, violenze e guerra. A chi appartenesse il convoglio, dove esattamente fosse diretto, chi fossero i sequestratori, non è mai stato chiarito. Ma colpisce l'attenzione il fatto che esso venga rappresentato come un convoglio di merci inoffensivo, come abiti, generi alimentari, manufatti di varia provenienza e importazione e medicine. Così com'è interessante tenere a mente l'ambientazione della storia, in quel di Kandahar, luogo natale, tra l'altro, del maulvi Mohammad Omar. È comunque da quel momento che le formazioni armate dei taliban cominciano ad apparire sempre più frequentemente nelle cronache militari del sud dell'Afghanistan, nuovi arrivati nel panorama frastagliatissimo delle fazioni dei mujaheddin che si stavano dilaniando tra di loro e, tutte insieme, stavano dilaniando il Paese. I taliban si distinguono presto, comunque, per la loro disciplina e apparente efficacia militare. In poche settimane prendono il controllo di una parte considerevole della provincia di Kandahar. Va detto subito che questa e altre storie, o leggende, attorno ai taliban hanno tutte la stessa origine: furono i media pakistani a riferirle, in qualche caso a crearle, ad alimentarle, giovandosi del mistero che circondava il sorgere di questa nuova entità, di cui era difficile definire i contorni, la provenienza religiosa, i connotati sociologici, quelli etnici, gli eventuali finanziatori, gli organizzatori interni e internazionali. Fino a che si trattò di piccole formazioni armate, la questione del loro finanziamento non parve diversa da quella degli altri gruppi armati, frange e spezzoni dei mujaheddin che avevano combattuto la Jihad (guerra santa) contro l'invasore sovietico. Si sapeva - lo sapevano tutti coloro che avevano occhi aperti e non ottenebrati dall'ideologia - che il principale protettore dei mujaheddin, finanziatore e «armatore», era il servizio segreto pakistano, a sua volta intermediario dei servizi segreti americani, arabo-sauditi, cinesi e israeliani, per conto dei quali svolgeva la funzione di fitro e coordinamento. Ma i capi mujaheddin, i rinomati «sette partiti» con sede a Peshawar, avevano anche fonti per così dire proprie di finanziamento. Insieme a potenti lobby pakistane (anch'esse legate a triplo filo con l'esercito e i servizi segreti di Islamabad) gestivano il traffico della droga, lasciando passare i convogli, in cambio di denaro, perfino scortandoli a destinazione. Un nuovo gruppo - appunto i taliban - comparve sulla scena e sembrò inizialmente aggiungersi alle bande già esistenti. Tuttavia, quando i nuovi arrivati giunsero alla conquista di Kandahar, e fu evidente che si trattava di un vero e proprio esercito, il problema assunse altri contorni. | << | < | > | >> |Pagina 64Prova clamorosa del volgere degli eventi, nel giugno |
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