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| << | < | > | >> |Indice
Prefazione
di Salvo Vaccaro 5
Capitolo primo
Galleria di fuorilegge. Chi li etichetta? 15
Capitolo secondo
Stati fuorilegge 31
La crisi irachena 31
Disprezzo palese 38
Stati fuorilegge: un'accurata
interpretazione 41
Eccezioni di stati fuorilegge 55
Qualcos'altro sul «dibattito» 57
Capitolo terzo
Crisi nei Balcani 63
Le questioni 71
L'intervento umanitario 78
Le regole dell'ordine mondiale 81
Capitolo quarto
Retrospettiva su Timor Est 87
Il «dilemma» di Timor Est 92
Distruggere una nazione 96
La solita risposta 99
Capitolo quinto
Il Piano Colombia 103
Capitolo sesto
Cuba e il governo americano. Davide contro
Golia 137
I frutti della conquista 141
La sfida di Castro 145
Capitolo settimo
Sotto pressione. L'America Latina 151
Esercitare pressione 152
La tomba del debito 157
Capitolo ottavo
Giubileo 2000 161
Capitolo nono
«Recuperare i diritti». Un percorso tortuoso173
Nuovi diritti? 177
Ordine economico e diritti umani 181
Ordine politico e diritti umani 186
Diritti per chi? 187
Il diritto all'informazione 191
Capitolo decimo
Gli Stati Uniti e la «sfida del relativismo»197
Diritti umani «universali» 202
Diritti civili e politici 209
Diritti economici, sociali e culturali 213
Condizioni dei diritti umani 227
Altri patti internazionali 240
Capitolo undicesimo
L'eredità della guerra 247
La sacralizzazione della guerra 247
Le conquiste europee 250
Il XX secolo 254
L'estensione della guerra da parte
degli Stati Uniti 258
Dopo la guerra 262
Capitolo dodicesimo
Saluti dal millennio 269
«Imputazione di criminalità» ed
autoadulazione 271
Prove più serie 281
Capitolo tredicesimo
Il potere all'interno del territorio
nazionale 291
Capitolo quattordicesimo
Sovranità socio-economica 307
La sfera politica 308
La sfera socio-economica 311
Non ci sono alternative 313
Società delle imprese 319
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| << | < | > | >> |Pagina 15Capitolo primo
Galleria di fuorilegge. Chi li etichetta?
Come molti altri termini del linguaggio politico, il termine «stato fuorilegge (rogue state)» ha due usi: uno propagandistico, applicato ai nemici in genere, e uno letterale applicato agli stati che non si considerano vincolati alle regole internazionali. La logica suggerisce che gli stati più potenti rientrino nell'ultima categoria a meno che non abbiano costrizioni interne, ipotesi che la storia conferma. Benché le norme internazionali non siano rigidamente determinate, esiste un certo grado di intenti sui principi generali. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, tali norme sono in parte codificate nella Carta dell'ONU, nelle sentenze della Corte internazionale di giustizia e in molteplici convenzioni e trattati. Gli Stati Uniti si considerano esonerati da queste condizioni, ancora di più a partire dalla fine della guerra fredda che ha lasciato loro un predominio così schiacciante da scoraggiare ampiamente ogni pretesa e questo non è passato inosservato. Il bollettino dell'American Society of International Law (ASIL) ha riportato nel marzo 1999 che «oggi nel nostro paese, con ogni probabilità il diritto internazionale gode di minore considerazione rispetto ad Ogni altro periodo» di questo secolo; il direttore di questa rivista specialistica aveva poco prima messo in guardia sull'«allarmante inasprimento» seguito al rifiuto di Washington di rispettare gli obblighi del trattato. Il principio operativo fu elaborato da Dean Achenson nel 1963 quando comunicò all'ASIL che la «pertinenza» della replica a una «sfida... [al]... potere, alla posizione, al prestigio degli Stati Uniti, non è una questione legale». Il diritto internazionale, aveva osservato in precedenza, è utile «per abbellire la nostra posizione con un ethos derivato da principi morali generali che hanno interessato le dottrine giuridiche», ma alle quali gli Stati Uniti non sono vincolati. Achenson si stava riferendo specificatamente all'embargo contro Cuba. Cuba è stata uno dei principali bersagli della guerra del terrore ed economica degli Stati Uniti per 40 anni, anche prima della decisione segreta del marzo 1960 di rovesciarne il governo. La minaccia cubana fu identificata da Arthur Schleisinger che stese un rapporto conclusivo della missione in America Latina del neo presidente Kennedy: «La diffusione dell'idea di Castro di prendere in mano i propri affari», idea che avrebbe potuto stimolare dovunque «le popolazioni povere e indigenti», che «in questo momento chiedono possibilità di una vita decente» - l'effetto «virus» o «mela marcia», come è talvolta chiamato. C'era una relazione con la guerra fredda: «l'Unione Sovietica si muove ad ampio raggio, offrendo grandi quantità di prestiti allo sviluppo e presentandosi come modello per il raggiungimento della modernizzazione in un solo decennio». | << | < | > | >> |Pagina 20La dottrina dello stato fuorilegge è rimasta in vigore anche quando i democratici sono ritornati alla Casa Bianca. Nel 1993 il presidente Clinton informava le Nazioni Unite che gli USA avrebbero agito «multilateralmente ove possibile, unilateralmente se necessario», posizione ripresa un anno dopo dall'ambasciatore alle Nazioni Unite Madeleine Albright e nel 1999 dal Segretario alla difesa William Cohen, secondo il quale gli USA si sarebbero affidati «all'uso unilaterale della forza militare» per difendere gli interessi vitali, che includevano «la garanzia di accessi illimitati ai mercati chiave, alle forniture energetiche e alle risorse strategiche», e inoltre a qualunque cosa Washington avesse stabilito rientrare all'interno della «sua giurisdizione».L'unica novità di queste posizioni è che sono pubbliche. Nei documenti interni, esse furono assunte nei giorni immediatamente seguenti alla fine della guerra. Il primo memorandum del neo costituito Consiglio di sicurezza nazionale (NSC 1/3) richiedeva il sostegno militare alle operazioni segrete in Italia, unitamente alla mobilitazione nazionale negli USA, «nel caso in cui i comunisti avessero ottenuto il potere del governo italiano con mezzi legali». Il sovvertimento della democrazia in Italia rimase il principale obiettivo almeno fino agli anni '70. | << | < | > | >> |Pagina 29Le perdite umane sono troppo ingenti per cercare di quantificarle, ma per gli stati fuorilegge con un terribile potere, i crimini non hanno importanza. Sono cancellati dalla storia o trasformati in benevole intenzioni che a volte non hanno buon esito. Così, al di là di ogni ammissibile critica, la guerra contro il Vietnam del sud, poi contro tutta l'Indocina, cominciò con «sforzi grossolani per operare bene», anche se «nel 1969» era diventato chiaro, che «l'intervento sarebbe stato un disastroso errore», dato che gli Stati Uniti «non potevano imporre una soluzione che non comportasse un prezzo troppo alto per loro stessi». L'apologia della guerra da parte di Robert McNamara era indirizzata agli americani e fu sia condannata come perfida (dai falchi), sia considerata meritoria e coraggiosa (dalle colombe): se milioni di morti erano sparsi tra le rovine del paese devastato dai nostri attacchi, e ancora morivano a causa di ordigni inesplosi o degli effetti ritardati della guerra chimica, questo non ci riguardava, e non richiedeva nessuna apologia, per non parlare dei risarcimenti o dei processi per crimini di guerra.Piuttosto avvenne il contrario. Gli USA furono salutati come il leader degli «stati illuminati», che avevano il diritto di ricorrere alla violenza quando lo ritenevano opportuno. Negli anni di Clinton la politica estera ha raggiunto una «fase nobile» con un «alone di santità» (secondo il «New York Times»), dato che l'America si trovava al «culmine della sua gloria», con un primato non macchiato da crimini internazionali, soltanto una piccola parte dei quali è stata menzionata. Gli stati fuorilegge che sono liberi internamente - e gli Stati Uniti lo sono oltre ogni limite - devono fare affidamento sulla buona volontà delle classi colte a produrre consenso e a tollerare o negare i terribili atti criminali. Anche su questo argomento c'è una gran mole di documenti, che saranno ripresi ampiamente altrove. Ciò non dovrebbe essere motivo di orgoglio. | << | < | > | >> |Pagina 38Disprezzo paleseIl disprezzo per le regole del diritto è profondamente radicato nella pratica e nella cultura intellettuale americane. Ricordiamo, ad esempio, la reazione alla sentenza della Corte mondiale nel 1986 che condannava gli USA per «illegittimo uso della forza» contro il Nicaragua, esigendo la cessazione e il pagamento di ingenti risarcimenti, e dichiarando gli aiuti americani ai contras, qualunque fosse la loro natura, «aiuti di tipo militare» e non «di tipo umanitario». Da ogni parte si accusò il tribunale di essersi delegittimato. I termini della sentenza furono considerati non adatti alla pubblicazione, e furono ignorati. Il Congresso, controllato dai democratici, stanziò immediatamente nuovi fondi per accrescere l'uso illegittimo della forza. Washington pose il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza che invitava tutti gli stati a rispettare il diritto internazionale - non nominandone nessuno, anche se l'intento era chiaro. Quando l'Assemblea generale diede il via a una risoluzione analoga, gli USA votarono contro, insieme soltanto a Israele e a El Salvador, e la respinsero a tutti gli effetti; l'anno seguente si poté contare solo sul voto di Israele. Ben poco di tutto questo, tralasciando ciò che questo significhi, ha ottenuto spazio nel media e nelle riviste. | << | < | > | >> |Pagina 41Stati fuorilegge: un'accurata interpretazioneÈ anche interessante rivedere i punti che rientrano nel non-dibattito sulla crisi irachena. Ma prima una parola riguardo al concetto di «stato fuorilegge». La concezione di base è che sebbene la guerra fredda sia finita, gli USA hanno ancora la responsabilità di proteggere il mondo - ma da che cosa? Non può essere apertamente dalla minaccia del «nazionalismo estremo» - cioè la mancata volontà di sottomettersi alla volontà della superpotenza. Tali idee sono adatte soltanto ai documenti di programmazione interna, non all'opinione pubblica. Dall'inizio degli anni '80, fu evidente che le tecniche convenzionali per la mobilitazione di massa - il «monolitico e crudele complotto» di JFK, «l'impero del male» di Reagan - stavano perdendo la loro efficacia: c'era bisogno di nuovi nemici. In patria, la paura della criminalità - in particolare delle droghe - era suscitata da «un insieme di fattori che avevano poco o niente a che fare con la criminalità stessa», secondo la conclusione della Commissione penale sulla criminalità nazionale, incluse le pratiche dei media e il «ruolo del governo e dell'industria privata che seminano paura tra i cittadini», «che usano tensioni razziali latenti per scopi politici» a fini razzisti, con incarcerazioni e sentenze tese a distruggere la comunità nera, che creano un «abisso radicale» ponendo la «nazione a rischio di una catastrofe sociale». I risultati sono stati descritti dai criminologi come «il Gulag americano», la «nuova apartheid americana»; infatti gli afroamericani costituiscono oggi, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, la maggioranza dei detenuti, imprigionati in proporzione ben sette volte più dei bianchi, senza che si possa fare una stima degli arresti che colpiscono i neri al di là dell'uso o del traffico di droga.
All'estero le minacce erano costituite dal «terrorismo
internazionale», dai «narcotrafficanti ispanici» e, quella
più seria, dagli «stati fuorilegge». Uno studio riservato
del 1995 del Comando strategico, responsabile degli arsenali
nucleari strategici, sottolinea questa fondamentale
convinzione. Reso pubblico grazie al Freedom of Information
Act, lo studio
- Fondamenti della deterrenza post-guerra fredda -
«mostra come gli USA hanno mutato la loro strategia della
deterrenza contro la defunta Unione Sovietica indirizzandola
ora verso i cosiddetti stati fuorilegge, come Iraq, Libia,
Cuba e Corea del nord», come riferisce l'Associated Press.
Lo studio sostiene che gli Stati Uniti usano i loro arsenali
nucleari per apparire «irrazionali e vendicativi se si
attaccano i loro interessi vitali». Questa «dovrebbe essere
parte dell'immagine nazionale che proiettiamo verso i
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