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| << | < | > | >> |Indice
7 Introduzione
Dialoghi di un cattivo maestro
15 1. Le certezze
1. Le cose o le persone?, 15
2. La famiglia, 21
3. La guerra, 33
4. Cosa farai da grande?, 49
5. Il mestiere del fisico, 53
66 2. L'utopia
1. L'impegno politico, 66
2. Quale socialismo?, 79
3. Il '68, 94
4. Scienza e capitalismo, 101
136 3. La conoscenza critica
1. Conoscenza oggettiva?, 136
2. La scienza e la sua storia, 148
3. Ritorno alla fisica, 166
182 4. I cammini della conoscenza
1. Guardarsi dentro, 182
2. L'ecologia della mente, 195
3. Il pensiero evoluzionista, 206
4. Il mondo della complessità, 226
242 5. La conoscenza e i saperi
1. Scienza e valori, 242
2. Le ragioni del cuore, 265
3. Il linguaggio del sacro, 270
4. La politica: oltre la destra e la
sinistra.?, 281
5. Arrivederci, 318
325 Indice dei nomi
| << | < | > | >> |Pagina 7IntroduzioneLo spunto per il primo dialogo fra me e mia nipote Alice risale a quattro anni fa. Aveva allora quattordici anni. Alice è stata una gran lettrice fin da piccolissima. Anzi, prima che imparasse a leggere abbiamo passato ore e ore insieme a sfogliare tutti i libri possibili per l'infanzia, da quelli per i bambini di un anno con una parola per pagina alle filastrocche di Rodari. Crescendo, Alice, figlia di madre italiana e di padre francese, che i frequenti viaggi della famiglia avevano fatto crescere tanto parigina quanto cosmopolita, ha cominciato a divorare libri nelle due lingue, e poi non solo in quelle, con una voracità impressionante, e non ha dubbi su quello che farà da grande: si occuperà, in un modo o nell'altro, di letteratura. Anch'io non avevo dubbi sulla sua vocazione, ma ero curioso di conoscere le ragioni del suo scarso interesse per le scienze in generale e per la fisica in particolare (che non era dovuto a difficoltà di comprensione, visto che anche in queste materie a scuola aveva sempre avuto ottimi voti) e un giorno le ho chiesto di spiegarmele. Mi interessava, cinquant'anni dopo il famoso pamphlet di C.P. Snow sulle due culture, un parere di prima mano di una ragazza del Duemila su questo vecchio tema. Ma, dopo le prime battute iniziali, è stata lei a rimandarmi la palla, domandandomi a sua volta perché e fino a che punto la fisica avesse avuto una parte così importante nella mia vita. Non era facile rispondere su due piedi, perché il rapporto con quella che è stata la mia professione ha subito molti cambiamenti nell'arco di sessant'anni - tanti ne sono trascorsi dal primo folgorante incontro nel 1940 con il mio vero e unico maestro, Eligio Perucca, allora professore di Fisica sperimentale al biennio di ingegneria del Regio Politecnico di Torino - intrecciandosi in fasi alterne con le numerose altre passioni della mia vita. Così, l'ho presa alla larga, e ho cominciato dall'infanzia, dai genitori, dalla scuola. Poi, via via, la guerra, la politica, la famiglia. Era partita come una cosa destinata a restare fra Alice e me - anzi fra Alice, Jérémie e me, visto che di nipotini ne ho anche un altro, anche lui simpatico, caro e intelligente, ma di cinque anni più piccolo, e dunque non ancora in grado di partecipare al nostro dialogo, per lo meno all'epoca in cui ho cominciato a scriverlo - ma presto mi accorsi che non sapevo come andare avanti, e soprattutto a che scopo. Mi rendevo conto infatti, man mano che i ricordi venivano a galla, che molte delle cose che avrei voluto rievocare erano non solo ammuffite, ma soprattutto estranee alla cultura e agli interessi della mia interlocutrice. Anche il linguaggio stava cambiando mentre procedevo. Non avrebbe avuto senso continuare un discorso che sarebbe suonato falso non solo a lei, ma a chiunque altro. A chi stavo parlando? Se volevo continuare a raccontare quello che è stato importante per me nelle successive fasi della mia vita dovevo scegliermi altri interlocutori più credibili. È cominciato così il secondo dialogo, con un altro ragazzo, Carlo, questa volta immaginario, che, animato da curiosità diverse da quelle di Alice, mi avrebbe rivolto le domande alle quali avevo in mente di rispondere. E poi, ancora un altro, Davide, nel terzo dialogo, sarebbe intervenuto da un punto di vista ancora differente. In questo modo, pensavo, facendo intervenire ora l'uno, ora l'altro, si sarebbero potuti distinguere meglio i diversi argomenti, e il lettore avrebbe scelto più agevolmente quello che poteva interessargli, saltando il resto. Già, ma quale lettore? E poi, perché dovrebbe esserci un lettore? Per quali ragioni qualcuno dovrebbe interessarsi alle vicende della mia vita? Capisco i miei nipoti, ma ho già spiegato che sarebbero bastate cinquanta pagine per soddisfare la loro curiosità. Magari un'altra ventina di persone, fra parenti e amici avrei potuto trovarle. Ma gli altri, che gliene importa? Non sono queste le memorie di una celebrità né di un protagonista della vita pubblica. Non ho rocambolesche avventure da raccontare, né ho vissuto esperienze fuori del comune. Una sola cosa dunque può giustificare questo tentativo di allargare la cerchia dei lettori al di là di quella dei parenti e degli amici: forse è proprio la normalità della mia vita. Le pagine che seguono ricostruiscono le tappe di uno qualsiasi dei cammini percorsi da tante persone normali che si sono trovate a condividere le vicende burrascose del secolo appena concluso. La mia storia personale può forse ridestare in loro echi di esperienze vissute, ravvivare il ricordo di speranze e delusioni simili, rievocare sentimenti e ragionamenti, emozioni e rimpianti comuni. Non c'è però solo questo. Nelle mie intenzioni i veri destinatari di queste pagine - e non è un caso che abbia scelto tre interlocutori della generazione dei miei nipoti - dovrebbero essere i giovani che si affacciano su un XXI secolo denso di scenari inquietanti e di interrogativi drammatici. Il mio è stato il secolo nel quale la civiltà umana ha appreso, portando a termine il cammino iniziato nei due secoli precedenti, a trasformare la materia inerte in modo da riuscire a progettare e costruire un mondo artificiale destinato a soddisfare sempre meglio i suoi crescenti bisogni di beni e di strumenti materiali. Il dramma del nostro secolo è stato però il fallimento dei tentativi di riversare sull'umanità intera i benefici di questo accresciuto potere. Se è vero infatti che esso ha permesso a una minoranza di condurre una vita più lunga, più sicura e più ricca di beni materiali e culturali, è altrettanto vero che è aumentata drammaticamente la distanza che separa questa minoranza da una maggioranza di diseredati costretti a sopravvivere nella miseria e negli stenti. Senza contare che questo potere si è anche tradotto in nuove forme di violenza e di distruzione, non solo sugli individui e sulle popolazioni ma sull'intero ecosistema terrestre. Il nuovo secolo si apre con una svolta epocale: sarà infatti il secolo del dominio dell'uomo sulla materia vivente e del controllo sui fenomeni mentali e sulla coscienza. Il potere dell'uomo sulla natura e su se stesso crescerà dunque ancora a dismisura. Cresceranno ancora, con il benessere di pochi, anche violenze e disuguaglianze? Arriverà la specie homo sapiens a usare questo potere per autodistruggersi? Può dunque non essere inutile cercare di trasmettere a chi vivrà sfide così impegnative, non solo la memoria delle nostre illusioni e delle nostre delusioni, dei nostri successi e dei nostri fallimenti, delle emozioni esaltanti che abbiamo vissuto e degli orrori mostruosi ai quali abbiamo assistito, ma anche la testimonianza di una testarda determinazione a cercare di lasciare alle generazioni che verranno un mondo migliore di quello che abbiamo avuto in eredità. Ci sono però altre due ragioni, personali, che mi hanno spinto a indirizzarmi particolarmente a loro. La prima è il bisogno di trasmettere a chi ha ancora davanti la vita intera la mia semplice ricetta: il sale della vita è la curiosità. La curiosità per il mondo attorno a sé e dentro di sé, per l'altro e per gli altri. Attenzione però. Non è possibile essere curiosi per dovere, o per ambizione o per raggiungere uno scopo determinato: si perde tutto il gusto. Dalla curiosità non si va in pensione: finché sei curioso sei vivo, quando non hai più curiosità smetti di vivere. La seconda ragione è più intima. Chi è credente pensa che la sua vita sarà giudicata dalla Giustizia divina. Ma chi non lo è deve rinunciare a essere giudicato? Certo, ognuno ha dentro di sé un giudice al quale è difficile, nonostante tutti i sotterfugi, sfuggire. Ma, in mancanza di meglio, sottoporre a una giuria più ampia di quella costituita da chi ci ha voluto bene un resoconto il più possibile sincero delle proprie azioni, può aiutare a tirare le somme. Gli esami non finiscono mai, diceva Eduardo De Filippo. Mi piacerebbe superare anche questo. | << | < | > | >> |Pagina 44A. E come arrivò la fine della guerra?N. Nell'autunno 1944 la Francia era stata quasi completamente liberata dopo lo sbarco in Normandia e i tedeschi si trovarono a sostenere l'urto degli eserciti alleati che incalzavano a ovest e dell'Armata rossa che avanzava a est. Nel novembre tentarono una controffensiva a Bastogne che mise per un momento in seria difficoltà il fronte occidentale, ma gli americani riuscirono a tappare la falla. Fu l'ultimo tentativo dei nazisti di evitare la disfatta che si stava avvicinando. Ormai si cominciava a intravedere la fine del tunnel. In Italia gli Alleati erano fermi alla linea gotica, che tagliava la penisola sull'Appennino tosco-emiliano. Da noi la Resistenza si preparava a organizzare l'insurrezione che doveva liberare il Nord alla vigilia dell'arrivo degli anglo-americani. Era l'obiettivo finale per il quale tutte le forze che avevano partecipato alla lotta di liberazione si erano battute. In primo luogo per salvare dalla distruzione i gangli del tessuto economico e produttivo del paese. I tedeschi infatti, prima di ritirarsi, facevano terra bruciata dietro di sé. Facevano saltare ponti e strade, ferrovie e depositi, capannoni industriali e macchinari. Soltanto difendendo con le armi le loro fabbriche gli operai avrebbero potuto salvaguardare il loro lavoro futuro.
Ma la posta era altrettanto alta sul piano politico. Da
un lato infatti gli Alleati riconoscevano formalmente, nel
Corpo dei volontari della libertà, che raggruppava tutte le
formazioni partigiane, e nel Comitato di liberazione
nazionale, espressione dei partiti politici che formavano il
governo di Roma, rispettivamente l'organizzazione militare e
la direzione politica della guerra che l'Italia
anti-fascista combatteva al loro fianco nei territori
occupati dal comune nemico. Nella sostanza, tuttavia, si
preparavano a gestire direttamente il potere nei territori
liberati, per un certo periodo di tempo dopo la fine della
guerra, per mezzo di funzionari della loro amministrazione
militare, che a loro volta si sarebbero appoggiati a
personaggi di loro fiducia, sottoponendo a un rigido
controllo tutte le istituzioni e le manifestazioni della
vita pubblica.
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