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| << | < | > | >> |Indice
Premessa p. 7
UNA SINTESI
L'economia mondiale nel secolo,
di Pierluigi Ciocca 11
UN DIBATTITO
I. Partite passive, potenzialità attive:
evoluzione della cultura e
della tecnologia,
di Paolo Sylos Labini 57
II. Il migliore, il peggiore,
di Gianni Toniolo 65
III.Dimensione dell'economia di mercato,
di Immanuel Wallerstein 71
IV. Trionfo e nemesi della sovranità
economica,
di Marcello De Cecco 75
V. Ambiguità della periodizzazione,
di Alberto Caracciolo 83
VI. Politiche nazionali e mercati
transnazionali,
di Eric J. Hobsbawm 89
VII.Governare la «macchina», governare
le aspettative,
di Giorgio Lunghini 95
VIII.
Le grandi cesure economiche e sociali,
di Paul Bairoch 101
IX. Le tre fenomenologie del secolo,
di Geminello Alvi 113
X. Rasoio di Occam o causazione multipla?,
di Charles P. Kindleberger 123
XI. Dall'Europa all'Asia e...
di nuovo Europa?,
di Giangiacomo Nardozzi 131
XII.Economia mondiale e politica
degli stati,
di Ernst Nolte 135
XIII.
Analogie, differenze, prospettive,
di Giovanni Arrighi 143
Indice dei nomi 153
| << | < | > | >> |Pagina 11Sono anni di fine secolo. Fioriranno, stanno già apparendo, bilanci e previsioni, oltre a cronache del secolo. L'antidoto può essere offerto da una lista - breve - di fatti rilevanti filtrati dall'analisi: non una storia narrata, impossibile in poche righe, né tantomeno un improbabile saldo costi/ricavi, ma dieci questioni in dieci semplici schede di sintesi. Il punto di vista è quello dell'economia, dell'economia di mercato capitalistica incentrata sul profitto privato e sul lavoro-merce salariato. La logica anarchica del mercato ha rappresentato l'elemento forte di dinamismo e di attrazione/ripulsa, il crinale di alta tensione anche nel conflitto ideologico che ha segnato il Novecento. | << | < | > | >> |Pagina 12l. E' stato il secolo in cui il progresso economico, nella forma detta della modern economic growth, raggiunge i massimi ritmi. E' tumultuoso, stupefacente, sia nel confronto con l'ottocento delle rivoluzioni industriali sia, a fortiori, nell'epoca d'oro 1950-70. Pur nei limiti concettuali e statistici del prodotto interno lordo quale metro della ricchezza delle nazioni, mai nel mondo è stata tanto sostenuta come nel corso del Novecento la crescita annua delle tre fondamentali variabili socioeconomiche: il prodotto pro capite (1,5 per cento, rispetto a 0,8 nell'Ottocento), la popolazione (1,4 per cento, rispetto a 0,5), la produzione complessiva di beni e servizi (2,9 per cento, rispetto a 1,3).| << | < | > | >> |Pagina 13La ripartizione del prodotto fra profitto e salario - la quota dei profitti sul reddito nazionale - e il saggio del profitto sul capitale investito sono stati sufficienti a motivare e alimentare la crescita delle attività produttive e dello stock di capitale investito dalle imprese in quelle attività. La distribuzione del prodotto fra profitto e salario è stata nell'arco del secolo tendenzialmente costante e, soprattutto, stabile. Flessioni della quota del profitto anche acute ma temporanee, poi compensate da recuperi, si registrano nelle fasi di recessione economica degli anni Venti, degli anni Settanta e soprattutto degli anni Trenta. In altre fasi, in cui pure la pressione dei salari fu intensa anche a causa delle spinte sindacali, le condizioni favorevoli della domanda globale hanno consentito alle imprese di salvaguardare i margini di utile traslando sui prezzi di vendita i maggiori costi del lavoro.| << | < | > | >> |Pagina 162. E' stato il secolo della più rapida, radicale trasformazione delle fonti e degli usi delle risorse economiche, della produzione di merci a mezzo di merci. L'agricoltura ha perso velocemente peso, prima rispetto all'industria, principalmente produttrice di manufatti, poi rispetto al cosiddetto terziario, produttore di servizi privati e pubblici. L'autoconsumo, tipico della società rurale, è divenuto consumo di massa, di merci prodotte per essere vendute nel mercato e rese familiari, se non imposte, dalla pubblicità. L'investimento in impianti, macchinari, scorte effettuato dalle imprese e la spesa statale sono divenuti quantitativamente più importanti. La scienza, in formidabile progresso, si è trasformata in tecnologia sistematicamente rivolta e applicata alle attività economiche.Negli stessi paesi avanzati, a seconda del grado di industrializzazione dell'economia, la quota della forza di lavoro complessiva addetta all'agricoltura era ancora del 40 per cento e oltre - ben oltre - nel 1820, del 20-60 per cento nel 1900. Alla fine del Novecento essa in media non supera il 5 per cento in questi paesi, dove in pochi decenni è praticamente sparita la figura, antica di 10.000 anni, del contadino; è inferiore al 50 per cento nel mondo. Nel complesso delle economie progredite la maggior parte della forza di lavoro (65 per cento) è occupata nel terziario, privato e pubblico. | << | < | > | >> |Pagina 17Nel 1820 la maggioranza delle persone era analfabeta. Delle tre edizioni dei Principles di Ricardo - alta teoria economica - furono complessivamente tirati 2.750 esemplari: meno dei milioni di copie vendute del moderno Economics - un manuale universitario - di Paul Samuelson. Attualmente nelle stesse nazioni a basso reddito la maggioranza di chi ha più di 15 anni è in grado di scrivere, leggere e comprendere una breve proposizione concernente la vita quotidiana. Nei paesi ad alto reddito gli anni di istruzione delle persone con età compresa fra i 15 e i 64 anni sono saliti da non più di 2 nel 1820 a 5-8 nel 1900, a 12-18 oggigiorno. Anche in Italia - 57 milioni di cittadini ora mediamente ricchi, ma con propensione alla lettura che permane scarsa - il numero dei titoli di libri pubblicati in ciascun anno sfiora attualmente i 50.000, per quasi 300 milioni di copie; non raggiungeva i 10.000 all'inizio del secolo.Unitamente alla qualità del lavoro (capitale umano) e alla sua organizzazione nell'impresa (dal Taylorismo alla produzione snella, dal Fordismo al Toyotismo), il fattore decisivo sia della crescita sia della trasformazione nel produrre è stato il progresso tecnico. | << | < | > | >> |Pagina 21Il XXI secolo vedrà la questione del lavoro di nuovo al centro dell'attenzione, in particolare nell'Europa continentale. La politica per il lavoro deve perseguire due finalità congiunte: più |
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