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| << | < | > | >> |Indice
PROLOGO
I Apollo, la luce, la notte 11
II La lira di Ermes 24
III Le Muse 41
L’ODISSEA
Parte prima
I Gli dèi dell'Iliade e dell'Odissea 61
II Achille 74
III Ulisse 88
IV Il primo Viaggio di Telemaco 97
V Elena e Proteo 108
Parte seconda
I Lisola di Calipso 125
II Il mondo doppio 135
III Ulisse tra i Feaci 142
Parte terza
I Ulisse e il racconto 161
II I formaggi di Polifemo 169
III L'isola di Circe 180
IV Viaggio all’Ade 188
V Le Sirene, le vacche del Sole 201
Parte quarta
I Il ritorno ad Itaca 215
II La capanna del racconto 226
III I sonni di Penelope 238
IV Sotto il segno di Apollo 255
V I segni segreti 266
VI L'ultimo viaggio 281
Nota
Elenco delle sigle 287
Elenco delle citazioni e
dei rinvii bibliografici 290
UNA LIRA IN MARE
di Marcel Detienne 315
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| << | < | > | >> |Pagina 88Il passato divino di Ulisse è più modesto di quello di Achille: né Zeus mancato, né educazione nel fuoco, né menis divina. Quella splendida corona sacra si è dissolta. Ulisse è soltanto un uomo. Eppure, secondo Esiodo, anche Ulisse discende da un dio: Ermes, padre di suo nonno, Autolico. Non sappiamo se Omero conosca questa tradizione. Ma, se la conosce, come è probabile, si sforza di trasformare il nipote in una figura molto più virtuosa del nonno. Autolico spergiurava, rubava, camuffava i marchi degli animali, camuffava sé stesso, rendeva invisibile ciò che toccava: tutte virtù ermetiche. Ulisse è più onesto. Si accontenta di avere una passione per l’inganno e la mistificazione, che condivide con Zeus e Atena. Nessuno ama più di lui la famiglia e la casa. Che Ulisse discenda direttamente da Ermes, non ha molta importanza. Il suo archetipo è Ermes: le sue qualità sono quasi tutte ermetiche. Tra gli appellativi che lo distinguono, i principali sono gli stessi di Ermes: polyitropos e poikilometes. Quindi la sua mente ha molte forme: si volge verso ogni parte: ha molti colori: è scintillante e cangiante, piena di incanti e di seduzioni, misteriosa, intricata, inestricabile. Dovunque guardiamo, il suo regno è ermetico: ama il viaggio, la fuga, la curiosità, la metamorfosi, la magia, la recitazione, l’inganno, l’artigianato, le frontiere, e come Ermes frequenta l’Ade. Ma Ulisse non è identico a Ermcs: troppo grande è la distanza tra un dio e un uomo. Non ne ha la grazia né la leggerezza infantile: non possiede la sua irresponsabilità deliziosa; non ride volentieri. | << | < | > | >> |Pagina 125Con l’isola di Ogigia, dove Calipso ha segregato Ulisse, Omero ha scoperto uno degli archetipi dell’immaginazione occidentale: l’isola, questo luogo chiuso, fuori dallo spazio e dal tempo, dove l’uomo si rinchiude o viene rinchiuso. Non è facile comprendere dove sorga Ogigia. Da un lato sta nelle estreme lontananze dell’Occidente, nelle solitudini desolate del mare, dove non ci sono dèi, né uomini, né oltretomba. Ma, d’altro lato, quest’isola remota occupa l'ombelico del mare: rappresenta l’antichissimo centro del mondo; e sta in un misterioso rapporto con un altro centro venerabile e profondissimo, lo Stige. Nessun luogo è più isolato: Ogigia è quasi irraggiungihile. Ermes vi arriva a fatica, dopo aver traversato "tanta acqua salata, infinita"; e Ulisse deve lasciarla da solo, "senza scorta di dèi e di uomini” proprio perché nessun passaggio vi conduce. Se una scorta lo conduce dalla terra dei Feaci a Itaca, nessuna scorta lo può portare dall’isola fino alla terra dei Feaci. Tutto lascia credere che egli possa lasciare Ogigia solo per grazia degli dèi. Il centro dello spazio sta dunque fuori di ogni spazio. | << | < | > | >> |Pagina 148Quando Alcinoo si riscuote, prende per mano Ulisse. e lo fa sedere su un trono. Un'ancella porta acqua: la dispensiera cibo; il re fa mescere vino a tutti per libare a Zeus, "che si accompagna coi supplici venerati". Poi prende la parola. Concede la sua scorta allo straniero, perché torni sulla sua terra: poi lì subirà quel che il destino e le Filatrici severe filarono col lino per lui alla nascita, quando sua madre lo generò.Aveva pensato, da principio, che lo straniero fosse un dio. Ora gli sembra impossibile: perchè gli dei appaiono ai Feaci senza celarsi, e non usano sedere nella cenere del focolare, come supplici. Ma lo straniero non è un uomo come gli altri: egli è apparso in modo prodigioso, uscendo dalla nebbia; e questa ammirazione davanti al divino inatteso continuerà ad avvolgere Ulisse agli occhi di Alcinoo, anche quando conoscerà chi egli sia. In questo momento, secondo le consuetudini epiche, Ulisse dovrebbe rivelare il proprio nome. Egli lo nasconde: il primo tra i suoi molti silenzi nella terra dei Feaci. Dice soltanto di essere un uomo, non un dio, e lo ripete con lo stesso amaro orgoglio con cui aveva difeso a Ogigia la propria natura. | << | < | > | >> |Pagina 215La sera dopo il racconto notturno, Ulisse lascia Scheria per tornare ad Itaca. Non può rimanere più a lungo in questo spazio intermedio, senza dolori né lotte, a metà mitico, dove gli dèi si mostrano nel loro splendore. Il Suo mondo è in primo luogo quello reale: egli si lascia dietro le spalle la magia e l’incanto, lo spazio senza spazio, il tempo senza tempo; e torna tra uomini dove dominano i dolori e le battaglie e gli dèi appaiono mascherati. In questo passaggio, perde una parte di sé, perché un eroe ermetico come Ulisse non appartiene soltanto alla realtà quotidiana. Ma Scheria, sino alla fine dei suoi giorni, resterà per lui un modello. Possiamo immaginare che l’Itaca della sua tarda vecchiaia, dove abitano intorno a lui popoli ricchi e felici, sia Scheria realizzata sulla nostra terra.
La nave parte al tramonto: una nave doppia, come tutte
quelle dei Feaci. Da un lato i marinai remano vigorosamente
"rivoltando il mare col remo": d’altro lato, la nave è
velocissima, "come ala o pensiero", legge nella mente degli
uomini la lontana meta di Itaca e corre senza bisogno di
timonieri e di piloti. Prima di partire, Alcinoo regala ad
Ulisse dei tesori: i doni ospitali che i Feaci gli avevano
offerto, simboli della sua gloria di eroe-narratore;
mantelli, tuniche, talenti d’oro, una spada di bronzo,
d’argento e d’avorio, coppe d'oro, un forziere, tripodi,
lebeti. Il viaggio avviene di notte, mentre Ulisse dorme un
«sonno profondo, continuo, dolcissimo, assai somigliante
alla morte».
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