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| << | < | > | >> |Indice
Prefazione 7
Introduzione - Il labirinto di Gotland 9
PARTE PRIMA - L'ENIGMA DEL LABIRINTO
I. L'enigma 13
II. Il labirinto non è un dedalo 26
III. L'equazione e la soluzione 30
IV. Il senso e la via del mito 33
V. La cosa intermedia 37
VI. L'intreccio del mito 47
VII. L'eterno ritorno 54
VIII. La fisica e l'antropologia 58
PARTE SECONDA - LA SOLUZIONE: IL NODO
IX. Enea e Malekula 67
X. I vivi e i morti 76
XI. Il puzzle dei miti 79
XII. I tracciati nahal 86
XIII. Il tempio dei nodi 92
XIV. A proposito dei nodi 98
XV. L'origine della lingua dei Dogon 107
XVI. La lingua occulta della natura 114
PARTE TERZA - LA TECNICA E IL CAMMINO
XVII. Il filo e la tecnica di Arianna 123
La tecnica 125
I quipu e i nodi a quattro incroci 128
Si ottiene la via del labirinto
partendo da un nodo di cravatta 130
Significato dell'incrocio 134
XVIII.L'incrocio 146
Prima interpretazione: girare attorno
al nodo o alla corda 148
Seconda interpretazione: un movimento
giroscopico del nodo 150
Terza interpretazione: il cammino del
labirinto rappresenta il nodo che si
rinserra 152
Quarta interpretazione: un salto
all'interno del nodo 156
La sostituzione della struttura nodale
con un sistema di anelli 159
XIX. Il tempo 166
Il tempo e l'eternità, l'incrinatura 166
Il tempo nell'antica Grecia: l'uno e
le altre cose 170
Il tempo ciclico e i sistemi di anelli175
XX. L'asse e il recinto 180
La realtà e la polarità 182
Gli assi: cause o effetti 184
Il centro 187
XXI. Il secondo labirinto degli Hopi 190
XXII. Il vero dedalo è un nodo a quattro
dimensioni 196
Perché un nodo a quattro dimensioni? 201
Diversi aspetti della realtà 204
PARTE QUARTA - L'IMMAGINE DEL MITO
XXIII.L'immagine, il tutto, l'aspetto
mutevole 211
XXIV. La Gestalt 221
XXV. La palla da tennis e il cammino
della Grande Madre 226
XXVI. L'inversione 233
XXVII.Il labirinto nella pittura 239
Epilogo 247
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«[...] quelle cose che non sono mai accadute
ma che esistono da sempre.»
Sallustio
Chi non conosce il mito greco in cui si racconta di come Arianna si innamorò dell'audace e valoroso Teseo? Tradendo suo padre (il re Minosse) e il suo fratellastro (il Minotauro), ella gli diede un gomitolo di filo affinché lo usasse, facendolo scorrere dietro di sé, per orientarsi nel labirinto edificato da Dedalo per rinchiudere il Minotauro. In questo modo, Teseo ritrovò la strada nell'inestricabile labirinto e, dopo aver ucciso il mostro e liberato i suoi compagni, fece vela verso Atene con Arianna, che poi abbandonò durante il viaggio, per motivi rimasti oscuri, nell'isola di Nasso. A noi, come a Teseo, la leggenda presenta esplicitamente un problema specifico: come scoprire il cammino che conduce dall'entrata al centro del dedalo? È noto che Teseo non si limitò a lasciare scorrere il filo mentre avanzava nel labirinto così come Pollicino abbandonava dietro di sé una serie di sassolini per ritrovare la strada. L'impresa infatti è legata a un problema geometrico e topologico simile o complementare a quello costituito dal nodo gordiano, che bisogna sciogliere senza poter scorgere le estremità della corda. | << | < | > | >> |Pagina 16In generale, la tradizione considera il labirinto come la rappresentazione del mondo che ci tiene in schiavitù, mentre il filo di Arianna simboleggia la nostra liberazione; tale emancipazione potrebbe essere quella che promettono tutte le religioni mondiali e la cui chiave si trova proprio negli antichi misteri. L'immagine del labirinto appare inoltre come la riproposizione della domanda: «Chi sei tu?», che Dio fece ad Adamo dopo l'errore che causò la sua cacciata dal Paradiso. In essa, ritroviamo anche, sotto un altro aspetto, un complicato problema topologico e il labirinto risponderebbe alla domanda posta implicitamente dalla Sfinge: «Chi sei? Da dove vieni? Dove vai?», o dal famoso «Quo vadis?» udito da Pietro che si allontanava da Roma. Esso può altresì simbolizzare il centro o il castello primordiale di cui parlano i mistici e dove si localizzerebbe lo spirito:"Vi è nell'anima una fortezza ove non può penetrare neppure lo sguardo trinitario di Dio perché quello è il luogo della pura unità». (Meister Eckhart) Questa definizione della fortezza inespugnabile sembrerebbe contrastare con quella di una prigione inestricabile, ma quando appare il percorso che conduce all'uscita dal labirinto, si nota che esso è anche quello che, inversamente, conduce dall'uscita al centro. Scoprire il cammino liberatorio, quindi, significa anche conoscere il percorso che porta al centro, e il centro finisce per simboleggiare l'unità assoluta e l'emancipazione, protette da un cammino difficile da scoprire. Come disse Flaubert, «tutto ciò che sembrava esterno è invece interno». Due immagini invertite si giustappongono come in un oscuro palinsesto e si sostituiscono reciprocamente in relazione alla comparsa, o meno, del cammino. In effetti, quando si cerca di comprendere il senso ultimo della vita, si nota spesso come essa si svolga futilmente e segua un corso casuale in un groviglio di strade che non portano da nessuna parte; inoltre, allorché cerchiamo di sondarne la profondità, di evitare dei punti morti, di scorgere una via d'uscita o una ragion d'essere, o di trovare un'armonia più soddisfacente, finiamo per scoprire soltanto nuovi cappi di un nodo gordiano senza testa né coda che ci stringe e che i nostri sforzi non fanno altro che rinserrare. Allora, se noi ci riconosciamo nel passato, come in uno specchio, vediamo bene come esso assomigli a un Minotauro. E se abbiamo la tendenza a deviare o a svoltare circolarmente allontanandoci dai nostri desideri essenziali, è facile supporre di vivere in un dedalo e, come il personaggio di Robert Pirsig, disperare di potervi sfuggire: «Di tanto in tanto usano parole rare, il più possibile stentate, come "ciò", o "tutto ciò", o la frase "non vi si può sfuggire". E se domandassi "a che cosa?", la risposta potrebbe essere "a tutto l'affare", "al sistema" o "all'intera organizzazione della cosa". Una volta, Silvia mi disse, sulla difensiva: "Bene, tu sai come sbrigartela", il che provocò una tale espansione del mio ego che al momento mi sentii imbarazzato e non le chiesi: "a far che?", restando piuttosto perplesso», (R. Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta) | << | < | > | >> |Pagina 36Ciononostante, ora possiamo riconoscere che, quando parliamo della via mitica o labirintica, ci riferiamo a tre aspetti:1. Una via che è una ricerca dell'uomo e che descrive contemporaneamente una possibile trasformazione della sua psiche e una trasformazione del mondo. 2. Una via del linguaggio con cui il mito trasmette un messaggio implicito. 3. Una via geometrica. I tre aspetti sono inseparabili e si definiscono a vicenda. Ognuno di essi trova un senso genuino solo nell'insieme. Soltanto un simbolo può riconnettere tre aspetti così apparentemente diversi. Molto probabilmente, l'oggetto che tentiamo di scoprire per spiegare lo schema del labirinto si nasconderà quindi dietro un altro simbolo che collega implicitamente quegli aspetti. | << | < | > | >> |Pagina 56[...] Secondo la definizione di Feynmann, la scienza è diventata un sistema completo diretto a perfezionare un'armonia e una simmetria fra tutte le leggi e sembra che debba progredire partendo da dati concreti e perseguendo questo concetto di armonia in evoluzione. È proprio questo aspetto che scopriamo nel mito senza poter scorgere esattamente un sistema di leggi su cui si fonda l'armonia. Più la scienza penetra il cosmo e più scopre il pensiero o lo spirito, e la fine della teoria riduzionista. (Come afferma Bohr: «È falso credere che il compito della fisica sia scoprire come sia fatta la natura. La fisica riguarda soltanto ciò che si può dire sulla natura»).A sua volta, quando la filosofia studia lo spirito e il pensiero, essa finisce per scoprire il linguaggio e la "fine della filosofia". Infine, più si comprende la lingua del mito e più si scopre il cosmo e il limite di ogni interpretazione. Questo circuito sembra indicare e proteggere una zona centrale in cui la scienza antica e quella moderna si potrebbero incontrare. Un altro rilievo che si può fare alla teoria delle "supercorde" è che essa non giunge a fornire una vera rappresentazione dell'universo. Implicando sette dimensioni, è impossibile produrre immagini geometriche direttamente corrispondenti. La geometria si svolge per le vie traverse dell'algebra e diventa inaccessibile per i nostri sensi. Ma non si sa più nemmeno come interpretare gli ornamenti dell'arte primitiva né come essi possano corrispondere a una completa nozione spazio-temporale. Nel mito, come nella fisica dei quanti, l'identità degli oggetti descritti è inerente al modo in cui essi sono interrelati e dipende quindi dalla struttura che li collega. Sembra che il legame che abbiamo suggerito fra i nuovi modelli della fisica e i motivi dell'arte antica possa fondarsi su una vaga rassomiglianza, ma è appunto questo carattere superficiale, a cui siamo costretti, a rivelare quanto i nostri strumenti siano inadeguati per scoprire una scienza che sta dietro al mito e all'arte che vi si associano. Se anche il mito presenta un sistema a sette o più dimensioni, esso dovrà per forza combinare e connettere immagini a due dimensioni in un modo preciso e complesso. Siccome Émile Malle riteneva che l'arte medievale fosse «al contempo un testo, un calculus e un codice simbolico», a fortiori si può interpretare allo stesso modo l'arte più antica o primitiva. Ma queste parole restano vaghe e prive di senso se non si capisce come il testo si accordi al calculus, o se non si comprende di che calcolo si tratti. In effetti, è in gran parte grazie al progresso della cosmologia e delle matematiche moderne che si guarda l'arte antica con una nuova prospettiva e che si sospetta un significato complesso che ci sfugge. In precedenza, ci si serviva della teologia per esplorare tale complessità; oggi, la scienza ci offre un nuovo approccio, dato che i modelli che propone chiedono di essere interpretati. I progressi della topologia, che invade e influenza tutte le scienze moderne, sembrano segnare la nostra epoca e suggerire la chiusura di un anello o di un ciclo grazie a un rovesciamento. In tale inversione, antichi e moderni, est e ovest, anche se non si riuniranno, appaiono come il dritto e il rovescio della stessa medaglia, o come la possibile tesi e antitesi di una futura sintesi. | << | < | > | >> |Pagina 62Questo accostamento della tradizione a fianco del mito è il procedimento che abbiamo seguito fin dall'inizio e che ci ha permesso di rintracciare il significato corrispondente al filo di Arianna. Questo senso sopravvive nella tradizione che lo utilizza come teoria che porta a un'esperienza. Come afferma Einstein: «È la teoria a decidere ciò che si può osservare». Analogamente, il mito e il rituale corrispondono a un'esperienza che trasforma colui che la prova e il mondo che egli percepisce. Il significato offerto dalla tradizione corrisponderebbe a questo aspetto teorico che sostituisce una descrizione fatta nel mito di cose vissute soggettivamente.Non si tratta di abbandonare il metodo formale e strutturalista per ritrovare un antico metodo ermeneutico, ma di considerare una rete completa in cui senso e strutture si corrispondano. L'interpretazione del senso mitologico pone un problema simile a quello suscitato dall'interpretazione delle teorie della fisica quantica: «[...] Che cosa vuoi dire interpretare? A un primo livello, sarebbe la riconciliazione armoniosa del formalismo con la concretezza sperimentale. Deve essere anche il dire come si conciliano nello stesso mondo il puro caso e il determinismo. Infine, è la prospettiva di una rifondazione, al di là dei principi filosofici del passato, del processo che chiamiamo comprendere». (R. Omnes, in La Recherche, n. 280) Quindi, per riuscire a interpretare il mito si giunge infine a giocare su tre registri:
1. Una logica della concretezza che si trova nel mito. Essa crea dei
simboli, come quello del filo di Arianna, "mai percepiti con nettezza", che
collegano gli oggetti a una pluralità di significati o li definiscono per mezzo
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