Copertina
Autore Michael Cunningham
Titolo Le ore
EdizioneBompiani, Milano, 2002 [1999], Tascabili 772 , pag. 172, dim. 125x192x11 mm , Isbn 88-452-4977-8
OriginaleThe Hours
EdizioneFourth Estate, London, 1999
TraduttoreIvan Cotroneo
LettoreAngela Razzini, 2003
Classe narrativa statunitense
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Pagina 9

Prologo



Si affretta, via di casa, indosso ha un cappotto troppo pesante per il clima. È il 1941. È scoppiata una nuova guerra. Ha lasciato un biglietto per Leonard, e un altro per Vanessa. Cammina con determinazione verso il fiume, sicura di quello che farà, ma anche in questo momento è quasi distratta dalla vista delle colline, della chiesa e di un gregge sparso di pecore, incandescente, tinto di una debole traccia di zolfo, che pascola sotto un cielo che si fa più scuro. Si ferma, osserva le pecore e il cielo, poi riprende a camminare. Le voci mormorano alle sue spalle; bombardieri ronzano nel cielo, ma lei cerca gli aeroplani e non riesce a vederli. Supera uno dei lavoranti della fattoria (si chiama John?), un uomo robusto, con la testa piccola, che porta una maglietta del colore delle patate; sta pulendo il fosso che corre lungo il vincheto. Lui la guarda, fa un cenno con il capo, guarda di nuovo in basso, nell'acqua marrone. Mentre lo supera diretta al fiume, pensa a quanto lui sia appagato, a quanto sia fortunato, a pulire il fosso in un vincheto. Lei invece ha fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata. Squarci di cielo brillano nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia della notte precedente. Le sue scarpe affondano leggermente nella terra soffice. Ha fallito, e ora le voci sono ritornate, mormorano indistinte proprio dietro il suo campo visivo, dietro di lei, qui, no, ti volti e sono andate via, da qualche altra parte. Le voci sono ritornate e il mal di testa si sta avvicinando, sicuro come la pioggia: il mal di testa che distruggerà qualunque cosa lei sia e prenderà il suo posto. Il mal di testa si sta avvicinando e sembra (lo sta solo immaginando, o no?) che i bombardieri siano di nuovo comparsi nel cielo. Raggiunge l'argine, lo scavalca e continua giù, di nuovo verso il fiume. C'è un pescatore a monte, su per il fiume, non si accorgerà di lei, oppure sì? Comincia a cercare una pietra. Lo fa in fretta, ma con metodo, come se stesse seguendo una ricetta a cui bisogna obbedire scrupolosamente per raggiungere un buon risultato. Ne sceglie una approssimativamente del peso e della forma della testa di un maiale. Anche mentre la raccoglie e la spinge a forza in una delle tasche del cappotto (la pelliccia le fa il solletico sul collo), non può fare a meno di notarne la qualità fredda e gessosa e il colore, un marrone lattiginoso con tracce di verde. Sta vicino alla sponda del fiume, che si spinge contro l'argine, riempiendo le piccole irregolarità del fango di acqua chiara, acqua che potrebbe essere una sostanza completamente diversa da quella giallo-marrone, chiazzata, apparentemente solida come una strada, che si stende immobile da una sponda all'altra. Fa un passo avanti. Non si toglie le scarpe. L'acqua è fredda, ma non tanto da essere insopportabile. Si ferma, ormai nell'acqua fino alle ginocchia. Pensa a Leonard. Pensa alle sue mani e alla sua barba, alle linee profonde intorno alla sua bocca. Pensa a Vanessa, ai bambini, a Vita e Ethel: tante persone. Anche loro hanno fallito, no? All'improvviso, si sente immensamente dispiaciuta per loro. Immagina di voltarsi indietro, di tirare fuori la pietra dalla tasca, di tornare a casa. Potrebbe forse rientrare in tempo per distruggere i biglietti. Potrebbe continuare a vivere; potrebbe compiere questo atto finale di gentilezza. Immersa fino alle ginocchia nell'acqua che si muove, decide di no. Le voci sono qui, il mal di testa sta per arrivare e, se si affida alle cure di Leonard e Vanessa, non la lasceranno andare via di nuovo, vero? Decide di continuare, perché la lascino andare. Si muove a stento, goffamente (il fondo è fangoso), fino a che l'acqua le arriva ai fianchi. Getta uno sguardo a monte, al pescatore, che porta una giacca rossa e non la vede. La surerficie gialla del fiume (più gialla che marrone, vista da così vicino riflette un cielo scuro. È questo, allora, l'ultimo momento di percezione vera: un uomo che pesca con una giacca rossa e un cielo nuvoloso che si riflette nell'acqua opaca. Quasi involontariamente (a lei sembra che sia involontariamente) fa un passo avanti o inciampa, e la pietra la spinge giù. Per un momento, ancora, sembra niente, sembra un altro fallimento: solo acqua gelata da cui può facilmente uscire; ma poi la corrente la avvolge e la trascina con una forza così muscolare, così improvvisa che sembra che un uomo forte si sia sollevato dal fondo, le abbia afferrato le gambe e se le sia strette al petto. Sembra un contatto personale.

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Pagina 22

[...] Ecco la piccola e bella libreria di Spring Street. Forse a Evan piacerebbe un libro. Nella vetrina ce n'è uno (uno solo!) di Clarissa, quello inglese (criminale, il fatto che lei abbia dovuto combattere per una tiratura di diecimila copie e, ben peggio, il fatto che saranno fortunati se ne venderanno cinquemila), accanto alla saga di una famiglia del Sud America che lei ha perso a vantaggio di una casa editrice più importante, che chiaramente non guadagnerà perché, per ragioni misteriose, è rispettata ma non amata. C'è la nuova biografia di Robert Mapplethorpe, le poesie di Louise Glück, ma niente sembra adatto. Sono tutti, allo stesso tempo, troppo generici e troppo specifici. Vuoi dargli il libro della sua vita, il libro che gli assegnerà un posto nel mondo, che gli farà da padre e madre, che gli darà delle armi per i cambiamenti che deve affrontare. Non ci si può presentare con dei pettegolezzi sulle celebrità, no; non si può portargli la storia di un romanziere inglese amareggiato dalla vita o le disgrazie di sette sorelle in Cile, per quanto siano scritti bene, e le probabilità che a Evan piaccia la poesia sono identiche a quelle che cominci a dipingere piatti di porcellana.

Non c'è conforto, sembra, nel mondo degli oggetti, e Clarissa teme che l'arte, anche la più grande (anche i tre volumi di poesia di Richard e il suo unico, illeggibile romanzo), appartenga decisamente al mondo degli oggetti. In piedi di fronte alla vetrina della libreria, viene assalita da un vecchio ricordo, un ramo d'albero che batte contro una finestra mentre da qualche parte (dalle stanze in basso?) una debole musica, il lento lamento di una jazz band, attacca da un fonografo. Non è il suo primo ricordo (che sembra invece riguardare una lumaca che striscia sul bordo di un marciapiede), e neanche il suo secondo (i sandali di paglia di sua madre, o forse i due ricordi sono invertiti), ma questo ricordo sembra pressante più di ogni altro, e in maniera profondà, quasi soprannaturale, confortante. Clarissa era probabilmente in una casa del Wisconsin, una delle tante che i suoi genitori affittavano per l'estate (raramente due volte la stessa - ognuna finiva per avere qualche difetto che sua madre inseriva in un racconto che si allungava sempre, Le tribolazioni della famiglia Vaughan nel giro delle lacrime fra le vallette del Wisconsin). Clarissa doveva avere tre o quattro anni, in una casa in cui non sarebbe mai ritornata, della quale non ha alcuna altra memoria se non questa, precisamente distinta, più chiara di ciò che le è accaduto ieri: un ramo che batte alla finestra mentre attaccano le trombe, come se il ramo, mosso dal vento, avesse in qualche modo determinato la musica. Le sembra di aver iniziato in quel momento a vivere nel mondo, a capire le promesse implicite in uno schema che è più grande della felicità umana, sebbene contenga la felicità umana insieme a ogni altra emozione. Il ramo e la musica contano per lei più di tutti i libri nella vetrina del negozio. Vuole per Evan - e per se stessa - un libro che possa contenere ciò che contiene quel singolo ricordo. Se ne sta in piedi a guardare i libri e il suo riflesso in sovrimpressione sul vetro (ha ancora un bell'aspetto, adesso è bella, invece che carina - quando cominceranno a emergere le increspature e la desolazione, le labbra grinzose del suo volto di vecchia?), e poi riprende a camminare, rimpiangendo il delizioso vestito nero che non può comprare per sua figlia, perché Julia è schiava di un'omosessuale impegnata e insiste a indossare T-shirt e anfibi. Mary Krull è una donna da rispettare, è lei stessa a non dare altra scelta, per come vive al limite dell'indigenza, per come va in prigione per le sue varie cause, per come tiene appassionate conferenze alla New York University su quella spiacevole mascherata conosciuta come "genere sessuale". Vuoi che ti piaccia, combatti perché sia così, ma alla fine è troppo dispotica nella sua profondità intellettuale e morale, nella sua dimostrazione incessante di incisività, di correttezza in giacca di pelle. Sai che ti prende in giro, in privato, per le tue comodità e le tue buffe (deve considerarle "buffe") nozioni sull'identità lesbica. Ti stanchi di essere trattata come il nemico solo perché non sei più giovane, perché vesti come ci si aspetta che tu vesta. Vuoi urlare a Mary Krull che non fa tanta differenza; vuoi che entri nella tua testa per qualche giorno e senta le preoccupazioni e i dispiaceri, la paura senza nome. Credi - sai - che tu e Mary Krull soffrite della stessa malattia mortale, dello stesso disgusto d'anima, e con un giro dell'orologio in più avreste potuto essere amiche; [...]

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Pagina 30

"Mangerò più tardi. Adesso vado a lavorare."

Lui esita, poi annuisce borbottando. Non vuole interferire con il suo lavoro, non lo farà. Però Virginia che si rifiuta di mangiare non è un buon segno.

"Pranzerai," dice lui. "Un pranzo vero: minestra, pudding e tutto il resto. Con la forza, se è necessario."

"Pranzerò," dice lei, con impazienza, ma senza vera rabbia. È alta, smunta, meravigliosa nella sua vestaglia, con il caffè che fuma in mano. A volte lui resta ancora senza parole di fronte a lei. Pensa che sia la donna più intelligente d'Inghilterra. I suoi libri verranno letti nei secoli. Lui lo crede con più forza di chiunque altro. Ed è sua moglie. E Virginia Stephen, pallida e alta, sorprendente come un Rembrandt o un Velazquez, che compare vent'anni prima nella stanza di suo fratello con un vestito bianco, ed è Virginia Woolf, di fronte a lui, adesso. È invecchiata in maniera drammatica, proprio quest'anno, come se uno strato d'aria fosse filtrato da sotto la sua pelle. Adesso è

[...]

 


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