Copertina
Autore Maurice Cury
CoautoreJ. Suret-Vanale, P. Paraire, J.P. Fléchard, F. Delpla, R. Pac, J. Ziegler, al.
Titolo Il libro nero del capitalismo
EdizioneMarco Tropea, Milano, 1999, Le Querce , pag. 545, dim. 140x215x45 mm , Isbn 88-438-0224-0
OriginaleLe livre noir du capitalisme
EdizioneLe Temps des Cerises, Paris, 1998
TraduttoreMassimo Caviglione
Classe storia contemporanea , politica , storia criminale
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Indice

                SOMMARIO

   Prefazione   Gilles Perrault               7

   Introduzione   Maurice Cury               11

 1 Le origini del capitalismo (XV-XIX
   secolo)   Jean Suret-Canale               17
 2 Economia schiavista e capitalismo:
   un bilancio quantificabile
   Philippe Paraire                          39
 3 Fuoco, sono soltanto operai!
   Roger Bordier                             49
 4 1744-1849, un secolo lionese: gli operai
   della seta di fronte ai cannibali del
   profitto   Maurice Moissonnier            61
 5 1871: tradimento di classe e settimana
   di sangue    Claude Willard               85
 6 Repressione antisindacale
   André Devriendt                           91
 7 Le bande armate del capitale nella
   Francia repubblicana   Maurice Rajsfus   101
 8 La Grande guerra: 11500 morti e 13 000
   feriti al giorno per tre anni e mezzo
   Jean-Pierre Fléchard                     115
 9 Controrivoluzione e interventi stranieri
   in Russia (1917-21)   Pierre Durand      135
10 La Seconda guerra mondiale
   François Delpla                          139
11 Sull'origine delle guerre e di una
   forma parossistica del capitalismo
   Pierre Durand                            167
12 Imperialismo, sionismo e Palestina
   Maurice Buttin                           171
13 Guerra e repressione:
   l'ecatombe vietnamita
   François Derivery                        179
14 Massacri e repressione in Iran
   François Derivery                        193
15 Genocidio anticomunista in Indonesia
   Jacques Jurquet                          207
16 L'annessione indonesiana di Timor
   Orientale   Jacques Jurquet              223
17 L'Iraq vittima del petrolio
   Subhi Toma                               239
18 L'Africa nera sotto la colonizzazione
   francese   Jean Suret-Canale             253
19 Algeria 1830-1998: dal capitalismo
   coloniale alla ricolonizzazione
   "mondializzata"   André Prenant          271
20 L'Africa delle indipendenze e del
   "comunismo" (1960-1998)
   Francis Arzalier                         305
21 Gli interventi statunitensi in America
   Latina   Paco Peña                       321
22 Stati Uniti, il sogno incompiuto:
   la lunga marcia degli afroamericani
   Robert Pac                               361
23 Centenario di un genocidio a Cuba:
   la "riconcentrazione" di Weyler
   Jean Laïlle                              393
24 Il genocidio degli amerindi
   Robert Pac                               407
25 Il capitalismo all'assalto dell'Asia
   Yves Grenet                              413
26 Le migrazioni nel XIX e nel XX secolo:
   un contributo alla storia del capitalismo
   Caroline Andréani                        435
27 Capitalismo, corsa agli armamenti e
   commercio delle armi   Yves Grenet       447
28 I morti viventi della mondializzazione
   Philippe Paraire                         475
29 La mondializzazione del capitale: le
   cause della minaccia di una nuova
   barbarie   François Chesnais             493
30 I banchieri svizzeri uccidono senza
   le mitragliatrici   Jean Ziegler         509
31 La pubblicità è più efficace delle bombe:
   i crimini pubblicitari nella guerra
   moderna   Yves Frémion                   523
32 ...e se non bastasse l'abolizione del
   capitalismo...  Monique e Roland Weyl    537

Appendice Capitalismo e barbarie:
          riepilogo dei massacri e delle
          guerre nel XX secolo              543
 

 

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Pagina 7

PREFAZIONE


Beato capitalismo! Non annuncia nulla e non fa mai promesse. Nessun manifesto, nessuna dichiarazione in venti punti programmatici sulla felicità chiavi in mano. Vi spappola, vi sventra, vi asservisce, vi martirizza: in breve, vi delude? Avete il diritto di sentirvi infelici ma non delusi, giacché la delusione presuppone un impegno non onorato. Quelli che annunciano un domani in cui si canterà con la giusta intonazione, si espongono all'accusa di inganno quando il loro tentativo sprofonda in una spaventosa cacofonia. Il capitalismo, al contrario, si coniuga giudiziosamente al presente. Il capitalismo è. Quanto al futuro, lo lascia volentieri ai sognatori, agli ideologi, agli ecologisti. I suoi delitti sono quasi perfetti. Nessuna prova scritta che ne accerti la premeditazione. Il Terrore del 1793? Quelli che non amano le rivoluzioni si immaginano facilmente i responsabili: i Lumi e la irragionevole volontà di ordinare la società secondo la ragione. Il comunismo? Le biblioteche traboccano di opere da biasimare. Nulla di simile per il capitalismo. Non gli si può certo rimproverare di fabbricare sciagure pretendendo di recare felicità. Il capitalismo accetta di venir giudicato solamente su quanto lo motiva da sempre: la ricerca del massimo profitto nel più breve tempo possibile. Gli altri si interessano all'uomo? Esso si occupa di merci. Si sono mai viste merci felici o infelici? I soli bilanci che contano sono i bilanci contabili. Ascrivergli altri delitti è andare fuori tema. Semmai, si potranno tirare in ballo le catastrofi naturali. Ve lo hanno ripetuto a sufficienza: il capitalismo è la condizione naturale dell'umanità. L'uomo si trova nel capitalismo come un pesce nell'acqua. Occorre la frivola arroganza degli ideologi per voler cambiare l'ordine delle cose, con le incresciose conseguenze cicliche che conosciamo: rivoluzione, repressione, delusione, contrizione. Ecco il vero peccato originale dell'uomo: l'eterno rovello di scuotere il giogo, la lirica illusione di un avvenire libero dallo sfruttamento, la pretesa di mutare l'ordine naturale. Non muovetevi: è il capitalismo che si muove per voi. Del resto anche la natura ha le sue catastrofi. Cerchereste forse i responsabili di un terremoto o di un maremoto? Il crimine dopotutto implica un criminale. Anche il capitalismo ha le sue catastrofi naturali. Per quanto concerne il comunismo, le schede antropometriche sono facili da stabilire: due con la barba, uno con la barbetta, un occhialuto, uno con i baffi, uno che attraversa lo Yangtze Kiang a nuoto, un patito dei sigari ecc. Si possono odiare quei volti in carne e ossa. Invece nel capitalismo compaiono soltanto indici impersonali: Dow Jones, CAC 40, Nikkei ecc. Provate a detestare un indice... L'impero del Male si identifica sempre con un territorio, ha sempre le sue capitali. È legato a luoghi. Ma il capitalismo è ovunque e in nessun luogo. A chi inviare i mandati di comparizione per un eventuale processo di Norimberga?

Capitalismo? Arcaismo fuori moda! Aggiornatevi e usate la parola adeguata: liberalismo. Il Littré definisce il termine "liberale" come: "ciò che è degno di un uomo libero". Non suona bene? E il Petit Robert ci offre una convincente lista di antonimi: "avaro, autocrate, dittatoriale, dirigista, fascista, totalitario". Troverete forse giustificabile definirsi anticapitalisti, confessate però che occorre una buona dose di cattiveria per proclamarsi antiliberali!

Cos'è dunque questo scherzo di un libro nero del capitalismo? Non vi accorgete che l'enormità dell'impresa sconfina nel delirio? Il peggior assassino di massa della storia? E sia pure. Ma un assassino senza volto né codice genetico. Un assassino che opera impunemente da secoli nei cinque continenti. Buon divertimento. E a che pro? Non avete sentito il colpo di gong che annunciava al tempo stesso il termine dell'incontro e la fine della Storia? Quell'assassino ha vinto. E ora si prende, nella sua versione mafiosa, le spoglie dei nemici. Quale avversario credibile si profila all'orizzonte?

Quale avversario? L'immensa moltitudine delle parti civili al suo processo. I vivi e i morti. La folla innumerevole di quelli che vennero deportati dall'Africa nelle Americhe, fatti a pezzi nelle trincee di una guerra idiota, bruciati vivi dal napalm, torturati a morte nelle prigioni dei cani da guardia del capitalismo, fucilati al Mur des Fédérés, a Fourmies, a Sétif, massacrati a centinaia di migliaia in Indonesia, quasi estinti come gli indiani d'America, assassinati in massa in Cina per assicurare la libera circolazione dell'oppio. Da tutti costoro le mani dei vivi hanno ereditato la fiaccola della rivolta dell'uomo non riconosciuto nella sua dignità. Sono le mani troppo presto senza vita di quei bambini del Terzo mondo che la sottoalimentazione, ogni giorno, uccide a decine di migliaia; sono le mani scheletrite dei popoli condannati a rimborsare gli interessi di un debito di cui i loro dirigenti-fantoccio hanno rubato il capitale; sono le mani tremanti degli esclusi, sempre più numerosi, tenuti ai margini dell'opulenza.

Sono mani di tragica debolezza e, per ora sono disgiunte. Ma non potranno che congiungersi, un giorno. Sarà allora che la fiaccola che esse portano incendierà il mondo.

Gilles Perrault

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Pagina 115

8
La Grande guerra:
11500 morti e 13 000 feriti al giorno
per tre anni e mezzo


Due comuni francesi fanno eccezione per quanto riguarda la celebrazione della Grande guerra: uno è il solo a non avere eretto sulla piazza principale un monumento ai caduti della guerra del 1914-18, perché i suoi 15 richiamati sono tutti ritornati vivi dal fronte; l'altro, Gentioux, nella Creuse, possiede un monumento ai caduti che non è mai stato inaugurato ufficialmente, infatti rappresenta uno scolaro che indica con il dito l'iscrizione "Sia maledetta la guerra!". Tutti gli altri hanno un monumento ai caduti, cosa che rivela meglio dell'aridità delle cifre l'ampiezza del massacro. La targa dedicata ai caduti della guerra 1914-18, nell'atrio del municipio di Bezons, reca l'iscrizione "Guerra alla guerra, odio all'odio". Nessun comune francese tranne una sola eccezione, è dunque sfuggito al gigantesco macello che su 7,8 milioni di richiamati per più di quattro anni, ossia circa il 30% della popolazione francese attiva, ha lasciato sui campi di battaglia 1,4 milioni di morti e fatto ritornare alle loro case oltre un milione di invalidi.

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Pagina 127

Un santuario del capitale internazionale:
il bacino di Briey-Thionville

I mercanti di cannoni, i più importanti dei quali erano Schneider in Francia e Krupp in Germania, erano strettamente uniti in una sorta di trust internazionale il cui scopo segreto era quello di accrescere l'immenso patrimonio dei propri membri aumentando la produzione bellica, da entrambe le parti della frontiera. Per arrivare a questo, disponevano di potenti mezzi per seminare il panico fra le popolazioni dei due paesi, allo scopo di persuadere ciascuna che l'altra aveva un solo fine: attaccarla. Numerosi giornalisti e parlamentari venivano da loro retribuiti profumatamente per assolvere questo compito. D'altronde, un importante fabbricante francese di munizioni, de Wendel, che era anche deputato, aveva per cugino un altro fabbricante tedesco di munizioni, von Wendel, che sedeva al Reichstag. Erano nella posizione migliore, in ciascun paese, per sgravarsi la coscienza facendo udire le loro patriottiche grida di allarme.

Tutta questa graziosa gente - mercanti di cannoni, giornalisti, parlamentari - riuscì agevolmente a lanciare i due popoli in una folle corsa agli armamenti che non doveva più fermarsi, fino alla guerra.

I loro rispettivi capi di stato, lungi dal frenarli, li incoraggiavano. E più degli altri il presidente francese Raymond Poincaré, lorenese, cresciuto con l'idea della rivincita e pronto a qualsiasi menzogna, a qualunque prezzo, pur di riconquistare l'Alsazia e la Lorena.

Per questi differenti motivi i soldati tedeschi e francesi andarono a scannarsi l'un l'altro.

Avevano insegnato loro a odiarsi, mentre i fabbricanti di munizioni e gli stati maggiori, fraternamente uniti, seguivano con soddisfazione nelle retrovie lo svolgimento del dramma che avevano innescato congiuntamente.

Per ben approfondire questo immenso inganno e mostrare che il patriottismo e la difesa del territorio non sono altro che parole vuote che servono a coprire i più abominevoli intrallazzi, conviene raccontare la storia del bacino di Briey-Thionville, poiché è caratteristica, sintomatica e, da sola, dovrebbe ispirare nei popoli il disgusto per la guerra.

Le miniere di ferro di Briey-Thionville si trovavano a cavallo delle frontiere del Lussemburgo, della Francia e della Germania. Ne era proprietaria la famiglia franco-tedesca de/von Wendel.

Questo bacino era di un'importanza capitale per lo svolgimento della guerra. Engerand, in un discorso pronunciato alla camera dei deputati dopo il conflitto, il 31 gennaio 1919, dirà: «Nel 1914 la sola regione di Briey forniva il 90% di tutta la nostra produzione di minerale di ferro».

Poincaré stesso aveva scritto: «L'occupazione del bacino di Briey da parte dei tedeschi sarebbe un autentico disastro dal momento che metterebbe nelle loro mani incomparabili ricchezze metallurgiche e minerarie la cui utilità può essere enorme per chi, fra i belligeranti, le controllerà».

Accadde però un fatto straordinario: fin dal 6 agosto 1914 il bacino venne occupato dai tedeschi senza alcuna resistenza.

Più straordinario ancora: Verreaux, il generale di divisione incaricato della difesa di questa regione, rivelò in seguito che la sua consegna (contenuta in una busta da aprire in caso di mobilitazione) gli prescriveva formalmente di abbandonare Briey-Thionville senza combattere.

La verità, conosciuta molto tempo dopo, era la seguente: c'era stata un'intesa fra alcuni membri dello stato maggiore e dei fabbricanti francesi di armi per lasciare il bacino in mano ai tedeschi affinché la guerra si prolungasse (i tedeschi non avrebbero potuto continuarla senza il minerale di ferro) e gli utili dei commercianti di cannoni si accrescessero.

Evviva la legittima difesa in nome della quale ci si

[...]

 


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