Copertina
Autore Guido Davico Bonino
CoautoreHoffmann, Bulwer-lytton, Hawthorne, Andersen, Poe, Gogol, Gautier, Tarchetti, James, Maupassant, Stevenson, Zena, Conrad, Wells, Pirandello, Quiroga, Bontempelli, Papini, Woolf, Kafka, Savinio, Borges, Ocampo, Cortazar
Titolo Io e l'altro
SottotitoloRacconti fantastici sul Doppio
EdizioneEinaudi, Torino, 2004, Tascabili Letteratura 1254 , pag. XIV+372, cop.fle., dim. 120x195x18 mm , Isbn 88-06-17099-6
CuratoreGuido Davico Bonino
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe classici inglesi , classici statunitensi , classici francesi , classici italiani , narrativa italiana , narrativa argentina
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Indice

 V  Prefazione di Guido Davico Bonino

    Io e l'altro

  3 I sosia
    E. T. A. HOFFMANN

 48 Monos e Daimonos
    EDWARD BULWER-LYTTON

 57 Il velo nero del Pastore
    NATHANIEL HAWTHORNE

 72 L'ombra
    HANS CHRISTIAN ANDERSEN

 84 William Wilson
    EDGAR ALLAN POE

103 Il naso
    NIKOLAJ GOGOL

127 Il cavaliere doppio
    THÉOPHILE GAUTIER

136 Uno spirito in un lampone
    IGINO UGO TARCHETTI

147 L'angolo prediletto
    HENRY JAMES

182 Lui?
    GUY DE MAUPASSANT

189 Markheim
    ROBERT LOUIS STEVENSON

208 Confessione postuma
    REMIGIO ZENA

219 Il coinquilino segreto
    JOSEPH CONRAD

261 Il fu signor Elvesham
    HERBERT GEORGE WELLS

278 Stefano Giogli, uno e due
    LUIGI PIRANDELLO

286 Lo spettro
    HORACIO QUIROGA

296 Giovane anima candida
    MASSIMO BONTEMPELLl

303 L'ultima visita del Gentiluomo Malato
    GIOVANNI PAPINI

309 La signora nello specchio
    VIRGINIA WOOLF

315 La condanna
    FRANZ KAFKA

326 Anima
    ALBERTO SAVINIO

333 Le rovine circolari
    JORGE LUIS BORGES

339 La casa di zucchero
    SILVINA OCAMPO

348 Lontana
    JULlO CORTAZAR
 

 

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Pagina V

Introduzione


Apriamo insieme il Simposio di Platone e diamo la parola al commediografo greco Aristofane. Siamo in casa di Agatone, si è finito di cenare, su suggerimento di Fedro si è scelto il tema della discussione: l'elogio di Amore. Hanno già parlato Fedro, Pausania, il medico Eurissimaco (Socrate, per ora, tace e ascolta) ed ecco intervenire l'autore delle Rane:

Bisogna innanzi tutto che sappiate qual è la natura dell'uomo e quali prove ha sofferto; perché l'antichissima nostra natura non era come l'attuale, ma diversa. In primo luogo l'umanità comprendeva tre sessi, non due come ora, maschio e femmina, ma se ne aggiungeva un terzo partecipe di entrambi e di cui ora è rimasto il nome, mentre la cosa si è perduta. Era allora l'androgino, un sesso a sé, la cui forma e nome partecipavano del maschio e della femmina: ora non è rimasto che il nome che suona vergogna. In secondo luogo, la forma degli umani era un tutto pieno: la schiena e i fianchi a cerchio, quattro braccia e quattro gambe, due volti del tutto uguali sul collo cilindrico, e una sola testa sui due volti, rivolti in senso opposto; e cosi quattro orecchie, due sessi, e tutto il resto analogamente, come è facile immaginare da quanto s'è detto. Camminavano anche ritti come ora, nell'una e nell'altra direzione; ma quando si mettevano a correre rapidamente, come i saltimbanchi fanno capriole levando in alto le gambe, casi quelli veloci ruzzolavano poggiando su quei loro otto arti.

Questi uomini primitivi, dalla conformazione doppia rispetto all'attuale, divisi in tre sessi, erano terribilmente vigorosi e tanto superbi da attentare agli dèi e mettere Giove in assillo: «Se li fulmino, come ho fatto con i Giganti, perdo i loro sacrifici in nostro onore: d'altro canto, non posso lasciarmi insolentire...»:

Ma finalmente Giove, pensa e ripensa: «Se non erro, - dice, - ce l'ho l'espediente perché gli uomini, pur continuando a esistere ma divenuti piú deboli smettano questa tracotanza. Ora li taglierò in due e cosí saranno piú deboli, e nello stesso tempo piú utili a noi per via che saranno aumentati di numero. E cammineranno ritti su due gambe, ma se ancora gli salterà di fare gli arroganti, e non vorranno vivere quieti, li taglierò in due una seconda volta [...]

[...]

Quando nasce, tuttavia, all'interno della letteratura occidentale, quando prende corpo sulla pagina il tema del Doppio in senso stretto, quello del «soggetto che vede dinnanzi a sé un altro se stesso (autoscopia) come un'entità autonoma ma identica, o che s'imbatte in un individuo simile a sé in tutto e per tutto»? Rispondono Jourde e Tortonese: «Questo Doppio è essenzialmente moderno, è il romanticismo tedesco che lo mette in auge, e Jean-Paul Richter (1763-1825) inventa per lui, nel 1796, il termine di Doppelgänger». A coniare questo neologismo (letteralmente, «chi cammina al tuo fianco», «il tuo compagno di strada») non ha mancato di contribuire la riflessione di un filosofo come Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), chiamato alla cattedra di filosofia dell'Università di Jena nel 1794, anno in cui pubblica i suoi Fondamenti dell'intera dottrina della scienza. Il sistema fichtiano prevede una sorta di raddoppiamento del soggetto: c'è un Io assoluto e originario, che ingloba in sé il non-io, cioè il mondo esterno, che a sua volta include l'Io empirico. «Il mio Io (empirico) è orrificato dal mio Io (assoluto), questo Démogorgon ripugnante che mi abita», postilla Jean-Paul Richter nell' Appendice comica del suo romanzo Titan (1800-1803), in cui è compresa, nel registro della parodia, una Clavis fichtiana. Ma è Adalbert von Chamisso (1781-1838) con la sua Storia meravigliosa di Peter Schlemil o l'uomo che ha perduto la sua ombra (1814), romanzo breve dallo straordinario, immediato successo in tutta Europa, a consacrare il tema del Doppio al piú alto livello di espressività. Chamisso racconta la storia di un individuo che, giunto in una cittadina dove dovrebbe socialmente affermarsi e divenire in breve tempo agiato, vende ad un uomo in grigio la propria ombra in cambio della borsa magica di Fortunatus, fonte di inesauribili ricchezze: «Il nostro eroe - ha osservato la belga Anne Richter, un'altra specialista di letteratura fantastica - perde a questo punto la propria identità e diventa oggetto di scandalo e di pubblico disprezzo. Rifiutando un secondo patto col diavolo, che gli offre di barattare la propria ombra con la propria anima, Schlemil finisce per accettare la sua condizione, rinuncia al suo doppio ingannatore, e preferisce serbare l'anima pura, vivendo ormai in solitudine, lontano dall'umano consorzio».

Sta di fatto che con il suo piccolo capolavoro narrativo von Chamisso aveva aperto una strada, che dai suoi colleghi della «scuola» romantica si inoltrerà sino al Novecento, sia sul versante del romanzo che su quello del racconto.

[...]

Abbiamo evocato soltanto alcuni romanzi notevoli sul Doppio, scritti ed apparsi tra Otto e Novecento. La nostra antologia non si rivolge peraltro al romanzo, anche nelle sue forme meno espanse, ma al racconto. E infatti nelle strutture, di necessità «economiche», del narrar breve che l'evocazione fantastica del Doppio consegue risultati di particolare incisività. Come hanno sottolineato i primi studiosi dello sviluppo letterario di questo tema, come la tedesca Wilhelmine Kraus sin dal 1930 o l'inglese Ralph Tymms circa vent'anni dopo (1949), la contrazione architetturale della forma-racconto è singolarmente adatta ad esprimere, e contrario, la tensione incontrollabile a rompere ogni confine, a slanciarsi, finalmente liberi, al di là dei limiti del proprio destino, che è la costante d'ogni conflitto dell'io con l'altro da sé, col suo Doppio.

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Pagina 57

Il velo nero del pastore

Parabola

di Nathaniel Hawthorne


Il sacrestano, sotto il portico della chiesa di Milford, tirava con vigore la corda della campana. I vecchi del villaggio si avviarono curvi giú per la strada. Alcuni bambini, dalle facce vispe, saltellavano allegri accanto ai loro genitori, o fingevano un'andatura piú grave e severa, consci della dignità che conferivano gli abiti festivi. Alcuni azzimati giovanotti guardavano in tralice le graziose fanciulle, e si immaginavano che il sole della domenica le rendesse piú leggiadre che nei giorni feriali. Quando la folla fu quasi tutta passata attraverso il portico, il sacrestano fece rintoccar la campana, tenendo fisso l'occhio sulla porta del presbiterio. Non appena avesse scorto il sacerdote, avrebbe smesso di suonare.

- Ma che mai si è messo sul volto, il buon pastore Hooper? si chiese stupito il sacrestano.

Tutti quelli che lo udirono si voltarono immediatamente e scorsero il signor Hooper che, lento e immerso nei propri pensieri, avanzava verso la chiesa. Come di comune accordo tutti sobbalzarono, rivelando maggior stupore di quello che avrebbero provato, se qualche ignoto pastore fosse venuto a spolverare i cuscini del pulpito del reverendo Hooper.

- Ma siete sicuro che sia veramente il nostro pastore? - chiese al sacrestano il rispettabile signor Gray.

- Senza dubbio che è il nostro buon signor Hooper, - rispose il sacrestano. - Avrebbe dovuto scambiar pulpito col pastore Shute di Westbury, non fosse che ieri il signor Shute si è scusato, dovendo predicare a un funerale.

La causa di tanto stupore può sembrare forse insignificante. Il signor Hooper, una persona dall'aspetto distinto, sui trent'anni, sebbene ancora scapolo era vestito con tutto il decoro confacente a un sacerdote, come se una premurosa moglie gli avesse insaldato il colletto e rimosso la polvere della settimana dal vestito domenicale. Nel suo aspetto non vi era che una cosa notevole. Stretto attorno alla fronte gli pendeva davanti alla faccia un velo nero, che era mosso dal respiro del pastore. Visto piú da vicino, esso sembrava formato da un pezzo di crespo raddoppiato, che nascondeva interamente il volto, tranne la bocca e il mento, ma con ogni probabilità non gli impediva di vedere, anche se diffondeva un'ombra scura su tutte le cose, viventi o inanimate. Con quella cupa ombra dinanzi agli occhi, il buon signor Hooper continuò dunque a procedere, come al solito, lento e tranquillo, un po' curvo e con lo sguardo rivolto a terra, siccome usano le persone astratte, senza però dimenticare di rivolgere un gentile cenno di saluto a quanti dei suoi parrocchiani ancora si trovassero sui gradini della chiesa. Ma questi erano cosi stupefatti, che quasi si dimenticavano di rispondergli.

- Mi pare quasi impossibile che il volto del nostro buon signor Hooper si trovi dietro quel velo di crespo, - disse il sacrestano.

- È una cosa che non mi piace, - mormorò una vecchia, mentre zoppicando entrava in chiesa. - Si è trasformato in qualcosa di tremendo, con quel semplice velo che gli nasconde la faccia.

- Il nostro pastore è impazzito! - esclamò il vecchio signor Gray, seguendo il sacerdote attraverso la soglia.

La voce di qualche inspiegabile fenomeno aveva preceduto l'ingresso del pastore nella chiesa ed eccitato l'intera congregazione. Pochi poterono astenersi dal volgere il capo verso la porta; molti eran rimasti in piedi e la fissavano direttamente; mentre parecchi ragazzini si issavano sui sedili e poi si lasciavan cader giú con un terribile frastuono. Era un agitarsi generale, un fruscio di sottane femminili, uno scalpiccio di piedi maschili; cosa che contrastava fortemente con quella silente quiete che dovrebbe accogliere l'ingresso del sacerdote. Ma il signor Hooper non parve notare la commozione dei suoi fedeli. Entrò con passo quasi silenzioso, curvò leggermente il capo in direzione dei banchi ai due lati, e si inchinò passando davanti al suo piú vecchio parrocchiano, un vegliardo dai capelli bianchi, che occupava una poltrona nel centro della navata. Fu curioso notare con quanta lentezza questo venerabile signore riusci a percepire che l'aspetto del pastore presentava qualcosa di strano. Egli non parve infatti partecipare alla diffusa commozione, finché il signor Hooper non ebbe salito gli scalini e non si fu mostrato sul pulpito, fronteggiando la sua congregazione, sempre col velo nero che gli intercettava lo sguardo. Il misterioso emblema non fu mai sollevato. Venne

[...]

 


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