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| << | < | > | >> |Indice
I. Consolazione per l'impopolarità 5
II. Consolazione per i problemi di denaro 51
III. Consolazione per il senso di frustrazione 83
IV. Consolazione per il senso di inadeguatezza 125
V. Consolazione per le pene d'amore 185
VI. Consolazione per le difficoltà del vivere 223
Fonti bibliografiche 267
Fonti iconografiche 271
Indice dei nomi 275
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| << | < | > | >> |Pagina 7Alcuni anni fa, in un rigido inverno newyorkese, e con davanti un pomeriggio libero prima della partenza del mio volo per Londra, mi trovavo in una galleria deserta al livello superiore del Metropolitan Museum of Art. Era un luogo vivacemente illuminato e, a parte il confortante ronzio del sistema di riscaldamento a pannelli, del tutto silenzioso. Avendo ormai fatto indigestione di quadri impressionisti ero in cerca di un'indicazione per la caffetteria, dove semmai pregustavo già di ordinare un bicchiere di una particolare marca americana di latte al cioccolato di cui all'epoca andavo matto, quando fui attratto da una tela la cui targhetta informava che era stata dipinta a Parigi nell'autunno del 1786, dall'allora trentottenne Jacques-Louis David.Socrate, condannato a morte dal popolo di Atene, si prepara a bere la cicuta circondato dagli amici tristi e abbattuti. Nella primavera del 399 a.C. tre ateniesi trascinarono il filosofo davanti a un tribunale e lo accusarono di empietà, di avere introdotto novità in campo religioso e di corruzione ai danni dei giovani di Atene. Data la gravità delle imputazioni, invocarono per lui la pena di morte. Da parte sua, Socrate reagì con leggendaria compostezza. Benché gli fosse stata offerta la possibilità di rinnegare pubblicamente la propria filosofia, rimase fedele a ciò che riteneva esser vero, e non piuttosto popolare e gradito. Secondo la cronaca di Platone, così si rivolse, ardito, alla giuria: Finché io abbia respiro, e finché io ne sia capace, non cesserò mai di filosofare e di esortarvi e ammonirvi, chiunque incontri di voi... Per tutto ciò... o Ateniesi... o mi assolviate o non mi assolviate, siate in ogni modo persuasi che io non farò mai altrimenti che così, neanche se non una soltanto ma più volte dovessi morire. Era poi stato condotto ad attendere la fine in una prigione ateniese, e la sua morte segnò un momento cruciale nella storia della filosofia. | << | < | > | >> |Pagina 38L'idea era emersa qualche tempo prima del processo, nel corso di una conversazione tra Socrate e Polo, famoso maestro di retorica giunto in visita ad Atene dalla Sicilia. Polo aveva alcune idee politiche a dir poco raggelanti, della cui verità desiderava ardentemente convincere il filosofo. Spiegò che per un essere umano non esisteva felicità superiore a quella di diventare dittatore, in quanto la dittatura garantiva massima libertà d'azione, la possibilità di sbattere in galera i nemici, confiscare i loro beni e infine giustiziarli.Socrate lo ascoltò educatamente, quindi rispose con una serie di argomenti logici con cui tentava di dimostrare che la felicità stava semmai nel far del bene. Polo rimase ancorato alle proprie posizioni, e le difese facendogli notare che spesso i dittatori erano riveriti da un grandissimo numero di persone. Citò come esempio Archelao, re di Macedonia, il quale, pur avendo assassinato lo zio, il cugino e un legittimo erede di sette anni, aveva continuato a godere di enorme sostegno presso il popolo di Atene: il numero di coloro che tifavano per Archelao, concluse Polo, era segno che la sua teoria sulla dittatura era corretta. Magnanimamente, Socrate ammise che in effetti sarebbe stato molto più facile scovare sostenitori di Archelao che non dell'idea che le buone azioni potessero dare la felicità: «Così ora, se vuoi presentare testimoni contro di me a prova che dico il falso» dichiarò, «deporranno a tuo favore quasi tutti gli ateniesi e i forestieri». Se vuoi, testimonieranno a tuo favore Nicia di Nicerato e i suoi fratelli, dei quali nel tempio di Dioniso stanno in fila esposti i tripodi; e, se vuoi, Aristocrate di Scellia... e tutta la casa di Pericle, se vuoi, o qualsiasi altra famiglia ateniese tu desideri scegliere. Ma ciò che Socrate negava con zelo era che la vasta approvazione risorsa dall'argomento di Polo potesse in sé provarne la correttezza: Beato uomo, tu cerchi di convincermi d'errore retoricamente, come coloro che ritengono di convincere d'errore nei tribunali, ove, appunto, gli uni credono di avere confutato gli altri, quando presentano molti e reputati testimoni di quello che sostengono e gli avversari ne presentano uno o nessuno. Evidentemente la prova non ha così nessun valore rispetto alla verità, ché, talvolta, contro uno possono premere le false testimonianze di molte e reputate persone. La vera rispettabilità non è un prodotto della volontà della maggioranza, ma del pensiero corretto. Se decidiamo di fare un vaso, dovremo prestare orecchio ai consigli di coloro che sanno come trasformare lo strato di vetrificante in Fe3O4 a 950 °C; se decidiamo di costruire una nave, sarà il verdetto dei costruttori di triremi di cui dovremo tenere conto, e se ci accostiamo a problemi di natura etica - come sia possibile essere felici, coraggiosi, equi o buoni - non dovremo lasciarci intimorite da forme di pensiero mal strutturate, anche se propugnate da grandi retori, potenti generali ed eleganti aristocratici della Tessaglia. | << | < | > | >> |Pagina 64Chi aveva prestato orecchio alle malignità deve aver provato una certa sorpresa nello scoprire quali erano i veri gusti del filosofo del piacere. La sua casa era tutt'altro che lussuosa, e la sua tavola semplice: Epicuro preferiva l'acqua al vino e si sentiva appagato da una cena a base di pane, verdure e un pugno di olive. «Mandami un pentolino di cacio perché possa, quando voglio, scialare un po'» chiese una volta a un amico. Eccoli lì, i gusti di un uomo che aveva definito il piacere il fine della propria vita.
Non che intendesse ingannare gli altri: la sua devozione
al piacere era di gran lunga superiore a ciò che i peggiori
nemici delle sue orge potevano immaginare. Solo che, al
termine di un'analisi razionale, era pervenuto ad alcune
strabilianti conclusioni sulle cose che potevano
effettivamente rendere piacevole l'esistenza. E,
fortunatamente per chi non disponeva di consistenti entrate,
sembrava proprio che gli ingredienti indispensabili del
piacere, per quanto sfuggenti, non fossero affatto costosi.
Stabilitosi ad Atene nel 306 a.C., all'età di trentacinque anni, Epicuro optò per una sistemazione domestica piuttosto insolita. Individuò un grande edificio a pochi chilometri dal centro di Atene, nella zona di Melite, tra il mercato e il porto del Pireo, e vi si trasferì con un gruppo di amici. A lui si unirono Metrodoro e la sorella, il matematico Polieno, Ermarco, Leonteo e la moglie Temista, e un mercante di nome Idomeneo (che presto sposò la sorella di Metrodoro). La casa era abbastanza spaziosa da garantire la tranquillità a ciascuno, ma vi erano stanze comuni dove si mangiava e conversava. Come osservava Epicuro: Di tutti quei beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande di tutti è l'acquisto dell'amicizia. Tale era il suo attaccamento alla buona compagnia, che raccomandava di evitare i pasti consumati in solitudine: Bisogna che tu consideri con la massima attenzione con chi mangi e bevi prima di mangiare e bere qualcosa: infatti dilaniare carni senza la compagnia di un amico è vita da leone e da lupo.
La casa di Epicuro somigliava dunque a una grande
famiglia, dove regnavano gentilezza e simpatia e mancava
qualunque senso di cupezza o costrizione.
Noi non esistiamo finché qualcuno non ci vede esistere, le nostre parole sono prive di senso finché qualcuno non le intende, ed essere circondati da amici ci dà conferma continua della nostra identità. La loro conoscenza e l'affetto che nutrono per noi hanno il potere di tirarci fuori dal nostro stato di intorpidimento. Attraverso i loro misurati commenti e le loro beffe dimostrano di conoscere le nostre piccole manie e di accettarle, accettando così il posto che occupiamo nel mondo. Sappiamo di poter chiedere loro «Quello lì non ti fa paura?» o «Hai mai la sensazione che...?» e di poter essere compresi, anziché trovarci di fronte a reazioni e risposte perplesse come «No, non particolarmente», che riescono a farci sentire soli come esploratori polari. | << | < | > | >> |Pagina 68Ovviamente è improbabile che la ricchezza possa rendere infelici. Ma il succo del messaggio di Epicuro è che, se abbiamo molti soldi ma non abbiamo amici né libertà e non conduciamo una vita ponderata, non saremo mai veramente felici. Se invece abbiamo tutto questo tranne i soldi, non saremo mai infelici.| << | < | > | >> |Pagina 78Misurare l'effetto complessivo sortito dal poema lucreziano sulle attività commerciali del mondo greco-romano è ovviamente impossibile, così come lo è scoprire se, grazie alla gigantesca scritta, i cittadini di Enoanda alla fine compresero di cosa avevano bisogno e smisero di acquistare ciò che invece non gli serviva. Non possiamo però escludere che una campagna pubblicitaria epicurea ben concepita sarebbe per esempio in grado di accelerare una crisi economica. Poiché secondo Epicuro la maggioranza delle imprese economiche stimola desideri superflui in chi non sa individuare i propri bisogni reali, i livelli di consumo risulterebbero senz'altro penalizzati da un aumento di consapevolezza e di gradimento della semplicità. Nessuna sorpresa, dunque, per il filosofo, giacché:
La povertà commisurata al bene secondo natura è
ricchezza; la ricchezza senza misura è una grande povertà.
Ci troviamo insomma di fronte a una scelta: da un lato, società che stimolano desideri superflui ma hanno una forza economica enorme; dall'altro, società epicuree capaci di soddisfare i bisogni materiali essenziali ma non di innalzare lo standard di vita minimo al di sopra del livello di sussistenza. In un mondo epicureo non esisterebbero monumenti grandiosi né progresso tecnologico, e i commerci con terre lontane sarebbero ben poco incentivati. Una società i cui membri avessero bisogni più contenuti sarebbe automaticamente una società di risorse scarse. Eppure, se dobbiamo credere al filosofo, non si tratterebbe affatto di una società infelice. Per dirla con Lucrezio, in un mondo privo di valori epicurei ... il genere umano si travaglia senza alcun frutto e invano sempre, e tra inutili affanni consuma la vita, certo perché non conosce un limite al possesso e nemmeno, fin dove s'accresca il vero piacere. Ma, contemporaneamente:
Questo a mano a mano ha sospinto la vita in alto mare.
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