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| << | < | > | >> |IndiceIntroduzione 11 1 Come i gigli del campo 17 2 Il cretino specializzato 43 3 La ragione del profitto 55 4 Né ridere né piangere ma capire 67 5 «Jobless growth» e «turbocapitalismo» 79 6 Bentornata soggettività 103 7 Una società preveggente e programmata 113 8 Un futuro globalizzato e androgino 129 9 Il servilismo zelante 155 10 Il piacere dell'ubiquità 171 11 Da «io faccio» a «io so» 197 12 Il grande trompe-l'oeil 225 13 Parole-chiave per il futuro 243 14 Il lavoro non è tutto 265 | << | < | > | >> |Pagina 19Professor De Masi, c'è chi parla di lei come di un «profeta dell'ozio». E secondo qualcuno lei preconizzerebbe addirittura l'avvento di un mondo simile al «paesi di Bengodi». Etichette, immagino, irritanti. Quale rapporto hanno con il suo vero pensiero?Io mi limito a sostenere, sulla base dei dati statistici, che noi, partiti da una società dove gran parte della vita delle persone adulte era dedicata al lavoro, stiamo andando verso una società in cui gran parte del tempo sarà, e in parte già è, dedicato a qualcos'altro. Per molti versi questa osservazione empirica è analoga a quella che fece il sociologo americano Daniel Bell quando, nel 1956, registrò negli Stati Uniti il sorpasso dei colletti bianchi sui colletti blu e avvertì: altro che potere operaio!, la società va verso una prevalenza del terziario e dei servizi. Quel sorpasso Bell lo registrò, appunto: non lo indovinò, non lo profetizzò. Allo stesso modo io mi limito a registrare che stiamo andando verso una società fondata non sul lavoro ma sul tempo libero. Oltre a questo, sempre in base alle statistiche, constato che, sia nel tempo di lavoro sia nel tempo libero, noi esseri umani oggi facciamo sempre meno cose con le mani e sempre più cose col cervello, al contrario di quanto abbiamo fatto, fin qui, per milioni di anni. Ma ecco due ulteriori passaggi: tra tutte queste attività che realizziamo col cervello, quelle più apprezzate, più spendibili nel mercato del lavoro, sono le attività creative. Perché anche le attività intellettuali, come quelle manuali, quando sono ripetitive possono essere affidate alle macchine. La caratteristica principale delle attività creative è che si distinguono poco o niente dal gioco e dall'apprendimento, per cui resta sempre più difficile scindere queste tre dimensioni della nostra vita attiva che, in precedenza, erano state nettamente e artificiosamente separate l'una dall'altra. Quando lavoro, studio e gioco coincidono, siamo in presenza di quella sintesi esaltante che io chiamo «ozio creativo». Perciò credo che il fuoco della nostra conversazione debba essere questo triplice passaggio: dall'attività fisica a quella intellettuale; dall'attività intellettuale di tipo ripetitivo a quella di tipo creativo; dal lavoro-fatica nettamente separato dal tempo libero e dallo studio, all'«ozio creativo» in cui studio, lavoro e gioco finiscono per coincidere sempre di più. Queste tre traiettorie connotano il passaggio da una società che è stata chiamata «industriale» a una società nuova. Possiamo definirla come vogliamo. Io, per comodità, la chiamo «post-industriale». | << | < | > | >> |Pagina 45Eccoci alla nascita della società che a tutti noi, tranne che alle giovanissime generazioni, appare un habitat naturale: la società industriale. All'inizio non fu percepita affatto come «naturale». Piuttosto, come uno sconquasso. Quanto è profonda la rivoluzione avviata nel Settecento?Come ho già detto, quando nella nostra storia coincidono tre tipi di mutamento - la scoperta di nuove fonti energetiche, una nuova divisione del lavoro e una nuova organizzazione del potere - allora siamo di fronte a un balzo epocale. E questi tre tipi di mutamento portano con sé una nuova epistemologia, un nuovo modo di concepire il progresso e il mondo. La società industriale è stata tutto questo. Intorno alla metà del Settecento nasce un nuovo movimento, il razionalismo, che contrappone la fiducia nella ragione umana alla soluzione dei problemi in chiave emotiva, fatalistica o religiosa. La vita pratica dell'uomo del Settecento non è diversa da quella del suo antenato dei tempi di Giulio Cesare o di Hammurabi. È parimenti impaurito da fulmini, tuoni, pestilenze, da eventi che, pur essendo naturali, gli appaiono del tutto soprannaturali, dei quali non ha spiegazioni se non di carattere religioso o, appunto, fatalistico. Nel Settecento si insinuano per la prima voita il dubbio e la speranza che la ragione possa capire e poi gestire gli eventi: forse, si dice con fiducioso ottimismo (quell'ottimismo su cui ironizza il Voltaire di Candide), verrà un domani in cui l'uomo saprà con anticipo se pioverà o se ci sarà siccità e saprà anche come imbrigliare un fulmine. Per arrivarci occorre studiare razionalmente, occorre nutrire la nostra mente, occorre «coltivare il nostro giardino». Il dubbio nasce a livello teorico, in chiave puramente intellettuale? Sì, da quell'immensa fioritura di club, salotti, iniziative che diedero vita all'Illuminismo. Nasce da quell'impasto di scientismo, razionalismo, ironia e autoironia che fece del Settecento il «secolo dei Lumi».
Guardiamo questo secolo, per un attimo, attraverso
l'evento dell'
Encyclopédie:
un gruppo di persone coltissime che decide di trasmettere il
proprio sapere a coloro che ne sono privi. Decide, cioè, di
raccogliere lo scibile in un corpus di libri, ma non perché
sia contemplato, oppure utilizzato in senso strettamente
intellettuale, bensì perché venga utilizzato come fonte di
sapere tecnico. L'
Encyclopédie
offre una serie di
planchettes,
di tavole illustrative, con disegni dettagliati e misure
precise di svariati macchinari. Dunque, dietro c'è la
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