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| << | < | > | >> |Indice
7 SCRITTI AUTOBIOGRAFICI
9 Due frammenti dal romanzo mainstream
Gather Yourself Together (1949)
13 Presentazione dell'autore (1953)
15 Materiale biografico su Philip K. Dick
(1968)
17 Autoritratto (1968)
26 Appunti notturni di uno scrittore
di fantascienza stanco (1968, 1972)
29 Materiale biografico su Philip K. Dick
(1972)
31 Materiale biografico su Philip K. Dick
(1973)
33 Memorie ritrovate sul retro di una ricetta
veterinaria (1976)
39 Vita breve e felice di uno scrittore di
fantascienza (1976)
48 Strane memorie di morte (1979, 1984)
55 Philip K. Dick e la filosofta: breve
intervista (a cura di Frank C. Bertrand,
1980, 1988)
59 Nota alla sezione Scritti autobiografici
61 SCRITTI SULLA FANTASCIENZA
E SU TEMI A ESSA LEGATI
63 Pessimismo e fantascienza (1955)
66 Sarà mai perfezionata la bomba atomica?
E, se sì, che ne sarà di Robert Heinlein?
(1966)
72 The Double: Bill Symposium: risposte a un
questionario per scrittori ed editori di SF
professionisti (1969)
77 Quella targa sulla Luna (1969)
78 Chi è lo scrittore di SF?
90 Rivalutazione dell'esperimento di Michelson
e Morley (1979)
91 Introduzione a Dr. Bloodmoney (1979, 1985)
96 Introduzione a The Golden Man (1980)
111 Recensione al libro The Cybernetic
Imagination in Science Fiction (1980)
114 La mia definizione di fantascienza (1981)
117 "Predizioni" di Philip K. Dick, comparse in
The Book of Predictions (1981)
119 Artefici (e distruttori) di universi (1981)
123 Nota introduttiva a Beyond Lies the Wub
125 Nota alla sezione Scritti sulla
fantascienza e su temi a essa legati
129 Postfazione
di Lawrence Sutin
153 Bibliografia essenziale
| << | < | > | >> |PaginaEcco cos'è successo alle cose uscite dall'umida terra, dal lurido fango e dalla polvere. A tutte le cose viventi, grandi e piccine. Hanno fatto la loro comparsa, divincolandosi a fatica da quell'umidità appiccicosa. E poi, dopo qualche tempo, sono morte. Carl tornò a guardare quella giornata, la luce del sole e le colline. Sembrava tutto diverso, ormai, da come gli era apparso qualche istante prima. Forse era riuscito a vedere con maggiore chiarezza. Il cielo, blu e immacolato, si estendeva a perdita d'occhio. Ma ne cadevano sangue e piume. Il cielo era bello quando lui lo osservava da molto lontano. Ma quando lo guardava a distanza troppo ravvicinata non era affatto carino. Era spaventoso e aspro. Il cielo era tenuto insieme da puntine da disegno e carta gommata. Si era rotto ed era stato aggiustato; si ruppe di nuovo e fu riaggiustato. Si sgretolava e cedeva, marciva e ondeggiava nel vento finché, come nelle favole, un pezzo di cielo non cadde sulla terra. Carl continuò a camminare lentamente. Abbandonò la strada e si avviò su per una stradina sterrata. Subito si trovò a risalire a grandi passi un pendio erboso, con il respiro affannato. Si fermò un istante e si voltò indietro. La Compagnia e le sue proprietà erano già rimpicciolite, sotto di lui. Ridimensionate, in procinto di svanire. Carl si sedette su un sasso. Il mondo, attorno a lui, era muto e immobile. Non si muoveva foglia. Il suo mondo. Il suo silenzioso mondo personale. Ma lui non lo capiva. E, allora, com'era possibile che fosse il suo mondo? Era uscito per sorridere ai fiori e all'erba. Ma aveva trovato dell'altro, qualcosa cui era impossibile sorridere. Qualcosa di assolutamente sgradevole. Qualcosa che non gli piaceva, che lui non capiva e neppure voleva. Dunque, non era il suo mondo. Se fosse stato il suo mondo, lui l'avrebbe organizzato diversamente. Era stato assemblato male. Molto male. Assemblato in modi che lui non poteva approvare. Un uccello silenzioso, morto in mezzo alla strada. Gli ricordava qualcosa. I suoi pensieri vagarono. Che cosa gli ricordava? Una strana sensazione alla deriva. Era già successo. Quell'identica cosa. Era uscito e aveva trovato qualcosa di terribile. Qualcosa che non aveva senso. Qualcosa che lui non sapeva spiegare né capire. Dopo un po', gli sovvenne. Il gatto. Il vecchio gatto morente, con le sue orecchie lacere, privo di un occhio, il corpo smilzo e prosciugato e chiazze di pelo che venivano via. Il gatto e l'uccello. Altre cose. Le mosche svolazzanti all'intorno. File di formiche. Cose mortali, che scompaiono in silenzio, che vanno alla deriva. E nessuno che veda o se ne curi. Non l'aveva mai capita, quella cosa da lui trovata nel vasto e caldo mondo. Non significava nulla. Non aveva alcun senso. C'era uno scopo? Una ragione? Quando si era reso conto che il gatto era morto, era rientrato in casa, camminando lentamente, immerso nei pensieri. Una volta in casa, era andato nella sua stanza, alle sue cose. Il suo microscopio. I francobolli, le cartine geografiche, i disegni, i libri. Questo aveva senso. Uno scopo. La loro esistenza era giustificata. Poteva osservare quelle cose e capirle. Carl si sedette sul pendio della collina e pensò alla sua infanzia. Non era poi passato così tanto tempo. Non dovette risalire a molti anni addietro. Sentiva i ricordi che sorgevano intorno a lui e filtravano da ogni lato. Immagini, odori. Gusti. Il suo passato era con lui. Era vicino, appena sotto la superficie. In attesa di emergere. La sua stanza. Il suo microscopio. I disegni che aveva fatto. Si sedette e si abbandonò al ricordo. I suoi seni lo stupirono. Non erano aggettanti e rivolti all'insù. Non erano sodi e prominenti come risultava dai disegni. Pendevano e, quando lei si piegò, ricaddero. Sobbalzarono e oscillarono, quando lei raccolse i vestiti e, rialzandosi e ripiegandosi, li indossò. Non erano affatto turgide coppe, bensì carne, come il resto del corpo di lei: soffice e pallida carne. Come otri penzolanti fuori dalle tende di villaggi mediorientali. Sacchi, sacchi di carne traballanti che forse, a volte, la intralciavano. Si abbottonò i pantaloncini rossi e avvolse attorno a sé la blusa grigia. Si sedette per allacciarsi i sandali. A quel punto sembrava identica al solito, non bianca, nuda, tarchiata. I suoi seni erano tornati a essere curve sotto la blusa, non otri rigonfi penzolanti. Con quei pantaloncini e la blusa aderenti sembrava più alta e più magra. Finì di vestirsi e se ne andò. Lui la perse di vista. Era scomparsa. Era tutto finito. Si rilassò. Il sangue si placò. Il cuore cominciò a tornare alla normalità, e il colore gli deflui dalle guance e dalle orecchie. Sospirò. Era successo davvero? Si sentiva stordito. In un certo senso era deluso. Lei si era rivelata bianca e bassa, con dei rigonfiamento qua e là. Gambe per camminare e piedi su cui poggiare. Il corpo di lei era come tutti gli altri, una creazione fisica, uno strumento, una macchina: era venuto al mondo come ogni altra cosa, dalla polvere e dal fango viscido. Dopo un po' si sarebbe consumato e avrebbe ceduto, si sarebbe rotto e piegato, e lo scotch, la colla e le puntine da disegno l'avrebbero fatto ricadere al suolo, da dovera venuto. Si sarebbe stracciato e rovinato. Sarebbe svanito e sarebbe stato dimenticato, come l'erba e i fiori e il grande abete che incombeva su di lui, come le colline e la stessa terra. Faceva parte del mondo ordinario, cosa materiale tra le altre cose materiali. Soggetto alle stesse leggi. Operante alla stessa maniera. D'un tratto, pensò ai propri disegni, alle pin-up che aveva copiato, a tutte le idee e le immagini che gli si erano affollate in mente, li seduto nella sua stanza soffocante, con il sole che filtrava tra le tende. Sorrise. Be', se non altro, aveva compreso un'altra cosa. Aveva perduto tutte le immagini e le illusioni più care, ma aveva capito qualcosa che fino ad allora gli era sfuggito. I corpi, il suo corpo, il corpo di lei erano praticamente tutti identici. Appartenevano allo stesso mondo. Nulla esisteva al di fuori del mondo, nessun grande regno dell'anima fantasma, la regione del sublime. Solo quello esisteva: quel che vedeva con i suoi occhi. Gli alberi, il sole, l'acqua. Lui, Barbara, tutti e tutto ne facevano parte. Non esisteva altro. E non era come se il suo segreto mondo interiore, il mondo di spirito che lui aveva così a lungo alimentato, avesse improvvisamente cominciato a crollargli intorno. Non c'erano rovine e tristi reliquie da raccogliere. Al contrario, tutti i sogni e le idee che aveva coltivato così a lungo erano svaniti di colpo, in un batter d'occhio. In silenzio, come una bolla di sapone. Scomparsi per sempre. Come se non fossero mai esistiti. | << | < | > | >> |Pagina 78La gioia che dimostrano gli scrittori di fantascienza quando si incontrano di persona, alle convention o alle conferenze, costituisce un aspetto che li caratterizza tutti in egual misura, esordienti e vecchi professionisti. Si instaura sempre un rapporto d'intesa profondo, anche se le idee politiche espresse nei rispettivi lavori possono essere in netto contrasto tra loro: è come se le posizioni anche opposte - che, si potrebbe pensare, creano necessariamente barriere tra le persone - non avessero alcuna incidenza, e l'atmosfera, in occasione degli incontri di scrittori di SF, è sempre quella di una riunione di famiglia, di una rimpatriata tra vecchi amici e amici nuovi, con i quali c'è, di base, una sostanziale affinità di vedute o di mentalità. I rapporti sono quasi sempre improntati al reciproco rispetto personale, oltreché delle rispettive opere. Siamo come membri di un gruppo etnico un tempo strettamente uniti; poi dispersi e, infine, temporaneamente riuniti. Non ho mai avuto questa sensazione con alcun altro gruppo di persone: abbiamo un che di speciale che non solo ci accomuna, bensì ci lega, invece di separarci come succede negli ambienti dei cosiddetti "narratori newyorchesi", in cui la gelosia e l'invidia croniche e gli amari sfoghi impediscono i contatti personali. Per quel che ne so io, questo tipo di cameratismo e di rapporto è, almeno attualmente, unico nel mondo dell'arte. È indicativo di come siamo. [...]
Direi, dunque, che lo scrittore di fantascienza
condivide in una certa misura tanto le preoccupazioni
scientifiche quanto quelle politiche. Gli scienziati
approfondiscono le loro conoscenze passando molto tempo nei
laboratori; gli attivisti scendono in strada e manifestano.
Lo scrittore di SF apre squarci su altre totalità - alcune
buone, altre cattive, altre ancora semplicemente bizzarre -
e vuole attirare la nostra attenzione su di esse. Quindi è
anche una figura letteraria, oltreché un po' politica e un
po' scientifica: è tutte queste cose insieme e forse altro
ancora. Quanto a considerare il suo lavoro come mera
evasione, non c'è al giorno d'oggi idea della SF meno
adeguata di questa. Nei suoi scritti egli parla della
realtà con altrettanta passione e convinzione di quanta ne
sia necessaria per ottenere la modifica di un cattivo piano
regolatore.
Questa è la sua forma, perché in fondo lui non si identifica
con nessuno dei tre tipi summenzionati, essendone invece una
mescolanza. A un certo punto della sua vita ha cominciato a
pensare che le parole sono cose: possono
esercitare una forza e divenire strumento per conseguire
obiettivi desiderati. Questo, io credo, lo accomuna agli
altri scrittori; ma se si aggiunge quest'ultimo elemento
alla sua costituzione intellettuale quasi-scientifica e
quasi-politica, si capisce immediatamente che quanto egli
vuole fissare sulla carta, oltreché il suo movente, è
totalmente diverso da quello che si incontra in autori
dediti ad altri generi. Questi possono voler ritrarre un
aspetto grazioso, pittoresco - cristallizzando l'immagine di
un isolato nei bassifondi del Bronx e la vita che vi si
svolge intorno al 1930 perché le generazioni future possano
leggerla - ma lo scrittore di SF è interessato a
cristallizzare non una scena, bensì una visione - anzi, una
serie di visioni - che ha elaborato nella sua mente. Non
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Scheda con 19242 bytes di citazioni. Scheda parziale. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |