Copertina
Autore Roddy Doyle
Titolo Una stella di nome Henry
EdizioneGuanda, Milano, 2000, Narratori della Fenice , pag. 432, dim. 140x220x30 mm , Isbn 88-8246-181-5
OriginaleA Star Called Henry [1999]
TraduttoreGiuliana Zeuli
LettoreRenato di Stefano, 2000
Classe narrativa irlandese
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Pagina 11

Mia madre alzò gli occhi a guardare le stelle. Ce n'erano tante lassù. Le tremava leggermente la mano mentre ne sceglieva una. Puntò un dito.

«Eccolo là, il mio piccolo Henry. Guarda, è lassù.»

Io guardai; ero l'altro suo piccolo Henry, seduto accanto a lei sul gradino. Guardai verso l'alto e lo odiai. Lei mi stringeva a sé, ma guardava il suo bambino che scintillava lassù. Povero me, là accanto a lei, pallido e con gli occhi arrossati, un ammasso di croste e pustole. Con lo stomaco che urlava perché voleva essere riempito e i piedi nudi che mi facevano male come quelli di un vecchio. Io, l'improbabile sostituto del piccolo Henry, troppo buono per questo mondo, l'Henry che Dio aveva voluto per sé. Povero me.

E povera mamma. Seduta su quello scalino, e su tanti altri scahní sgretolati, aveva visto tutti i suoi bambini andare a raggiungere Henry. La piccola Gracie, Lil, Victor, un altro piccolo Victor. Sono quelli che mi ricordo. Ce n'erano stati degli altri, e poi quelli morti prematuri, che erano andati al Limbo; arrivavano e se ne andavano prima ancora che gli venisse dato un nome. Dio se li era presi tutti. Gli servivano tutti lassù, per illuminare la notte. Gliene aveva lasciati tanti però. Quelli brutti, chiassosi, quelli che Lui non voleva per sé: quelli che non avevano mai abbastanza da mangiare.

Povera mamma. Là seduta a guardare il piccolo Henry che luccicava, non poteva avere molto più di vent'anni ma era già vecchia, già in decomposizione, completamente distrutta, buona ancora per qualche altro figlio e basta. Povera mamma.

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Pagina 91

Riuscivamo a cavarcela io e Victor, ci arrangiavamo e crescevamo insieme, uno di fianco all'altro oppure con Victor a cavalluccio sulle mie spalle. Riuscivamo a sopravvivere, ma mai a prosperare. Non faceva per noi la prospertità. Eravamo liberi di andare e venire come e quando volevamo, non gliene fregava niente a nessuno, ma non ci sarebbe mai stato permesso di salire scalini tirati a lucido e metterci comodi, al calduccio, protetti da porte e finestre. Lo sapevo. Ne ero consapevole ogni volta che mi facevo da parte con un salto quando passava una carrozza o una vettura, ogni volta che mi riempivo la bocca ululante con del cibo schifoso, ogni volta che vedevo un bambino della mia età con le scarpe. Me ne rendevo conto ogni volta che un estraneo ci offriva dei soldi o qualcosa da mangiare se andavamo con lui. Lo sapevo, ed era una cosa che mi faceva molto pensare. Ero il più intelligente, il raggio più luminoso in una città piena di cervelli brillanti e disperati.

Rivoluzionai la caccia ai topi. Invece di essere noi a cercare loro erano loro che venivano da noi. Andavamo a cercarne le tane e portavamo via i piccoli appena nati, li facevamo bollire e ci spalmavamo quella brodaglia sulle braccia e sulle mani... ma non la mangiammo mai. Potete ridere se volete, o farvi venire da vomitare, ma vuol dire che non avete mai sofferto veramente la fame. E l'odore - Cristo, quell'odore - li faceva impazzire, i genitori. Ci bastava avvicinare le mani ai buchi delle tane e i topi ci saltavano addosso, come se avessero appena visto in sogno i cani che stavano per dilaniarli. Urlavano a sentire l'odore delle nostre mani e chiamavano i figli mentre li gettavamo nel sacco. Tenendo stretto il sacco che squittiva e pulsava, li portavamo agli allibratori ai bordi dello spiazzo dove si teneva il combattimento. Adoravano i nostri topi. Mi pagavano di più se infilavo le mani nel sacco. Io accettavo sempre, ma non lasciavo che Victor rischiasse di perderci un dito. Adoravo guardare le facce degli uomini ai bordi dello spiazzo; ci leggevo disprezzo, pietà e ammirazione. Tenevo gli occhi fissi sui ricchi, quelli che, come sapevo benissimo, si sentivano già in colpa per il solo fatto di essere là, insieme alla peggior feccia dei bassifondi; li guardavo fissi mentre affondavo la mano nel sacco e sentivo la furia che vibrava nel dorso dei topi, mentre quelli distoglievano lo sguardo. Ma io volevo che lo vedessero tutti il ragazzino cui chiedevano di mutilarsi perché loro potessero divertirsi. Lasciavo la mano nel sacco fino al punto di svenire, fino a sentirmi la morte nel cuore; sentivo i topi impazziti che mi annusavano i polsi e le dita in cerca dei loro piccoli, e resistevo ancora per qualche secondo, prima che i topi si rendessero conto che stavano leccando la mano dell'assassino. Tutti gli occhi degli uomini e dei ragazzi attorno allo spiazzo erano fissi su di me; in quel momento ero più importante dei cani che ululavano e scavavano per terra. Adoravo il silenzio che riuscivo a creare con lo sguardo. Un segno del mio potere. Perfino i cani lo avvertivano e restavano fermi, immobili. Poi chiudevo la mano attorno a uno di quei corpi caldi e tiravo fuori un topo urlante stretto in pugno, incoraggiato dalle grida entusiastiche del pubblico, mentre lui cercava con tutte le sue forze di affondarmi i denti nelle vene, a costo di spezzarsi la schiena. Lo trattenevo ancora un po', guardandomi intorno per far sapere a tutti che se erano lì a divertirsi, quella sera, lo dovevano a me.

[...]

 


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