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| << | < | > | >> |Indice
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INTRODUZIONE IX
1. SULL'ESSERE 1
1.l. La semiotica e il Qualcosa 4
1.2. Un problema innaturale 6
1.3. Perché c'è dell'essere? 8
1.4. Come si parla dell'essere 10
1.5. L'aporia dell'essere aristotelico 14
1.6. La duplicazione dell'essere 16
1.7. L'interrogazione dei poeti 20
1.8. Un modello di conoscenza del mondo 24
1.9. Di un possibile dileguamento
dell'essere 30
1.10. Le Resistenze dell'essere 37
1.11. Il senso del continuum 38
1.12. Conclusioni in positivo 41
2. KANT, PEIRCE E L'ORNITORINCO 43
2.1. Marco Polo e l'unicorno 43
2.2. Peirce e l'inchiostro nero 44
2.3. Kant, gli alberi, le pietre
e i cavalli 50
2.4. I giudizi percettivi 59
2.5. Lo schema 63
2.6. E il cane? 67
2.7. L'ornitorinco 71
2.8. Rilettura di Peirce 80
2.8.1. Il Ground, i 'qualia' e
l'iconismo primario 81
2.8.2. La soglia inferiore
dell'iconismo primario 87
2.8.3. Il giudizio percettivo 92
2.9. Le linee di tendenza 99
3. TIPI COGNITIVI E CONTENUTO
NUCLEARE 103
3.1. Da Kant al cognitivismo 103
3.2. Percezione e semiosi 104
3.3. Montezuma e i cavalli 107
3.3.l. Tipo Cognitivo (TC) 109
3.3.l.l. Il riconoscimento
delle occorrenze 109
3.3.1.2. Nominare e riferirsi felicemente 111
3.3.1.3. TC e scatola nera 112
3.3.2. TC verso Contenuto Nucleare (CN) 114
3.3.2.1. Istruzioni per l'identificazione 117
3.3.2.2. Istruzioni per il reperimento 118
3.3.3. Contenuto Molare (CM) 119
3.3.4. CN, CM e concetti 120
3.3.5. Riferimento 120
3.4. Primitivi semiosici 121
3.4.1. Primitivi semiosici e
interpretazione 121
3.4.2. Chiarimenti sulle categorie 123
3.4.3. Primitivi semiosici e
verbalizzazione 127
3.4.4. 'Qualia' e interpretazione 130
3.4.5. I TC e l'immagine come "schema" 132
3.4.6. 'Affordances' 137
3.5. Casi empirici e casi culturali 139
3.5.1. La storia dell'arcangelo Gabriele 146
3.5.2. TC e CN come zone di
competenza comune 150
3.6. Dal tipo all'occorrenza o viceversa? 153
3.7. L'arcipelago dei TC 156
3.7.1. Tipi vs categorie di base 156
3.7.2. Storia di Pinco 159
3.7.3. Ostriche quadrupedi 163
3.7.4. TC e prototipi 167
3.7.4.1. Stereotipi e prototipi 167
3.7.4.2. Alcuni equivoci sui prototipi 169
3.7.4.3. I misteri Drybal 171
3.7.5. Altri tipi 173
3.7.6. Se una notte d'inverno un guidatore 174
3.7.7. Tipi fisionomici per individui 176
3.7.8. TC per individui formali 181
3.7.9. Riconoscere SV2 183
3.7.10. Alcuni problemi aperti 188
3.7.11. Dal TC pubblico a quello
dell'artista 190
4. L'ORNITORINCO TRA DIZIONARIO
ED ENCICLOPEDIA 193
4.1. Montagne e MONTAGNE 193
4.2. 'Files' e 'directories' 197
4.3. La categorizzazione selvaggia 200
4.4. Le proprietà non cancellabili 203
4.5. La vera storia dell'ornitorinco 208
4.5.1. 'Watermole' o 'duckbilled platypus' 208
4.5.2. Mammelle senza capezzoli 211
4.5.3. Alla ricerca dell'uovo perduto 213
4.6. Contrattazioni 215
4.6.l. Ottant'anni di negoziazioni 215
4.6.2. Hjelmslev vs Peirce 217
4.6.3. Dove sta il continuum amorfo? 220
4.6.4. Vanville 222
4.7. Contratto e significato 234
4.7.l. Significato dei termini e
senso dei testi 235
4.7.2. Il significato e il testo 239
5. NOTE SUL RIFERIMENTO
COME CONTRATTO 243
Possiamo riferirci a tutti i gatti? 244
Riferirsi ai cavalli 248
La vera storia del sarchiapone 251
Ci sono scatole chiuse? 253
La Mente Divina come 'e-mail' 258
Dalla Mente Divina alla Intenzione
della Comunità 261
'Qui pro quo' e negoziazioni 264
Lo strano caso del dottor Jekyll
e dei fratelli Hyde 266
Se sia Jones a essere pazzo 270
Che cosa vuole Nancy? 272
Chi è morto il 5 maggio? 275
Oggetti impossibili 277
L'identità del Vasa 280
Sull'altra gamba di Ahab 284
'Ich liebe Dich' 289
6. ICONISMO E IPOICONE 295
6.1. Il dibattito sull'iconismo 296
6.2. Non era una discussione
tra dissennati 297
6.3. Le ragioni degli anni Sessanta 298
6.4. Strade senza uscita 300
6.5. Somiglianza e similarità 301
6.6. Contorni 305
6.7. Stimoli surrogati 309
6.8. Riprendiamo il discorso 313
6.9. Vedere e disegnare Saturno 314
6.10. Protesi 317
6.11. Ancora sugli specchi 318
6.12. Catene di specchi e televisione 325
6.13. Ripensare le pitture 330
6.14. Riconoscimenti 333
6.15. Modalità Alfa e Beta:
un punto di catastrofe? 336
6.16. Dalla somiglianza percettiva
alle similarità concettuali 340
6.17. Il messicano in bicicletta 344
6.18. Gruppo di famiglia in un inferno 346
APPENDICE l. SULLA DENOTAZIONE 349
Aristotele 352
Boezio 354
L"appellatio' di Anselmo 355
Abelardo 355
Tommaso d'Aquino 358
La nascita dell'idea di supposizione 359
Bacone 361
Duns Scoto e i Modisti 365
Ockham 366
Hobbes e Mill 369
Conclusioni 373
APPENDICE 2. CROCE, L'INTUIZIONE
E IL GUAZZABUGLIO 375
NOTE AI CAPITOLI 389
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 425
INDICE DEGLI AUTORI CITATI 449
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| << | < | > | >> |Pagina IXChe cosa c'entra Kant con l'ornitorinco? Nulla. Come vedremo, date alla mano, non poteva entrarci. E questo basterebbe per giustificare il titolo e quella sua incongruenza insiemistica che suona come omaggio all'antichissima enciclopedia cinese di borgesiana memoria. Di che cosa parla questo libro? Oltre che dell'ornitorinco, di gatti, cani, topi, cavalli, ma anche di sedie, piatti, alberi, montagne e altre cose che vediamo tutti i giorni, e delle ragioni per cui distinguiamo un elefante da un armadillo (anche di quelle per cui di solito non scambiamo nostra moglie per un cappello). Si tratta di un problema filosofico formidabile che ha ossessionato il pensiero umano da Platone ai cognitivisti contemporanei e che neppure Kant (come vedremo) ha saputo non dico risolvere ma neppure porre in termini soddisfacenti. Figuriamoci io. Ecco perché i saggi di questo libro (stesi nel corso di dodici mesi, riprendendo temi che ho trattato - in parte in forma inedita - negli ultimi anni) nascono da un nucleo di preoccupazioni teoriche interconnesse e si rinviano l'un l'altro ma non sono da leggersi come "capitoli" di un'opera che abbia ambizioni sistematiche. Se i vari paragrafi sono talora puntigliosamente numerati e sottonumerati è solo per permettere rimandi rapidi da uno scritto all'altro, senza che questo artificio debba suggerire una architettonica soggiacente. Se molte sono le cose che in queste pagine dico, moltissime sono quelle che non dico, semplicemente perché non ho idee precise in proposito. Anzi, vorrei assumere come insegna la citazione di Boscoe Petvwee, un autore del XVIII secolo (a me ignoto), che ho trovato in Gregory (1981: 558): "Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro". | << | < | > | >> |Pagina 1La storia delle ricerche sul significato è ricca di "uomini" (che sono animali razionali e mortali), di "scapoli" (che sono maschi adulti non sposati) e persino di "tigri" (anche se non si sa bene se definirle come mammiferi felini o gattoni dal manto giallo striato di nero). Rarissime (ma le poche che ci sono, sono molto importanti) le analisi di preposizioni e avverbi (quale è il significato di "accanto", "da" o "quando"?); eccelenti alcune analisi di sentimenti (si pensi alla "collera" greimasiana), abbastanza frequenti le analisi dei verbi, come "andare", "pulire", "lodare", "uccidere". Non risulta invece che alcuno studio di semantica abbia dato una analisi soddisfacente del verbo "essere", che pure usiamo nel linguaggio quotidiano, in tutte le sue forme, con una certa frequenza. | << | < | > | >> |Pagina 41.1. La semiotica e il QualcosaPerché la semiotica dovrebbe occuparsi di questo qualcosa? Perché uno dei suoi problemi è (anche, e certamente) dire se e come usiamo segni per riferirci a qualcosa, e su questo si è scritto molto. Ma non credo che la semiotica possa evitare un altro problema: che cosa è quel qualcosa che ci induce a produrre segni? Ogni filosofia del linguaggio si trova di fronte non solo a un terminus ad quem ma anche a un terminus a quo. Non solo deve chiedersi "a che cosa ci riferiamo quando parliamo, e con quale attendibilità?" (problema certamente degno di nota), bensì anche: "Che cosa ci fa parlare?". Questo, posto filogeneticamente, era in fondo il problema che la modernità ha interdetto - delle origini del linguaggio, almeno da Epicuro in avanti. Ma se si può evitarlo filogeneticamente (adducendo la mancanza di reperti archeologici) non si può ignorarlo ontogeneticamente. La nostra stessa esperienza quotidiana ci può provvedere elementi, forse imprecisi ma in certo qual modo tangibili, per rispondere alla domanda: "ma perché mai sono stato indotto a dire qualcosa?". La semiotica strutturale il problema non se lo è mai posto (con l'eccezione di Hjemslev, come vedremo): le varie lingue sono considerate in quanto sistemi già costituiti (e analizzabili sincronicamente) nel momento in cui gli utenti si esprimono, affermano, indicano, chiedono, comandano. Il resto pertiene alla produzione della parole, ma le motivazioni per cui si parla sono psicologiche e non linguistiche. La filosofia analitica si è appagata del proprio concetto di verità (che non riguarda come le cose stanno di fatto bensì che cosa si dovrebbe concludere se un enunciato fosse inteso come vero), ma non ha problematizzato il nostro rapporto prelinguistico con le cose. In altre parole, l'asserzione la neve è bianca è vera se la neve è bianca, ma come si avverta (e si sia sicuri) che la neve sia bianca viene demandato a una teoria della percezione, o all'ottica. Il solo che ha fatto del problema la base stessa della sua teoria, semiotica, cognitiva e metafisica al tempo stesso, è certamente stato Peirce. Un Oggetto Dinamico ci spinge a produrre un representamen, questo produce in una quasi-mente un Oggetto Immediato, a sua volta traducibile in una serie potenzialmente infinita di interpretanti e talora, attraverso l' abito elaborato nel corso del processo d'interpretazione, ritorniamo all'Oggetto Dinamico, e qualcosa ne facciamo. Certamente, dal momento in cui dobbiamo riparlare dell'Oggetto Dinamico, a cui siamo tornati, siamo di nuovo nella situazione di partenza, dobbiamo rinominarlo attraverso un altro representamen, e in un certo qual senso l'Oggetto Dinamico rimane sempre come una Cosa in Sé, sempre presente e mai catturabile, se non per via, appunto, di semiosi. Eppure l'Oggetto Dinamico è ciò che ci spinge a produrre semiosi. Produciamo segni perché c'è qualcosa che esige di essere detto. Con espressione poco filosofica ma efficace, l'Oggetto Dinamico è Qualcosa-che-ci-prende-a-calci e ci dice "parla!" o "parla di me!", o ancora, "prendimi in considerazione!". Tra le modalità della produzione dei segni conosciamo i segni indicali, questo o quello nel linguaggio verbale, un indice teso, una freccia nel linguaggio dei gesti o delle immagini (cfr. Eco 1975, 3.6); ma c'è un fenomeno che dobbiamo intendere come presemiotico, o protosemiotico (nel senso che costituisce il segnale che dà avvio, istituendolo, al processo semiosico) e che chiameremo indicalità o attenzionalità primaria (Peirce parlava di attenzione, come capacità di dirigere la mente verso un oggetto, fare attenzione a un elemento trascurandone un altro). Si ha indicalità primaria quando, nella materia spessa delle sensazioni che ci bombardano, di colpo selezioniamo qualcosa che ritagliamo su quello sfondo generale, decidendo che vogliamo parlarne (quando, in altre parole, mentre viviamo attorniati da sensazioni luminose, termiche, tattili, interocettive, una sola di queste attrae la nostra attenzione, e solo dopo diremo che fa freddo, o che ci fa male al piede); si ha indicalità primaria quando attiriamo l'attenzione di qualcuno, non necessariamente per parlargli ma anche solo per mostrargli qualcosa che dovrà diventare segno, esempio, e lo tiriamo per la giacca, gli volgiamo-la-testa-verso. Nel più elementare tra i rapporti semiosici, la traduzione radicale illustrata da Quine (1960: 2), prima di sapere che nome l'indigeno assegni al coniglio che passa (o a qualsiasi cosa egli veda dove io vedo e intendo un coniglio che passa), prima che io gli chieda "che cosa è quello?" - con un dubitoso cenno interrogativo mentre, in modo forse per lui incomprensibile, punto il dito sull'evento spazio-temporale che m'interessa - per far sì che egli mi risponda con il celebre ed enigmatico gavagai, c'è un momento in cui io fisso la sua attenzione su quell'evento spazio-temporale. Emetterò un grido, lo afferrerò per le spalle, nel caso che egli sia voltato dall'altra parte, farò qualcosa perché si accorga di quello di cui io ho deciso di accorgermi. Questo fissare la mia o l'altrui attenzione su qualcosa è condizione di ogni semiosi a venire, precede persino quell'atto di attenzione (già semiosico, già effetto di pensiero) per cui decido che qualcosa è pertinente, curioso, intrigante, e deve essere spiegato attraverso un'ipotesi. Viene prima ancora della curiosità, prima ancora della percezione dell'oggetto in quanto oggetto. E la decisione ancora cieca per cui, nel magma dell'esperienza, individuo qualcosa con cui debbo fare i conti. Che poi, una volta elaborata una teoria della conoscenza, questo qualcosa diventi Oggetto Dinamico, noumeno, materia ancora bruta di un'intuizione non ancora illuminata dal categoriale, tutto questo viene dopo. Prima c'è qualcosa, non foss'altro la mia attenzione ridestata; ma neppure, direi la mia attenzione in sonno, in agguato, in dormiveglia. Non è l'atto primario dell'attenzione che definisce il qualcosa, è il qualcosa che sveglia l'attenzione, anzi la stessa attenzione in agguato fa già parte (è testimonianza) di questo qualcosa. Ecco le ragioni per cui la semiotica non può non riflettere su questo qualcosa che (per collegarci a quanti nei secoli se ne sono crucciati) decidiamo di chiamare Essere. | << | < | > | >> |Pagina 81.3. Perché c'è dell'essere?Perché c'è dell'essere piuttosto che nulla? Perché sì. Questa è una risposta da prendere con la massima serietà, non un motto di spirito. Il fatto stesso che possiamo porci la domanda (che non potremmo porci se non ci fosse nulla, neppure noi che la poniamo) significa che la condizione di ogni domanda è che ci sia dell'essere. L'essere non è un problema di senso comune (ovvero il senso comune non se lo pone come problema) perché è la condizione stessa del senso comune. All'inizio del De Veritate (1.1) san Tommaso dice: "Illud autem quod primum intellectus concipit quasi notissimum, et in quo omnes conceptiones resolvit, est ens". Che ci sia qualcosa è la prima cosa che il nostro intelletto concepisce, come la più nota ed evidente, e tutto il resto viene dopo. Ovvero, non potremmo pensare se non partendo dal principio (implicito) che stiamo pensando qualcosa. L'essere è l'orizzonte, o il bagno amniotico, in cui naturalmente si muove il nostro pensiero - anzi, siccome per Tommaso l'intelletto presiede alla prima apprensione delle cose, è ciò in cui si muove il nostro primo conato percettivo.
Ci sarebbe dell'essere anche se ci trovassimo
in una situazione berkeleyana, se noi non fossimo
altro che uno schermo su cui Dio proietta un mondo
che di fatto non esiste. Anche in quel caso ci
sarebbe il nostro atto, sia pure fallace, di
percepire ciò che non è (o che è solo in quanto
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