Copertina
Autore Umberto Eco
Titolo La misteriosa fiamma della regina Loana
SottotitoloRomanzo illustrato
EdizioneBompiani, Milano, 2004 , pag. 454, dim. 145x218x39 mm , Isbn 88-452-1425-7
LettorePiergiorgio Siena, 2004
Classe narrativa italiana
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Indice


PARTE PRIMA
L'incidente

1.  Il più crudele dei mesi               7
2.  Il fruscio che fan le foglie         31
3.  Forse qualcuno ti disfiorerà         48
4.  Solo me ne vo per la città           66

PARTE SECONDA
Una memoria di carta

5.  Il tesoro di Clarabella              83
6.  Il Nuovissimo Melzi                  92
7.  Otto giorni in una soffitta         118
8.  Quando la radio                     160
9.  Ma Pippo non lo sa                  178
10. La torre dell'alchimista            211
11. Lassù a Capocabana                  225
12. Adesso viene il bello               255
13. Signorinella pallida                270
14. L'albergo delle tre rose            292

PARTE TERZA

15. Alfine sei tornata, amica bruma!    299
16. Fischia il vento                    323
17. II giovane provveduto               376
18. Bella tu sei qual sole              402

    Fonti delle citazioni e delle
    illustrazioni                       447

 

 

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Pagina 7

1. IL PI┘ CRUDELE DEI MESI


"E lei come si chiama?" "Aspetti, ce l'ho sulla punta della lingua."

Tutto è cominciato così.

Mi ero come risvegliato da un lungo sonno, e però ero ancora sospeso in un grigio lattiginoso. Oppure, non ero sveglio ma stavo sognando. Era uno strano sogno, privo di immagini, popolato di suoni. Come se non vedessi, ma udissi voci che mi raccontavano che cosa dovessi vedere. E mi raccontavano che non vedevo ancora nulla, salvo un fumigare lungo i canali, dove il paesaggio si dissolveva. Bruges, mi ero detto, ero a Bruges, ero mai stato a Bruges la morta?

Dove la nebbia fluttua tra le torri come l'incenso che sogna? Una città grigia, triste come una tomba fiorita di crisantemi dove la bruma pende slabbrata dalle facciate come un arazzo... La mia anima detergeva i vetri del tram per annegarsi nella nebbia mobile dei fanali. Nebbia, mia incontaminata sorella... Una nebbia spessa, opaca, che avviluppava i rumori, e faceva sorgere fantasmi senza forma...

Alla fine arrivavo a un baratro immenso e vedevo una figura altissima, avvolta in un sudario, la faccia del candore immacolato della neve.

Mi chiamo Arthur Gordon Pym.

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Pagina 66

4. SOLO ME NE VO PER LA CITT└


Mi hanno mostrato tante foto di famiglia, che ovviamente non mi hanno detto nulla. D'altra parte ci sono solo quelle da quando ho conosciuto Paola. Quelle dell'infanzia, se ce ne sono, saranno da qualche parte a Solara.

Ho parlato al telefono con mia sorella, a Sidney. Quando ha saputo che ero stato male avrebbe voluto venire subito, ma ha appena subito un'operazione abbastanza delicata e i dottori le hanno proibito di fare un viaggio così disagevole.

Ada ha tentato dì rievocare qualcosa, poi ha smesso e si è messa a piangere. Le ho detto, quando viene, di portarmi in regalo un ornitorinco da tenere in soggiorno, chissà perché. Per quelle che sono le mie conoscenze, avrei potuto dire anche un canguro, ma evidentemente so che in casa sporcano.

Sono andato in studio solo per qualche ora al giorno. Sibilla sta preparando il catalogo e naturalmente si muove bene attraverso le bibliografie. Do una rapida occhiata, dico che va a meraviglia, poi dico che ho appuntamento col dottore. Mi guarda uscire con apprensione. Mi sa malato, non è normale? O pensa che la voglio sfuggire? Posso mica dirle "non voglio prenderti a pretesto per rifarmi una memoria fittizia, povero amore caro"?

Ho chiesto a Paola quali erano le mie posizioni politiche: "Non vorrei riscoprirmi, che so, nazista."

"Sei quello che si dice un buon democratico," ha detto Paola, "ma più per istinto che per ideologia. Ti dicevo sempre che a te la politica ti annoia - e tu per polemica mi chiamavi la pasionaria. Come se ti fossi rifugiato nei libri antichi per paura, o per disprezzo del mondo. No, sono ingiusta, non era disprezzo, perché ti infiammavi sui grandi problemi morali. Sottoscrivevi gli appelli pacifisti e non violenti, t'indignavi sul razzismo. Ti sei persino iscritto a una lega contro la vivisezione."

"Animale, immagino."

"Naturalmente. La vivisezione umana si chiama guerra."

"E sono stato... sempre così anche prima di incontrarti?"

"Su infanzia e adolescenza glissavi. D'altra parte non sono mai riuscita a capirti in queste cose. Sei sempre stato un misto di pietà e cinismo. Se c'era una condanna a morte da qualche parte firmavi contro, mandavi soldi per una comunità antidroga, ma se ti dicevano che erano morti diecimila bambini, che so, in una guerra tribale nell'Africa centrale, ti stringevi nelle spalle, come a dire che il mondo è riuscito male e non c'è nulla da fare. Sei sempre stato un uomo gioviale, ti piacevano le belle donne, il buon vino, la buona musica, ma a me davi l'impressione che questa fosse una crosta esterna, un modo di nasconderti. Quando ti lasciavi andare, dicevi che la storia è un enigma sanguinoso, e il mondo un errore."

"Niente potrà togliermi dalla mente che questo mondo sia il frutto di un dio tenebroso di cui io prolungo l'ombra"

"Chi l'ha detto?"

"Non lo so più."

"Dev'essere qualcosa che ti ha coinvolto. Però ti sei sempre fatto in quattro se qualcuno aveva bisogno di qualcosa, quando c'è stata l'alluvione a Firenze sei andato volontario a tirar fuori dal fango i libri della Biblioteca Nazionale. Ecco, eri pietoso sulle cose piccole e cinico su quelle grandi."

"Mi pare giusto. Si fa solo quello che si può. Il resto è colpa di Dio, come diceva Gragnola."

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Pagina 118

7. OTTO GIORNI IN UNA SOFFITTA


Che cosa ho fatto negli ultimi otto giorni? Ho letto, in gran parte in solaio, ma il ricordo di una giornata s'impasta con quello dell'altra. So solo che ho letto in modo disordinato e furioso.

Non ho letto tutto per filo e per segno. Certi libri, certi fascicoli li ho scorsi come se sorvolassi un paesaggio, e nel trasvolarli sapevo già di sapere che cosa c'era scritto. Come se una sola parola ne rievocasse altre mille, o fiorisse in un riassunto corposo, come quei fiori giapponesi che si mettono a sbocciare nell'acqua. Come se qualcosa andasse da sola a depositarsi nella mia memoria, per tenere compagnia a Edipo o a Hans Castorp. Altre volte il cortocircuito mi era attivato da un disegno, tremila parole per un'immagine. Altre volte leggevo lentamente, assaporando una frase, un brano, un capitolo, avvertendo forse le stesse emozioni provocate dalla prima e scordata lettura.

Inutile dire della gamma di misteriosissime fiamme, lievi tachicardie, subitanei rossori che molte di quelle letture suscitavano per un breve istante - e poi si dissolvevano com'erano venute, per lasciar posto a nuove ondate di calore.

Lungo otto giorni, per godere della luce mi alzavo presto, salivo su, e ci restavo sino al tramonto. A mezzogiorno Amalia, che la prima volta si era spaventata non trovandomi più, mi portava un piatto con pane e salame, o formaggio, due mele e una bottiglia di vino ("Signur Signur, questa creatura si ammala di nuovo e poi cosa ci dico alla signora Paola, lo faccia almeno per me, la smetta che mi diventa cieco!"). Poi se ne andava piangendo, io mi scolavo quasi tutta la bottiglia e continuavo a scartabellare in stato di ebbrezza, ed è ovvio che non riesca più a collegare i prima e i dopo. Talora scendevo con le braccia cariche di libri e andavo a infrattarmi altrove, per non restare prigioniero del sottotetto.

Prima di salire avevo telefonato a casa, per dare notizie. Paola voleva sapere delle mie reazioni ed ero stato cauto: "Prendo confidenza coi luoghi, il tempo è splendido, faccio passeggiate all'aperto, Amalia è un amore." Mi ha domandato se ero già andato dal farmacista del paese a farmi misurare la pressione. Dovevo farlo ogni due o tre giorni. Con quello che mi era successo non dovevo scherzare. E soprattutto le pillole, al mattino e alla sera. Con qualche rimorso, ma con un solido alibi professionale, subito dopo avevo telefonato in studio. Sibilla era ancora occupata dal catalogo. Avrei potuto avere le bozze entro due o tre settimane. Con molti e paterni incoraggiamenti ho messo giù.

Mi sono chiesto se provassi ancora qualcosa per Sibilla. ╚ strano, ma i primi giorni a Solara avevano già proiettato tutto in una prospettiva diversa. Ora Sibilla stava incominciando a diventare come un lontano ricordo d'infanzia, mentre quello che stavo via via scavando tra le nebbie del passato diventava il mio presente.

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Pagina 249

Tutto lì? Tranne il presepio del solaio, per esempio, nulla mi parlava ancora dei miei sentimenti religiosi, e mi pareva impossibile che un bambino non ne avesse nutrito, anche se educato in una famiglia laica. E non avevo individuato nulla che mi riconducesse a quello che era accaduto dal 1943 in avanti. Può darsi che fosse proprio tra il 1943 e il 1945, dopo che la Cappella era già stata murata, che avevo deciso di nascondere qui le testimonianze più intime di una infanzia che già si dileguava sfocata nella tenerezza del ricordo: stavo prendendo la toga virile, entrando nell'età adulta proprio nel turbine degli anni più bui, e avevo deciso di custodire in una cripta un passato a cui avevo deciso di dedicare le mie nostalgie di adulto.

Tra i tanti albi di Cìno e Franco mi era finalmente capitato tra le mani qualcosa che mi aveva fatto sentire sulla soglia di una rivelazione finale. L'albo, dalla copertina multicolore, s'intitolava La misteriosa fiamma della regina Loana. Lì c'era la spiegazione delle misteriose fiamme che mi avevano agitato dopo il risveglio, e il viaggio a Solara acquistava finalmente un senso.

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Pagina 402

18. BELLA TU SEI QUAL SOLE


Anche Lila è nata da un libro. Stavo entrando al liceo, alla soglia dei sedici anni e dal nonno mi sono imbattuto nel Cyrano de Bergerac di Rostand, traduzione italiana di Mario Giobbe. Perché non fosse a Solara, in solaio o nella Cappella, non so. Forse l'ho letto e riletto tante volte che alla fine sarà andato in pezzi. Ora potrei recitarlo a memoria.

La storia la conoscono tutti, credo che se mi avessero chiesto di Cyrano anche dopo l'incidente avrei saputo dire di che si trattava, un drammone di romanticismo esasperato, che le compagnie di giro ripropongono ogni tanto. Ma avrei saputo dire quello che sanno tutti. Il resto no, lo riscopro solo ora, come cosa legata alla mia crescita, e ai miei primi tremori amorosi.

Cyrano è spadaccino mirabile, poeta geniale, ma è brutto, oppresso da quel suo naso mostruoso (si potea putacaso - dirmi in tono aggressivo: "Se avessi un cotal naso - immediatamente me lo farei tagliare!" - Amichevole: "Quando bevete, dèe pescare - nel bicchiere: fornitevi di qualche vaso adatto!" - Descrittivo: "╚ una rocca! ╚ un picco! Un capo affatto. - Ma che! L'è una penisola, in parola d'onore!").

Cyrano ama sua cugina Rossana, précieuse di divina bellezza Ella forse lo ammira per la sua bravura, ma lui non oserebbe mai dichiararsi, timoroso della sua bruttezza.

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Pagina 421

E sul trono e intorno al trono stavano quattro Viventi, Thun dal volto di Icone, e Vultano dalle ali di falco, e Barin principe di Arboria, e Uraza regina degli Uomini Magi. E Uraza stava discendendo la scala avvolta di fiamme, e pareva una grande meretrice ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, ebbra del sangue degli uomini venuti dalla Terra, e al vederla stupivo di un grande stupore.
[...]

 


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