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| << | < | > | >> |IndiceIntroduzione 5 Migrazioni di Cagliostro 7 Il linguaggio mendace in Manzoni 25 Campanile: il comico come straniamento 53 Geografia imperfetta di Corto Maltese 99 | << | < | > | >> |Pagina 7Versione rivista della comunicazione "Migrazioni di Cagliostro" letta al Convegno Internazionale "Presenza di Cagliostro", San Leo, giugno 1991 (poi pubblicata in "Presenza di Cagliostro", atti a cura di Daniela Gallingani, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 1994). Migrazioni di Cagliostro era un titolo che avevo scelto mesi fa quando non sapevo ancora di che cosa avrei parlato, ma ora mi rendo conto che avrebbe dovuto essere il titolo di tutto questo convegno, dove la maggior parte dei convenuti pare affascinata non dal Cagliostro storico, bensì da quell'immagine che ha migrato in innumerevoli narrazioni, e in quelle sorte di pseudoromanzi che sono le ricostruzioni dei mercanti dell'occulto, dove sia filocagliostrismo massonico che anticagliostrismo sanfedista manifestano entrambi gusto per imprecisione storica, credulità indiscriminata nei confronti di ogni fonte, tendenza a non usare una testimonianza quando sia stata dimostrata attendibile, ma a giudicarla attendibile perché la si è usata. Seguendo la storia di queste migrazioni ci si dovrebbe chiedere perché Cagliostro abbia tanto interessato i cacciatori di misteri, quando è un personaggio privo di mistero. E' così prevedibile che potrebbe essere programmato da un computer a cui siano state fornite le seguenti informazioni: notizie sulla psicologia di un personaggio tipico della cultura settecentesca, l'avventuriero (da Casanova a Da Ponte), col suo gusto per l'avventura cosmopolita, la curiosità per l'insolito, la passione per l'intrigo; informazioni sulla nascita delle sette massoniche e sul ruolo che hanno rivestito nel tessere contatti tra una borghesia rampante e un'aristocrazia insoddisfatta dell' ancien régime; aneddoti su monarchi e langravi che finanziavano ricerche alchemiche con un occhio alla pietra filosofale e un altro alla chimica per l'industria manifatturiera (compresa la storia del conte di Milly, che per trovare l'elisir di lunga vita alla fine sbaglia e si avvelena); ed ecco costruito il conte di Cagliostro. Cagliostro è uno dei personaggi più ovvi del proprio tempo. Ha attratto l'attenzione forse perché ha rappresentato in modo più pittoresco, a voce più alta, l'archetipo eterno dell'uomo senza qualità, che dal proprio tempo si fa attraversare. Caso mai il vero mistero non è Cagliostro, il vero mistero che non cessa di inquietarci è il cardinale de Rohan. | << | < | > | >> |Pagina 25Comunicazione al ciclo di conferenze su La semiotica dei "Promessi sposi", Università di Bologna, 1986. Poi pubblicata in "Semiosi naturale e parola nei Promessi sposi", in "Leggere I promessi sposi", a cura di Giovanni Manetti, Milano, Bompiani, 1989. AZIONE E PAROLA. "Le azioni, caro mio: l'uomo si conosce all'azioni," dice l'oste del villaggio nel capitolo VII, altrettanto sagace dell'oste della Luna Piena nel riconoscere galantuomini o sbirri dalla veste, dal tono, dal comportamento. E d'altra parte, una pagina innanzi, Renzo, dopo essere entrato nell'osteria e avervi scorto un bravo di sentinella, con un berretto di velluto cremisi sul ciuffo, le trecce e il pettine alla nuca, armato di randello, che non si scosta neppure per farlo entrare, e i suoi compagni che giocavano alla morra, tutti scambiandosi tra loro eloquenti cenni del capo - Renzo, dicevo, che in questo Bildungsroman è l'ultimo a crescere e cioè a familiarizzarsi con i segni e col modo in cui gli altri li interpretano (solo alla fine ha appreso che cosa possa significare tenere in mano il martello delle porte e attaccarsi un campanello al piede), Renzo "incerto guardava ai suo convitati [Tonio e Gervaso], come se volesse cercare ne' loro aspetti un'interpretazione di tutti que' segni", visto che per lui la cosa è ancora difficile. Ma non ha visto abbastanza, e solo "la vita è il paragone delle parole" (XXII). Sospettoso di un andamento razionale della storia umana, e di ogni buon proposito che non tenga conto dell eterogenesi dei fini, timoroso del male che si annida nelle cose del mondo, diffidente dei potenti e delle arti con cui prevaricano sugli umili, Alessandro Manzoni pare aver sintetizzato la sintesi del suo buon senso illuministico e del suo rigore giansenistico in una formula semiotica che può essere estrapolata da molte pagine del suo romanzo: (i) C'è una semiosi naturale, esercitata quasi istintivamente dagli umili dotati di esperienza, per cui i vari aspetti della realtà, se interpretati con prudenza e conoscenza dei casi della vita, si presentano come sintomi, indici, signa o semeia nel senso classico del termine. (ii) E c'è la semiosi artificiale del linguaggio verbale il quale, o si rivela insufficiente a render conto della realtà, o viene usato esplicitamente e con malizia per mascherarla, quasi sempre a fini di potere. Ma questo è possibile perché il linguaggio è ingannevole per sua propria natura, mentre la semiosi naturale induce a errore e abbaglio solo quando è inquinata dal linguaggio che la ridice e interpreta, o l'interpretazione è ottenebrata dalle passioni. | << | < | > | >> |Pagina 51PER CONCLUDERE. Linguaggio verbale contro semiosi popolare? A inficiare la congettura basterebbe osservare che Manzoni, nel suo romanzo, |
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