Copertina
Autore Jean-Paul Fitoussi
Titolo La democrazia e il mercato
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2004, , pag. 80, cop.fle., dim. 135x205x7 mm , Isbn 88-07-71019-6
OriginaleLa démocratie et le marché
EdizioneGrasset & Fasquelle, Paris, 2004,
TraduttoreMassimo Scotti
LettoreLuca Vita, 2004
Classe politica , economia , globalizzazione
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Indice


 7  Prolegomeni


17  1. Il regime politico "ottimale" per il mercato

21     La democrazia come bene di lusso
26     L'efficacia economica della democrazia

33  2. La tesi della complementarità fra mercato e democrazia

38     Distribuzione delle risorse e ripartizione dei redditi
       da parte del mercato
43     La distribuzione delle risorse e la ripartizione dei
       redditi da parte della democrazia: la devoluzione
       democratica di redditi, posizioni e impieghi

49  3. Le differenze tra le forme istituzionali
       della "democrazia di mercato"


59  4. Globalizzazione e democrazia


71  A guisa di conclusione

75  Note

 

 

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Pagina 9

Nelle centenarie democrazie occidentali si manifesta una tendenza alla regressione "pacifica" della democrazia, che segue schemi diversi sulle due sponde dell'Atlantico. In Europa il mercato è ritenuto cosa troppo seria per essere abbandonato al dominio della politica. Allo scopo di mettere armonia fra le parole e le cose, nel Vecchio continente è stata inventata una forma singolare di governo federale, che ha due caratteristiche principali: è esente da procedure di responsabilità politica, e ha il potere di imporre alle aziende le sue scelte economiche. Negli Stati Uniti, attualmente, la democrazia si adatta a quello che, in un suo recente studio, Edward Wolff ha definito come "ritorno a Maria Antonietta": del 50 percento del surplus di ricchezza prodotto fra il 1983 e il 1998 negli Stati Uniti ha beneficiato l'1 percento delle gestioni più agevoli, e il 90 percento di tale ricchezza è andato al 20 percento delle gestioni già più favorite. Se questo trend dovesse consolidarsi, il calcolo degli interessi composti aprirebbe un abisso fra gli strati sociali, e l'andamento del sistema economico diventerebbe incompatibile con il normale funzionamento della democrazia.

In questo processo di graduale sovvertimento delle priorità tra le libertà politiche ed economiche si deve valutare la fase attuale della globalizzazione, cioè l'espansione della sfera del mercato sia all'interno di ciascun sistema sociale sia su scala planetaria. Questa lenta sottomissione si riflette nello slittamento progressivo subìto dal problema della crescita e dello sviluppo economico. All'inizio si trattava di scegliere le politiche economiche più vantaggiose rispetto all'incremento delle entrate e al miglioramento dei livelli di benessere. Tale scelta si è in seguito estesa fino a comprendere le istituzioni, e quindi a integrare la politica nel suo insieme. Al termine di questo ribaltamento filosofico c'è stata una netta regressione rispetto alla domanda che ci si poneva negli anni trenta. "I due vizi capitali del mondo economico in cui viviamo sono la mancanza di un impiego sicuro e la ripartizione del benessere e del reddito, arbitraria e priva di equità," scriveva Keynes. La sostanza del suo discorso può essere dedotta dalle soluzioni che proponeva - assicurare a tutti un'attività grazie a un'efficace politica macroeconomica e ridurre le diseguaglianze mediante una politica fiscale in grado di sostenere la domanda - ma quali politiche economiche e sociali, quali riforme del mercato sono più favorevoli alla democrazia?

[...]

Ma la conclusione logica che possiamo trarre da questo scambio di opinioni è la seguente: se il mercato non si pone in rapporto con la res publica, non possono esistere che forme incomplete e imperfette di mercato. impossibile infatti immaginare un popolo che non abbia un governo, uno spazio di confronto pubblico. Come è impossibile immaginare un governo, qualunque sia la sua designazione, che abbia come sola regola di comportamento l'astensionismo.

A rendere il mercato non solo indifferente ma anche allergico al governo è il fatto che, al di là del compimento della vocazione monarchica dello stato, la funzione governativa interferisce per la sua stessa natura con il meccanismo del mercato: l'offerta pubblica di beni e servizi riduce il suo perimetro; il sistema della tassazione, più o meno redistributivo, intacca il sistema dei prezzi relativi, con una duplice conseguenza: ridurre l'allocazione ottimale delle risorse e distorcere le incentivazioni fornite come segnali agli operatori. Per esempio, le opportunità di profitto si vanificano se le telecomunicazioni permangono nell'ambito pubblico. Ancora, la progressività del sistema di tassazione disincentiva l'offerta di lavoro dei più "produttivi". Il discorso dominante fra i sostenitori del mercato è antistatale, perché essi ritengono che il governo sia un male necessario, ma che altrettanto necessario sia limitarne radicalmente il dominio. Il numero dei funzionari è costantemente ritenuto troppo alto, le imposte sono considerate equivalenti a confische, il sistema di tutela sociale troppo prodigo, le regolamentazioni troppo cavillose. Questi discorsi da "bar sport" del commercio vengono fatti da una buona parte dell'intellighenzia in ogni paese del mondo. E spesso vengono perfino pubblicati. Per quanto possano apparire ingenui, riflettono con una certa precisione l'antagonismo atavico fra mercato e governo. Il mercato è l'ambito della sfera privata, il governo quello della sfera pubblica e dell'ideologia implicita, ma dominante, cioè quella dell'esclusione. Ogni ampliamento della sfera pubblica riduce quantitativamente l'estensione della sfera privata; ogni regolamentazione stabilita dal legislatore diminuisce l'efficienza del mercato. Meno il governo governa, meglio va per il mercato.

[...]

Certo, nessuno è pronto a estremizzare tale antagonismo e a sostenere che una nazione possa fare a meno del governo. La politica è indispensabile per vari motivi, anche secondo i fautori più accaniti dell'ideologia "liberista". Un mercato non può agire senza la copertura giuridica delle transazioni, per esempio. Ma il problema di stabilire quale sia il regime politico più favorevole all'efficienza economica è posto seriamente da molti fra i più importanti economisti.

Questo saggio si impegna a far luce su tale questione. La prima parte è dedicata allo studio del regime politico "ottimale per il mercato". La nostra risposta è che potrebbe essere senz'altro la democrazia, per il surplus di benessere che offre agli attori economici. La seconda parte intende approfondire le ragioni di questa risposta. Mercato e democrazia, contrariamente all'opinione dominante, appaiono complementari, invece che sostituibili, perché il sistema economico aumenta l'adesione al regime politico e la democrazia, che riduce l'insicurezza economica, rende accettabili i risultati dell'economia di mercato. La terza parte dimostra che, per il radicamento necessariamente localizzato della democrazia (antropologico, culturale, sociale eccetera), le forme istituzionali assunte dalla "democrazia di mercato" non possono essere che diverse, e tale pluralità di forme non deve ledere l'efficienza economica. Detto altrimenti, non esiste un modello democratico universale. L'ultima parte è dedicata al problema dei rapporti fra democrazia e globalizzazione. Poiché l'apertura economica aumenta l'esposizione dei paesi al rischio di shock esterni, accrescendo le insicurezze economiche, per essere efficace, essa richiede un aumento delle spese pubbliche e della sicurezza sociale, oltre che una direzione attiva delle politiche economiche. In questa prospettiva, e solo in questa, per quanto riguarda i paesi emergenti, la globalizzazione porta il meglio e non il peggio. In altri termini, riprendendo l'idea del sistema di equilibrio per contrappeso, ingegnosamente costruito da Montesquieu, diremo che le estensioni delle due sfere, quella del mercato e quella della democrazia, si accrescono reciprocamente limitandosi l'un l'altra.

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Pagina 31

In ultima analisi, gli studi empirici e i presupposti su cui si fondano mostrano che nel dibattito sui rapporti fra mercato e democrazia ci sono due tesi a confronto. Secondo la prima tesi, oggi dominante, l'ampliarsi della sfera del mercato imporrebbe un limite al dominio democratico. Questo limite è auspicabile nei paesi ricchi, senza cambiamenti di regime politico. Ne è un esempio l'Unione europea, i cui stati membri sono caratterizzati da un livello molto alto di copertura sociale, e una limitazione dell'ingerenza previdenziale dello stato sarebbe possibile senza troppe scosse. Ma nei paesi in via di sviluppo, contraddistinti da un elevato tasso di povertà e un sistema embrionale di copertura sociale, la pressione redistribuitva del regime democratico sarebbe troppo forte, e giungerebbe perfino a ridurre l'efficienza del sistema economico, ritardandone di conseguenza lo sviluppo. In questi paesi, un despota illuminato otterrebbe il miglior equilibrio fra libertà politiche e crescita economica.

La seconda tesi, che vorrei illustrare ora, ipotizza al contrario una complementarità fra economia di mercato e democrazia, che si rafforzerebbero reciprocamente.

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Oggi si ritiene comunemente che il capitalismo abbia trionfato sul socialismo. Forse è vero, sarà la storia a giudicare. Ma non si può affermare in alcun modo che il capitalismo abbia avuto la meglio sulla pulsione democratica, cioè sulla ricerca incessante di forme superiori di contratto sociale.

Se il capitalismo, escludendo la politica, diventasse totalitario, rischierebbe a sua volta di naufragare, perché in nessun altro periodo della nostra storia - con l'unica eccezione, estemporanea, degli anni trenta - le disfunzioni dell'economia mondiale sono state tanto gravi quanto quelle odierne: disoccupazione di massa, crescita allarmante delle disparità e della povertà nei paesi ricchi; miseria insopportabile e crisi ricorrenti in molti paesi in via di sviluppo, divario crescente fra i redditi pro capite nei vari stati. Di fronte a tutto ciò la democrazia non può restare indifferente. Non dobbiamo dimenticare anche noi che il sistema economico rimarrebbe mediato dal regime politico, e che da questo punto di vista potrebbero esistere soltanto delle vie impure da percorrere per risolvere la crisi. Perché noi viviamo in democrazie di mercato, non in economie di mercato. Nella definizione del sistema che ci governa, ogni singola parola è determinante, perché indica un diverso principio organizzativo. Da un lato c'è il mercato retto dal principio del suffragio per censo, in cui l'appropriazione dei beni è proporzionale alle risorse individuali - un euro, un voto. Dall'altro lato c'è la democrazia retta dal suffragio universale - una donna, un uomo, un voto. Tale contraddizione è percepibile fin dalle origini della teoria politica, già dai tempi dell'antica Grecia. Il nostro sistema si basa quindi sulla tensione fra individualismo e disparità da un lato, spazio pubblico ed eguaglianza dall'altro; tale tensione costringe alla ricerca permanente di un compromesso fra i due principi.

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Pagina 73

dunque in quanto principio trascendentale di organizzazione delle società che la globalizzazione non va d'accordo con la democrazia. La globalizzazione modifica il sistema di equità vigente nei vari paesi, senza che questa modificazione sia stata oggetto di una scelta esplicita, chiaramente dibattuta. Essa restringe lo spazio delle decisioni collettive, delle sicurezze sociali, della redistribuzione, dei servizi sociali, nel momento stesso in cui diventano più necessari. Tuttavia, niente nelle evoluzioni osservate dalla Seconda guerra mondiale conferma l'opinione secondo la quale la ricerca della coesione sociale sarebbe un ostacolo all'efficienza economica. Al contrario, ovunque, anche se in forme diverse, la democrazia ha saputo imporre istituzioni di solidarietà. E le società più solidali non sono le meno performanti, avviene anzi il contrario. L'apertura dei paesi agli scambi internazionali è stata accompagnata da un potenziamento dei sistemi di copertura sociale. Non è in discussione quindi tale apertura, ma un discorso retorico di legittimazione di un capitalismo dominante che considera la democrazia e la politica come ostacoli allo sviluppo, in flagrante contraddizione con i fatti. Il vero problema è che tale ideologia - più del mercato che della globalizzazione - è entrata nella mente di tutti. Coloro che non la sostengono vi si rassegnano, e tentano di salvare il possibile. Bisognerebbe, invece, inventare un nuovo futuro, discuterne apertamente sulla pubblica piazza, e restituire così alla democrazia quel vigore che non avrebbe mai dovuto perdere.

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