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| << | < | > | >> |Indice
Supplemento ai viaggi di Marco Polo 11
I. Del viaggiare 13
II. Nel paese dei Poveri 16
III. L'Imperatore cinico 22
IV. Dei miracoli 28
V. L'amico Qualsiasi 31
VI. Il soggiorno nelle Isole 37
VII. Tra i cannibali dell'Altopiano 40
VIII. O mia capitale! 47
IX. Commiato 53
Sei raccontini utili 55
Lo sbadiglio 57
Il tunnel 62
Lo sconosciuto 68
L'ingegnere 73
Il terzo personaggio 79
Il topo della sera 85
La saggezza di Pickwick 93
Diario notturno 109
Taccuino 1946 111
Taccuino 1948 127
Taccuino 1951 142
Taccuino 1954 159
Taccuino 1955 172
Taccuino 1956 214
Un marziano a Roma 265
Fine di un caso 289
Variazioni su un commendatore 311
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| << | < | > | >> |Pagina 13Per la verità, non amo molto viaggiare. Tutti i miei viaggi li ho affrontati malvolentieri, la realtà dei nuovi paesi equivale quella dei vecchi. Le città mai viste, arrivandoci, mi preoccupano anzi come vere e proprie persone che bisogna prima attentamente conoscere se non si vuol correre il rischio di legarvisi con un'amicizia inutile e precipitosa. Il traffico, gli abitanti, certe frasi che si colgono a volo, le risposte del garzone del buffet, le sfumature del nuovo dialetto, invece di interessarmi, ormai mi rattristano. Non ho tralasciata l'abitudine giovanile di tenere in tasca un quadernetto, ma gli appunti che vi trovo, alla fine, sono così futili! E ciò che di rado nel mio ambiente mi colpisce, ossia che la vita scorre ogni giorno e una volta per sempre, mi si rivela altrove irreparabilmente vero. È negli specchi degli alberghi che mi accorgo di essere invecchiato. E quella donna che attarda il passo alla vista del forestiero e si volta a guardarmi...
Ecco un'altra donna alla finestra. Non ne sopporto la
presenza, ossia mi addolora. Forse nemmeno si è accorta di
me, dunque non saprà mai che esisto anch'io, che le sono
passato accanto. E il fatto che debba seguitare ad
affacciarsi ogni giorno, quando io sarò risalito sul treno,
la certezza che tutto qui cambierà (usciranno anche i
giornali locali), mi fa rimpiangere di aver deciso questa
sosta. La targa di un dentista, a P., mi dette una volta
tanta tristezza che anticipai l'ora della partenza: volli
proprio andarmene da un luogo che m'era diventato
trasparente come un bicchier d'acqua. Il proseguire della
vita di quel dentista mi turbava, poiché ne compendiavo i
tempi; com'è certo che quel dentista si turberebbe se
vedesse un bel giorno la mia targa di ottone, ahimè, non più
lustra.
La storia del piccolo naviglio, che navigò sette settimane e poi affondò, mi commuove sempre profondamente. Sarà quello il mio ultimo imbarco. Soltanto coloro che vivono a terra e sognano il mare ammirano le stelle, le aurore, i tramonti. Io ho sempre considerato questi elementi e questi spettacoli come arnesi di lavoro. I viaggi mi hanno incallito alla malinconia. Ma nell'Oceano Pacifico, a un mese di distanza dal primo porto, non ho inteso l'infinito prendermi alla gola, come nelle terme di S., guardando l'acqua della vasca centrale. E i miei viaggi in Cina sono davvero poca cosa se li confronto a quei passi a tentoni nel buio, dal letto alla cucina, in cerca di un bicchier d'acqua. Ho conosciuto camere di albergo nelle quali il suicidio diventa una questione di colore locale, forse di delicatezza.
E, sempre a proposito di viaggi, io mi innamoro di tutte
le figlie dei capostazione.
Ero su quel treno che Anna Karenina scelse per
gettarvisi sotto e debbo dire che non mi accorsi di niente.
Le colonne d'Ercole erano il pudore dell'antica geografia. Poi, violate quelle, rimase l'Ultima Tule; più tardi, i Poli. Infine, più nulla. L'uomo partiva una volta alla ricerca di un limite, ora introvabile. Non gli restano che i viaggi autour de sa chambre, dai quali però raramente si torna. Gli appunti che seguono sono di un fortunato viaggio che, in mancanza di meglio, feci da giovane nel paese dei poveri. | << | < | > | >> |Pagina 31Tra le mie conoscenze ricorderò Qualsiasi. Nel mio taccuino trovo molti appunti che lo riguardano. Ecco il primo: «I secoli hanno lavorato per produrre questo individuo di stanche ambizioni, furbo e volubile, moralista e buon conoscitore del codice, amante dell'ordine e indisciplinato, gendarme e ladro secondo i casi. Nazionalista convinto, vi dice come si doveva vincere l'ultima guerra e a chi si potrebbe dichiarare la prossima. Evade il fisco ma nei cortei patriottici è quello che fiancheggia la bandiera e intima ai passanti: giù il cappello». Q. è davvero un uomo qualsiasi: purtroppo egli è convinto di essere qualcuno. È però soddisfatto del suo nome, che porta con umile civetteria. Abita in una casa qualsiasi, che adorna di oggetti qualsiasi: spende molto per questi oggetti (ha vivissimo il senso della proprietà) ed è convinto così di allietarsi l'esistenza. Le sue macchine musicali sono potenti, egli le tiene in moto tutto il giorno, impedendo ai vicini di pensare. Segue il progresso pur nelle minuzie, ma non trascura la tradizione. Crede che la poesia sia fatta di buoni sentimenti, oppure di crudeli perversità. Non si stima molto abile, ma ha fiducia nel suo buon gusto: senza questo suo buon gusto il cattivo gusto non avrebbe tanto dilagato nel suo paese. Qualsiasi è padre affettuoso: ama i figli per le soddisfazioni che dovranno dargli in avvenire ed ha un unico vero amico: se stesso. Se poi ci addentriamo ad esplorare le sue idee morali e politiche troviamo di che giustificare largamente le avversioni che hanno ridotto il suo paese nelle attuali deplorevoli condizioni e il Re a vivere in un albergo senza pagare il conto. Ha un animo senza dubbi, un cervello lucido: non si pone problemi che non abbia già risolti in anticipo. Potevo coglierlo a contraddirsi tre volte nella stessa frase, potevo metterlo alle strette con le sue stesse affermazioni. Allora, da uomo che rinuncia alla lotta per generosità, concludeva che - dopotutto - non gliene importava nulla.
Lo frequentai negli anni che seguirono la grande
sconfitta; e ancora oggi giuoca a fare lo scontento.
È scontento di sé e del suo paese che vorrebbe tranquillo,
confortevole, simbolico come la Svizzera - un paese dove non
si rubano le biciclette. La folla lo infastidisce con le
sue eterne, malformulate minacce, ed è convinto che il
popolo non ami le cose belle, che lui ama, e che non abbia
ideali disinteressati - che lui ha. «Il popolo» dice spesso
«è sporco, si accanisce nella piccola compravendita, è
superstizioso, pronto a derubarvi, prontissimo alle
barricate, soprattutto se si tratta di farle coi vostri
mobili». Egli sente, quindi, come massimo dei suoi doveri,
di controllare il popolo, di impedirgli di far pazzie.
Miglior alleato in quest'impresa gli sembra l'esercito, il
quale, se non ha generali abbastanza abili per vincere le
guerre, ne ha sempre per tenere a bada chi non vorrebbe
farne.
Qualsiasi è anche scontento della storia che lo sovrasta. Per la verità si tratta di una storia ingrata, che gli ha limitate tante aspirazioni. Gli ultimi avvenimenti hanno insinuato nel suo animo questa verità: che la morale si modella sull'economia. Si meraviglia perciò, anzi finge di meravigliarsi, che certi concetti una volta tenuti in gran conto - come l'Onestà, l'Onore, la Tolleranza, l'Umanità - siano scaduti a tal punto da essere invocati da tutti e osservati da nessuno. Non si chiede se, per caso, quei concetti non servirono troppo a difendere la sua concezione dell'esistenza, cioè la sua stessa esistenza, a scapito di quella degli altri. Un confuso scetticismo lo invita a conquistarsi un benessere personale ad ogni costo. Sospirando ammette che «siamo in un paese di ladri»: si difenderà col furto. Il furto è talmente entrato nelle sue abitudini che ruba senza accorgersene: vi chiede la matita per segnare un indirizzo e dopo se la mette in tasca. Dai massacri che hanno insanguinato la sua terra, ha cavato l'insegnamento del suo diritto alla vita comoda, difesa dalle leggi e dalla polizia. | << | < | > | >> |Pagina 122I tiranni non vanno a spasso. Questa verità può sembrare uno scherzo; non la difenderei se non l'avesse enunciata, oggi, passeggiando, una insospettabile signora che di tutto pareva preoccupata in quel momento fuorché di meravigliarmi. D'altra parte una brava massaia non trascende ad aforismi politici senza un motivo. Quella donna esprimeva forse soltanto un'opinione suggeritale per analogia dal fatto che ella stava passeggiando ed era - come dobbiamo presumere - contenta di farlo. Chiese dunque la donna: «Perché lui non andava mai a spasso?». «Perché l'avrebbero ammazzato» rispose secco il marito per troncare una discussione che dovette sembrargli oziosa o, comunque, storicamente superata. «Non è vero» rispose subito la donna. «Oh, certo,» aggiunse poi «in questi ultimi anni l'avrebbero ammazzato. Ma prima... Se fosse andato a spasso prima, come fanno tutti...». «Sì,» ammise il marito «ma lui era diverso...»; e il dialogo ebbe termine su questa illazione, che il mondo prima o poi elimina volentieri le eccezioni, i diversi dalla moltitudine, coloro che non amano gli innocenti piaceri altrui e che, a furia di detestarli, finiscono per vietarseli. Il segreto di un tiranno prudente sarebbe dunque il condividere l'opinione generale sul modo di passare il pomeriggio della domenica. Un tiranno che andasse a spasso e rispondesse ai saluti e si fermasse ad ammirare il tramonto - come io, la signora e suo marito abbiamo fatto - cesserebbe di essere un tiranno o, almeno, di averne l'aria. Correrebbe certo il rischio di essere seguito da qualche postulante e di tornarsene a casa con una dozzina di petizioni in tasca; ma questi sono incerti del mestiere che contribuiscono alla popolarità. Purtroppo a pochi, una volta raggiunto il potere, rimane il gusto di agire come agiscono gli altri uomini, con semplicità. Si può anzi precisare che i tiranni raggiungono il loro potere perché incapaci di agire semplicemente e per questo fatto suscitano grandi speranze; figuriamoci se possono imparare dopo, ad affare concluso! Ma è qui la spiegazione dei guai che si tirano addosso: in questa incomprensione della semplicità del prossimo che si tramuta, col tempo, in incomprensione del prossimo, tout court. «Se lui fosse andato a spasso tutto si sarebbe risolto» pensa la massaia. «Ma lui era lui appunto perché non andava a spasso» ribatte giudiziosamente il marito. O ci andava - aggiungiamo noi - per meravigliare la cittadinanza. Le sue passeggiate non avevano un innocente scopo igienico, ma volevano dimostrare qualcosa, essere di monito alle ambasciate. Erano da interpretarsi; dunque, vere passeggiate in malafede. E protette da troppe guardie perché sortissero gli incantevoli risultati delle comuni passeggiate che facciamo noi.
Si può obiettare che un tale, appena al potere, si crea
nemici disposti anche a sopprimerlo e che deve perciò
proteggersi. Questo è vero ma non prova nulla. Chi facesse
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