Copertina
Autore Ken Follett
Titolo Codice a zero
EdizioneMondadori, Milano, 2000 , pag. 408, dim. 150x222x40 mm , Isbn 88-04-48194-3
OriginaleCode to zero
TraduttoreAnnamaria Raffo
LettoreAngela Razzini, 2001
Classe narrativa inglese , gialli
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Pagina 13

5.00


Il Jupiter C è posizionato sulla rampa di lancio al Complesso 26 di Cape Canaveral. Per proteggerlo da sguardi indiscreti è coperto da grandi teloni che ne nascondono ogni parte tranne la coda, che è quella dell'ormai noto Redstone, il missile dell'esercito. Ma tutto il resto, mascherato dalla copertura, è davvero unico...

Si svegliò spaventato.

Anzi, peggio: era terrorizzato. Il cuore gli batteva all'impazzata, aveva il fiato corto, il corpo teso. Come dopo un incubo, solo che il risveglio non portò alcun sollievo. Capiva che era accaduto qualcosa di terribile, ma non sapeva cosa.

Apri gli occhi. Una luce fioca proveniente da un altro locale illuminava debolmente l'angolo in cui si trovava: riuscì a distinguere sagome vaghe, familiari ma minacciose. Da qualche parte, lì vicino, un rumore di acqua corrente.

Cercò di calmarsi. Deglutì, fece dei respiri regolari, tentò di pensare in maniera lucida. Era sdraiato su un pavimento. Aveva treddo, male ovunque e tutti i sintomi dei postumi di una sbronza: mal di testa, bocca asciutta e una gran nausea.

Si alzò a sedere, tremante di paura. Il pavimento era ancora umido e avvertì l'odore forte e sgradevole di disinfettante. Riconobbe le sagome di una fila di lavandini.

Si trovava in un gabinetto pubblico.

Fu assalito da un'ondata di disgusto. Aveva dormito per terra in un gabinetto. Cosa diavolo gli era successo? Si concentrò. Era completamente vestito: indossava una specie di giaccone e scarpe pesanti, ma aveva la sensazione che quelli non fossero i suoi abiti. Il panico si stava placando, sostituito da una paura più profonda, meno isterica, più razionale. Gli era accaduto qualcosa di molto brutto.

Aveva bisogno di luce.

Si alzò in piedi. Si guardò attorno scrutando nella semioscurità, cercando di indovinare dove si trovasse la porta. Avanzò con le braccia tese davanti a sé per parare eventuali ostacoli e raggiunse una parete. Da li procedette di lato, le mani che esploravano lo spazio circostante. Toccò una superficie liscia e fredda che immaginò fosse uno specchio, poi trovò un rotolo di tessuto per asciugarsi le mani, quindi una scatola di metallo che poteva essere un distributore automatico. Finalmente le sue dita sfiorarono un interruttore.

Una luce violenta inondò le pareti di piastrelle bianche, il pavimento di cemento e una fila di box con le porte aperte. In un angolo c'era qualcosa che assomigliava a un fagotto di vestiti smessi.

Com'era finito lì? Si sforzò di pensare. Cos'era accaduto la sera prima? Non riusciva a ricordare.

Il terrore cieco ritornò non appena si rese conto che non ricordava assolutamente nulla.

Strinse i denti per impedirsi di urlare. Il giorno precedente... quello prima ancora... niente. Come si chiamava? Non lo sapeva.

Si voltò verso la fila di lavandini. Sopra correva un lungo specchio: vide un lurido vagabondo vestito di stracci, i capelli arruffati, la faccia sporca e lo sguardo folle, allucinato. Osservò quell'immagine per un secondo, poi fu colpito da una terribile rivelazione. Fece per allontanarsi, scioccato, e l'uomo nello specchio fece lo stesso. Quel barbone era lui.

Non poté più trattenere l'accesso di panico. Aprì la bocca e, con voce tremante per la paura, urlò: «Chi sono?».

Il fagotto di stracci nell'angolo si mosse, rotolando su se stesso; apparve un volto e una voce borbottò: «Sei un barbone, Luke. Piantala di fare casino».

Si chiamava Luke.

Che sollievo! Un nome non era molto, ma lo aiutava a pensare. Fissò il suo compagno. Indossava una giacca di rweed strappata, con un pezzo di corda legato in vita a mo' di cintura. Il volto, giovane e sporco, aveva un'espressione scaltra. L'uomo si sfregò gli occhi e borbottò: «Mi fa male la testa».

«Tu chi sei?» chiese Luke.

«Sono Pete, scemo. Non ci vedi?»

«Io non ...» Luke deglutì, trattenendo il panico. «Io ho perso la memoria!»

«Non mi sorprende. Ieri ti sei scolato quasi un'intera bottiglia. È un miracolo se non hai perso tutta la testa.» Si leccò le labbra. «A me non ne hai quasi lasciato un goccio, di quel maledetto bourbon.»

Questo spiegava i postumi della sbronza, pensò Luke. «E perché ne ho bevuto un'intera bottiglia?»

Pete scoppiò in una risata sarcastica. «È la domanda più stupida che abbia mai sentito. Per ubriacarti, no?»

Luke era sgomento. Era un barbone, un alcolizzato che dormiva nei gabinetti pubblici.

Aveva una sete terribile. Si chinò sopra un lavandino, lasciò scorrere l'acqua fredda e bevve dal rubinetto. Questo lo fece sentire meglio. Si asciugò la bocca costringendosi a guardare di nuovo nello specchio.

Ora era più calmo. Lo sguardo allucinato era sparito, sostituito da un'espressione confusa e sbigottita. L'immagine riflessa nello specchio era quella di un uomo vicino alla quarantina, con capelli scuri e occhi azzurri. Non aveva né barba né baffi, solo l'ombra scura di chi non si rade da qualche giorno.

Tornò a voltarsi verso il suo compagno. «Luke e poi?» domandò. «Qual è il mio cognome?»

«E che ne so? Come diavolo posso saperlo, io?»

«Come ho fatto a ridurmi così? Da quanto tempo va avanti? Com'è successo?»

Pete si alzò in piedi. «Ho bisogno di mettere qualcosa sotto i denti.»

Luke si rese conto di aver fame. Si chiese se avesse del denaro. Frugò nelle tasche di giaccone e pantaloni: tutte vuote. Non aveva soldi né portafoglio, neppure un fazzoletto. Niente, nessun indizio. «Credo di essere al verde» disse.

«Ma guarda» fece Pete con sarcasmo. «Su, vieni» e si avviò barcollando verso una porta.

Luke lo segui.

Quando usci alla luce, subì un altro choc. Si trovava in un enorme tempio, deserto, dove regnava un cupo silenzio. Panche di mogano erano allineate sul pavimento di marmo, come banchi di una chiesa in attesa di una congregazione di spiriti. Tutto intorno alla grande sala, su un'architrave di pietra che sovrastava file di colonne, surreali guerrieri di pietra con elmi e scudi facevano la guardia al luogo sacro. In alto, sopra le loro teste, c'era un soffitto a volta decorato a cassettoni ottagonali dorati. La mente di Luke fu attraversata dal folle pensiero di essere stato la vittima sacrificale in uno strano rito che lo aveva lasciato senza memoria.

«Cos'è questo posto?» chiese, atterrito.

«La Union Station di Washington.»

Un relè scattò nella mente di Luke e tutto assunse un significato. Con sollievo vide lo sporco sui muri, la gomma da masticare spiaccicata sul pavimento di marmo, le cartine di caramelle e i pacchetti di sigarette vuoti gettati negli angoli, e si sentì uno stupido. Si trovava in un'enorme stazione ferroviaria di mattina presto, prima che si riempisse di viaggiatori. Si era comportato come un bambino che crede di vedere dei mostri in una camera da letto buia.

Pete si diresse verso un arco trionfale con il cartello USCITA e Luke si affrettò a seguirlo.

«Oh-oh» fece Pete, accelerando il passo.

Un uomo corpulento stretto in un'uniforme delle ferrovie puntò dritto verso di loro, gonfio di arrogante indignazione. «Da dove spuntate voi due?»

«Ce ne andiamo, ce ne andiamo» disse Pete con voce lamentosa.

All'uomo non bastava sbarazzarsi di loro. «Avete dormito qui, non è vero?» li apostrofò, seguendoli da vicino. «Lo sapete che non si puó.»

A Luke non piaceva essere sgridato come uno scolaretto, ma forse se l'era meritato. In effetti, aveva dormito in quella dannata latrina. Ricacciò indietro una rispostaccia e accelerò l'andatura.

«Questo non è un ostello» prosegui l'uomo. «Levatevi dai piedi, brutti vagabondi!» gridò, assestando uno spintone a Luke.

Luke si voltò di scatto e lo affrontò di petto. «Non mi toccare» disse, sorpreso lui stesso dal tono calmo e insieme minaccioso della propria voce. L'uomo si arrestò di colpo. «Ce ne stiamo andando, quindi non c'è bisogno che tu dica altro, chiaro?»

Il tizio fece un passo indietro, intimorito.

Pete prese Luke per il braccio. «Usciamo di qui.»

Luke provò un senso di vergogna. Il tipo in uniforme era uno stupido presuntuoso, ma lui e Pete erano dei vagabondi e qualunque dipendente delle ferrovie aveva il dovere di cacciarli, mentre lui non aveva alcun diritto di minacciarlo.

Passarono sotto l'arco. Fuori era buio. C'erano delle auto parcheggiate attorno all'isola spartitraffico davanti alla stazione, ma la strada era tranquilla. L'aria era fredda e pungente e Luke si strinse negli abiti logori. Era inverno, una tipica mattina gelida di Washington, forse gennaio o febbraio.

Si domandò che anno fosse.

Pete svoltò a sinistra: evidentemente sapeva dove andare. Luke lo seguì. «Dove vai?» gli chiese.

«Conosco una cappella metodista in H Street dove danno da mangiare gratis, se ti adatti a cantare qualche inno.»

«Con la fame che ho sono disposto a cantare un intero libro di salmi.»

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