Copertina
Autore Antonio Franchini
Titolo Acqua, sudore, ghiaccio
EdizioneMarsilio, Venezia, 2003 [1998], Farfalle , pag. 280, cop.fle., dim. 125x295x20 mm , Isbn 88-317-6842-5
LettoreRiccardo Terzi, 2004
Classe narrativa italiana , sport
PrimaPagina


al sito dell'editore

per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.COM

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


      7  Acqua

    101  Sudore

    233  Ghiaccio


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7 [ inizio libro ]

ACQUA



Forse quest'anno non ho coraggio.

C'è ancora una rapida, detta «del Camaleonte», che una volta era impegnativa, ma il fiume cambia, in meglio o in peggio, come nell'uomo una passione si estingue e un'altra ne monta, così adesso sul Camaleonte l'acqua non si biforca più in due lingue, una ingannevole, che andava a spegnersi in mezzo ai sassi, e l'altra giusta ma implacabile, perché sbatteva in controroccia, e allora era da prendere lungo il filone centrale della corrente con assoluta esattezza, o la canoa si sarebbe incastrata sotto la nicchia dell'argine, assicurando un bagno nell'acqua gelata.

In questo punto, l'ultima piena ha spianato il letto del fiume. Adesso il Camaleonte è una semplice curva, con un salto.

Se non te ne accorgi in tempo, e se l'acqua è tanta, alla peggio hai un sobbalzo, un istante in cui ti manca il respiro e tutta la schiuma ti ribolle intorno, ma è solo un attimo e già ne sei fuori.

Puoi passare dove preferisci, a destra, al centro, a sinistra, al massimo raschi il fondo dell'imbarcazione sulle pietre, ma la pancia della canoa è fatta per coprirsi di cicatrici.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 14

Estasi è la più bella rapida delle Alpi, la più lunga, la più spettacolare, è di quinto grado - quinto grado superiore, a seconda della portata, ma non è sesto. quinto grado per le sue masse d'acqua. Vuol dire che non esige manovre precise al millimetro, significa che non ci sono passaggi sporchi su cui scommettere la pelle.

Se fosse solo per questo, per giocarsi la vita, esistono tratti assai meno impressionanti, dai quali si rischia di non scampare. Ci sono i sifoni, quando l'acqua scava sotto un masso al punto da fuoriuscire dall'altra parte. La canoa che ci finisce dentro vi trova una trappola mortale, perché fa da tappo: la punta attratta nella feritoia ostruita dalla ramaglia, la coda schiacciata dalla ricaduta dell'acqua da monte. E ci sono gli «impraticabili», i passaggi che non si possono fare. Noi ne siamo ipnoticamente attratti e il loro orrido fascino ci inquieta e ci addolcisce. Un bel pezzo prima dell'impraticabile si smonta, a scanso di rischi - il terrore, del tutto ingiustificato, la paura ancestrale, magari acuita da una giornata storta, è sempre quello di finirci dentro per sbaglio, per non essersi fermati in tempo, risucchiati da chissà quale fatalità, abbiamo sentito un mucchio di storie al proposito... -, canoa in spalla, e passiamo oltre, ma anche qui, prima ci si ferma a guardare. Solo che questa è contemplazione gratuita, non siamo chiamati a riconoscere nessun percorso ideale tra i massi e le spume, non abbiamo nessuna insidia da schivare, non toccherà a noi, siamo perfettamente calmi. Ma possiamo immaginare, volendo, che cosa succederebbe se... e non c'è nessuno che non lo faccia, proprio nessuno.

Sulla rapida si parla, si indica; dall'alto di un masso, il gruppo - tutti coi gonnellini paraspruzzi agganciati al salvagente, qualcuno si è tolto il casco - commenta la via, conferma e boccia alternative: sì, anche a destra si può passare, ma allora devi fare attenzione a quel buco che però no, non dovrebbe tenerti, il passaggio giusto è là... e il più esperto, il capogruppo lancia un sasso nel fluire dell'acqua.

Sull'impraticabile si sta muti.

Ce n'è uno famoso nelle gole, che puoi contemplare da un pizzo di roccia: è un passaggio strettissimo, sarà largo un metro, poi il salto, solo un paio di metri, ma attraverso quel varco passa un torrente già largo e rigonfio, che ha raccolto tutte le nevi e il quotidiano tributo eroso dal ghiacciaio del massiccio, più tutte le piogge della primavera.

Il ritorno dell'acqua, alla base di quell'imbuto è un rimescolio bianco, ipnotico, eterno; è tale che se una canoa vi cadesse ne verrebbe rivoltata per sempre. Il vecchio sogno d'indovinare i pensieri degli uomini qui si realizza. Siamo cinque di noi, e tutti e cinque, silenziosi, all'apparenza indifferenti, a questa stessa cosa stiamo pensando: la canoa che vediamo masticata dal gorgo è la nostra.

Eppure esistono alcuni impraticabili che con rarissime condizioni d'acqua vengono sfidati da coloro che preferiscono scrivere la geografia della propria vita costeggiando la morte.

Invece Estasi non esige sacrifici estremi, è rispettata per la sua dura bellezza, non per la nequizia.

Estasi è anche una località famosa tra i geologi perché vi affiora il mantello della terra. Qui si possono toccare le rocce che di norma stanno a trentacinque chilometri di profondità. Qui la terra mette i suoi visceri a nudo, ma chi non lo sa neppure se ne accorge, come gli spettatori appollaiati sullo strapiombo a godersi il tumulto della rapida e le sorti di chi la sfida.

Estasi ha un ingresso frastagliato, bisogna entrare quasi al centro e poi stare a destra. Ci sono tre salti, con tre paurosi ritorni d'acqua. Prenderli di petto vuol dire esporsi a un urto insostenibile, per questo bisogna stare a destra, dove il ritorno dell'onda è meno vorace, ma non troppo a destra, o ci si farebbe girare dai sassi che si protendono dall'argine. Il più tremendo dei gorghi è il secondo, dopo il terzo c'è ancora un dente di roccia, mai completamente sommerso, che viene detto «Castigo», perché tende l'ultima insidia, e se non lo si tiene a destra manda a scorticarsi sopra una grattugia di sassi, poi la lunga rincorsa di schiuma si placa in una gola dalle pareti altissime, a strapiombo, dove il fiume è perfettamente immobile, profondo, e ha il colore verde cupo dell'acqua prigioniera.

Noi saltelliamo sulle rocce e valutiamo il livello dell'acqua e quale sia la direzione migliore da prendere; poi, uno per volta, ci avviamo alla canoa con questo senso di vuoto nella pancia. Quando dobbiamo agganciare il paraspruzzi, facciamo più sforzo del solito, ci sembra di non avere più sangue nelle braccia. Espiriamo con fragore, facciamo forza sul puntapiedi: due pagaiate verso monte, poi la pagaiata larga per cui la canoa, con l'eleganza ineluttabile della lancetta di un orologio, si gira, ed è l'ingresso in corrente e i conti con noi stessi, con ciò che siamo in quel momento - tesi, spauriti, oppure euforici, spavaldi - o forse con ciò che siamo da sempre e proprio non possiamo cambiare.

Quel che abbiamo visto dalle rocce in lunghi momenti di concentrazione, come per imprimerci nella memoria ogni metro di schiuma, ora non serve quasi più a niente; qui dal basso la prospettiva è tutta diversa, nel l'orgasmo non riconosciamo più i punti di riferimento, nel fragore, nel ribollire dell'acqua. Sappiamo solo che bisogna pagaiare, continuare a pagaiare sempre, senza mai fermarsi. Pagaiando c'è sempre una possibilità di farcela. Smettere o intimiditi frenare col piatto del cucchiaio, gettando il peso all'indietro, significa consegnarsi inermi alla volontà del fiume. Pagaiare, anche quando sembra inutile come spostare un muro. Arriva il primo salto: porto il peso in avanti per non farmi afferrare la coda, urlo e pianto la pagaia nell'onda, anche se mi sembra d'essere ributtato indietro, di accusare un colpo nel petto. il secondo buco, il più tremendo. Scompaio alla vista del gruppo, ma se resisto, se continuo a remare, so che senza sapere come, forse per la compassione che il fiume dimostra verso l'incedere irriguardoso del coraggio, sarò oltre, e passerò anche il terzo buco. Qui, se non mi prenderà un prematuro entusiasmo e non peccherò, distraendomi, d'orgoglio, neppure il dente di roccia di Castigo mi farà niente, e piomberò nell'ombra verde del canyon ancora in sella alla mia canoa, accompagnato dal rimbombo delle urla dei compagni.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 30

Aveva cominciato con l'alpinismo - una rivista di montagna gli pubblicava ogni tanto un racconto -, poi era passato al fiume e aveva appurato come in acqua le difficoltà siano calcolate in gradi come sulla roccia.

Allo stesso modo valutiamo la forza dei venti, l'altezza delle onde, l'intensità delle convulsioni che scuotono la terra. Le risibili scale accostate all'acqua, alla terra e all'aria, quelle tacche sull'infinito lui le apprezzava perché gli sembravano lo sforzo di chi cerca di capire, l'inezia commovente di chi vuole mettere ordine nelle forme dell'universo.


Primo grado: lo spazio è aperto, le onde sono regolari, gli ostacoli facili da evitare.

Primo grado: la forma più semplice dell'arrampicata, spesso c'è una traccia di passaggio fra le rocce, ma bisogna già scegliere l'appoggio per i piedi; le mani usano frequentemente gli appigli per mantenere l'equilibrio.

Secondo grado: s'incontrano piccole rapide con onde irregolari e allegri frangenti, il corso presenta minimi dislivelli, le prime manovre obbligate sono semplici e gli ostacoli evidenti.

Secondo grado: qui inizia l'arrampicata vera, che richiede lo spostamento di un arto per volta e una corretta impostazione dei movimenti. Appigli e appoggi sono ancora abbondanti.

Terzo grado: le rapide superano dislivelli evidenti e le onde sono alte e irregolari, i frangenti forti, le morte e i ritorni ancora prevedibili. Rocce nella corrente, piccoli salti, curve strette, pericolo oggettivo modesto.

Terzo grado: struttura rocciosa ripida e addirittura verticale, appigli e appoggi rari, necessario l'uso della forza, ma i passaggi non si risolvono ancora in maniera obbligata.

Quarto grado: il percorso è poco visibile, le rapide sono violente e richiedono manovre tra grosse onde e potenti rulli, le rocce che ostruiscono la corrente costringono a passaggi obbligati. I salti e i buchi hanno un forte ritorno. In caso di bagno è poco divertente nuotare.

Quarto grado: appigli e appoggi ancora più rari. Buona tecnica di arrampicata applicata alle varie strutture rocciose: camini, fessure, spigoli.

Quinto grado: diventa indispensabile la ricognizione: ondate accecanti, buchi che tengono, morte imprendibili, strettoie e cascate con ingresso e uscita difficili. Occorrono esperienza, ottima tecnica e prontezza.

Quinto grado: appigli e appoggi decisamente rari, arrampicare è delicato e faticoso, esame preventivo del passaggio.

Sesto grado: limite della praticabilità, la ricognizione può durare anni. Successione di salti con buchi che tengono, controroccia in velocità, eskimi obbligati. Navigabile solo con livelli d'acqua particolarmente favorevoli e quando il canoista si senta in un momento di esaltazione.

Sesto grado: la struttura rocciosa costringe ad arrampicare in aderenza, allenamento speciale. Richiesta grande forza nelle braccia e nelle mani. Limite dell'arrampicata estrema classica.


E poi, è scontato, le scale viene voglia di applicarle anche alla vita. Potessimo vedere su quale gradino siamo, se ci aspettano «allegri frangenti», «ondate accecanti» o «buchi che tengono»...

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 67

A me piace anche soltanto pagaiare, fare manovre sotto le rapide, inebriato dell'ossigeno che si sprigiona dall'acqua bianca, allenarmi a entrare e uscire dalla corrente, oppure slanciarmi dove l'onda ribolle, infilare la punta nei buchi e lottare con i ritorni, con l'effervescenza che scuote e ribalta.

Posso ripetere la stessa manovra per ore, solo per sentire come cambia il fremito della corrente sotto lo scafo e contro il cucchiaio della pagaia, solo per essere pronto ad assecondare ogni mutamento dell'acqua imprimendo alla canoa le inclinazioni giuste. Mi piace giocare sotto i ritorni delle piccole cascate, risalire contro la corrente avversa, fino a farmi scrosciare l acqua sopra al pozzetto, e sentire così la punta prigioniera, poi inclinarmi tutto su un fianco, ingaggiare un combattimento studiato, guardingo, con la forza che m'inchioda contro la roccia, e a furia di rapidi appoggi, dei colpi della pagaia che si aggancia a valle e si pianta nella corrente che vorticando all'incontrario è stabile come il cemento, sgusciare via dalla morsa che assomiglia a quella di un'amante che non voglia farti uscire dal letto.

Mi piace leggere sull'acqua come s'invertono le correnti, come le vene discordi fremono sotto l'uniformità apparente della superficie. Mi piace la manovra riuscita perché la sua esattezza è riconoscibile oltre ogni accanimento del dubbio. La perfezione la senti: la scelta del tempo, l'immersione della pagaia, la forza dello strappo, e l'imbarcazione che volteggia sul fiume come se fosse parte di lui, inscritta per un attimo nel senso giusto dell'universo, concorde per un istante a un'armonia dove noi raramente accediamo, di cui non facciamo parte. Mi piace tutto questo, perché non assomiglia alla vita; la manovra perfetta ci sta dentro, ma è un'altra cosa.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 70

L'idronauta Gavazzi entrò nel bar con un'aria beata e satolla.

- Sono stato a mangiare dal Bendidio, Ben.

- Siete andati da quel ladro?

- Per quello che mangi, paghi il giusto, Ben. Poi ti servono un vino che ti commuovi.

- Ma figurati, dal Bendidio si mangia di schifo.

- Allora guarda, Ben, facciamo così. Noi andiamo dal Bendidio. Non ordiniamo niente, facciamo portare a lui. Ci porta le frittelle al formaggio, gli affettati, il camoscio, quel vino che ti commuovi, il dolce al mascarpone e poi, se non ti sei commosso, pago tutto io. Se invece ti commuovi, come sarà, paghi tu.

- Bravo, così...

- No, no - concedeva l'idronauta, - io mi fido di Benetti, conto sulla sua onestà...

- Fai male, non perché sia disonesto, ma perché di cibo Benetti non capisce mente - disse Rossana. - Benetti odia andare al ristorante. Gli unici posti che gli piacciono sono quei self service unti e malfrequentati vicini alle stazioni, pieni di extracomunitari e barboni, perché lì almeno lo servono subito. L'ultima volta che mi ha portato a cena fuori siamo incappati in una retata della polizia.

Benetti confermò. La stagione precedente, quando Rossana non c'era, non usciva mai da dietro al bancone. Si nutriva di buste di patatine fritte, che lacerava sul tavolo e seppelliva sotto cucchiaiate di maionese, o con la trippa che mangiava direttamente dalla scatola, dopo averla scaldata al vapore della macchina per il caffè.

- Perché devi sempre contestare il povero Gavazzi? - lo rimproverò Rossana, quando l'idronauta si fu ritirato.

- Gavazzi va rimproverato solo perché esiste.

- Ma cosa vuoi rimproverare Gavazzi..., sta un po' tranquillo...

- Non capisco perché con quel vino bisognava commuoversi - disse Luca Treu. - Gli porterò una bottiglia di Cannonau dalla Sardegna. Se proprio si deve commuovere, gliene do un motivo.

- Ieri ha detto: mio padre è un politico, va bene. Però è onesto - disse Benetti. - Io accetto tutto, ma questo non doveva dirmelo. Poi accetto anche che mi sfidi alle prove d'ardimento...

- Quando l'ha fatto? - si esaltò Luca Treu.

- Oh, qualche giorno fa...

- Perché?

- L'avevo preso un po' in giro, sai come fa lui, quando entra, si accende una sigaretta, si abbatte sulla panca e comincia a lamentarsi ogni volta: cazzo, avevo un equipaggio d'imbranati... e così uno l'aveva dovuto afferrare per il salvagente, mentre con l'altra mano recuperava una fanciulla terrorizzata, con un piede disincagliava il raft da un masso, con l'altro teneva il timone... Gli ho detto tutte a te ti capItano! Non l'avessi mai fatto, s'è messo a strillare come un'aquila! E mi ha lanciato la sfida...

- Che sfida?

- Tu chi ti credi di essere, tu che stai tutto il giorno dietro a quel bancone? Io ti sfido dove vuoi tu, in qualunque disciplina, nella prova d'ardimento che vuoi...

- E tu che gli hai detto?

- Niente, non ragionava - Benetti rimase assorto a controllare in controluce la pulizia di un bicchiere, poi aggiunse a bassa voce, - Gavazzi non sa che se veramente accettassi la sfida in mezza delle cose che ero abituato a fare, di lui resterebbe solo la fotografia sopra un tondino di ceramica...

Fu la sola volta che lo udimmo vantarsi. Poi ripeté: - No, ma questa storia del padre, che sarebbe un politico onesto, non la posso accettare. Per chi ci prende?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 101

SUDORE



Tenconi ciondolava, poi strinse i pao e si accucciò a centro ring. Benché avesse assunto una posizione bassa e assai stabile, il calcio frontale, che si era stampato con uno schiocco sugli scudi di gommapiuma, quasi lo alzava da terra.

Con un balzo all'indietro, Tenconi ammortizzò l'urto, poi riprese l'andatura caracollante finché non s'irrigidì, offrendo di nuovo i pao all'attacco, e comandò: - Diretto sinistro - circolare destro!

Andreino pesava ottantacinque chili, guardia destra, un peso massimo veloce; il pugno non gli tornava alla spalla che già il calcio si abbatteva con fragore sulla superficie dei pao. Tenconi doveva essere altrettanto rapido a spostarli per coprirsi. Arretrò di poco e disse: - Ancora, due!

Questa volta ne contenne l'impeto in scioltezza, chiudendosi in un'elegante posa difensiva.

- Adesso mi fai... diretto sinistro, diretto destro, circolare destro medio e chiudi col circolare sinistro alto, in uscita.

Andreino annuì col mento sopra i guantoni - cominciava a ricordarsi di tenere sempre la guardia alta - se ne strusciò uno sulla faccia.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 132

Per il pizzetto raso e militaresco, il capello corto, per l'espressione severa che conservava finché teneva la bocca chiusa, per il fisico costruito con armoniosa solidità, senza eccessi, così come erano regolari i tratti della sua faccia, con le linee del naso e della mascella tutte scolpite per somma di angoli retti, Cifra faceva la sua figura anche solo a salire sul ring. Sembrava il modello d'atleta littorio che negli anni ipovitaminici del fascio doveva essere assai più immaginario che reale, e perciò campeggiava, dipinto sulle pareti delle piscine in stile assirobabilonese o moltiplicato nei sagomoni marmorei del foro italico.

Quando Cifra alzava il guantone per salutare il pubblico era il campione della razza italica che si presenta a qualche stortignaccolo duce.

Però se parlava perdeva imponenza. Lo chiamavano Cifra perché tutto quanto gli piaceva o dispiaceva era, per lui, «cifra».

C'erano ragazze - «le tipe» - che lo «acchiappavano una cifra», certe musiche, e addirittura alcuni libri, lo «intrippavano una cifra».

E poiché, smentendo il suo aspetto d'eroe taciturno, parlava di continuo, succedeva che dopo un po', cessando d'ascoltarlo si perdesse il senso generale della nenia ma non la ripetitività di quelle martellanti «cifre».

Cifra non aveva grande stile, non era agile e si dimenticava le tecniche, però era forte, resistente, e aveva un approccio psicologico giusto per riuscire.

Alla finale del campionato italiano, dopo i primi due round stava prendendo tante di quelle botte da uno slavo naturalizzato che Tenconi all'angolo gli aveva detto adesso getto la spugna, ce la fai a continuare?

Guarda che questo mena una cifra, aveva risposto Cifra.

- Ho visto, ti vuoi ritirare?

- No, fammi fare ancora un round, vediamo che succede.

Aveva continuato a prenderle per tutto il terzo round e Tenconi stava per gettare l'asciugamano quando Cifra, giunto all'angolo, cominciò a dirgli: - A proposito, Tenconi, quell'amica di mia sorella, ce l'hai presente, quella che è venuta con me il mese scorso? Quella sta ancora aspettando che tu le dici quanto deve pagare se fa l'iscrizione per tre mesi. Ha già aspettato una cifra di tempo, quand'è che ti decidi a dirle qualcosa?

Sentendo questo ragionamento, Tenconi decise di farlo continuare.

Alla fine del quarto round, Cifra, che ormai aveva assorbito una quantità di mazzate da intontire un bufalo, disse: - Sai, Tenconi, a me l'allenatore di questo qua mi sta sul cazzo una cifra, ma perché cazzo si agita tanto? Adesso sai che faccio? Glielo porto all'angolo, davanti a lui, e poi glielo stendo, no? Così si sta un poco zitto.

- Sì - disse Tenconi, - fai così. E Cifra lo fece, mise l'avversario KO sotto gli occhi increduli del suo allenatore.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 135

Era una vecchia palestra di judo, lui la ribattezzò Alcatraz Gym da quando aveva notato che attirava tutti i pazzi e i coatti dei dintorni.

Solo Tenconi poteva tenersi Chiazza come istruttore di pesi. Istruttore chimico più che atletico, perché intorno a lui, all'ombra del suo incoraggiante mutismo, fervevano scambi di pasticche e di bustine, dagli aminoacidi ramificati agli anabolizzanti per i vitelli.

Chiazza perché, quando «posava» di fronte allo specchio tirandosi giù le braghe per verificare il guizzo e la massa del quadricipite femorale, qualche occhio maligno aveva osservato un'infiorescenza giallastra all'altezza del pacco.

Chiazza non suppliva al silenzio neppure con la mimica; di espressioni ne aveva solo una: spalancava gli occhi e annuiva con un aria di complicità contrita, come se dicesse «ho capito» e «mi dispiace». Solo che non si capiva che cosa avesse capito, così come di niente poteva dispiacersi, essendo anche un dispiacere la conseguenza della comprensione di qualcosa.

La frase più intelligibile che uscisse dalle sue labbra era il «pronto palestra» pronunciato con tono cauto, guardingo, quando alzava la cornetta del telefono.

Tenconi ci aveva anche provato, a disfarsi di Chiazza, ma suscitò un'insurrezione tra le signore del turno di mattina, che si misero a raccogliere firme per l'immediata riassunzione del laconico culturista, pena la disdetta in massa dei loro abbonamenti. Tenconi ancora non si capacitava della principale motivazione addotta da quelle madri di famiglia inviperite: «anche l'occhio vuole la sua parte».

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 233

GHIACCIO



Affrontò la prima discesa scontando la prima delusione. Le lamine non scivolavano su neve soffice, come l'aveva sognata mentre l'autobus affannava su per il tedio di picchi scheletrici e cime giallastre ribadendo a ogni curva quanto fosse assurda la sua speranza di riuscire a mettere gli sci quello stesso giorno, ma crepitarono su un ghiaccio più duro del sale, che scintillava perfido nella luce acerba del mattino.

Sentì di colpo, prima nello stomaco e poi nelle gambe, montare quel genere di debolezza che nasce più da disillusione che da infiacchimento, e detta al corpo solo movimenti passivi, ispirati dal puro istinto di conservazione.

Così prese a scendere tagliando il pendio quasi in orizzontale, rigido e contratto, allarmato dallo scricchiolio del ghiaccio, senza risolversi ad abbozzare una curva e, quando ci provò, lo sci a valle slittò via e lui non cadde solo perché aveva goffamente riconquistato l'equilibrio spingendosi in avanti e inchiodando. Pochi metri, e già affannava.

Il Perrotta aveva attraversato quel breve pendio curvando incerto, anche lui, solo verso la fine, quasi nello spiazzo dello skilift. Due ragazze li sorpassarono rimbalzando su movimenti impercettibili ed elastici delle ginocchia. Le avrebbero messe parecchie classi avanti a loro.

Gli era precipitata addosso tutta la fatica, non quella dei pochi metri di discesa, ma della strada per arrivare fin lì, dei giri e rigiri della via che scalava fianchi aridi di monti e valli ridotte dall'estate a discariche di pietra. E riprovava l'esasperazione per tutte le manovre della corriera ogni volta che, sotto una galleria angusta e gocciolante, incappava in un'auto nell'altra direzione. Risoffriva la malinconia delle piccozze in miniatura, dei barometri, degli scarponcini e stelle alpine penduli dalle botteghe quando, dopo tutto quel riavvolgersi intorno alle cime brulle, finalmente, apparve il passo: un formicolio improvviso di folla colorata e cianfrusaglie.

Le forze l'avevano abbandonato perché di colpo sentiva la vacuità dello star lì a imparare un esercizio come fosse un ragazzo, quando non era più un ragazzo e quel lessico a base di punte e code, a monte e a valle, diagonale e massima pendenza, tutte quelle azioni di spostare il peso, spigolare, scalettare, e il loro puntuale essere sbagliate gli sembravano adatte a un altro tempo della sua vita. Un tempo scaduto, finito, chiuso secondo natura, e adesso da lui protratto artificialmente secondo vigliaccheria, secondo paura.


Francesco Esente aveva quasi trent'anni quando decise che doveva imparare a sciare.

Perché soltanto allora e non quattro o cinque anni prima, quando una ragazza, una sua amica soprannominata «il lupetto», l'aveva invitato per la prima volta a passare un fine settimana in montagna?

Di quella gita nefasta il primo particolare curioso che colpì l'attenzione di Francesco Esente fu il tunnel di cemento che si manifestò senza preavviso e senza motivo prima del paese: immetteva direttamente ai box e poi agli appartamenti del condominio montano. Era un budello ruvido, squadrato, grigio ferro, come dovevano essere certi rifugi antiaerei durante la guerra. Quando cominciò a frequentare stazioni sciistiche, Francesco Esente si rese conto che in montagna molte delle costruzioni nuove erano così. Gli appartamentini accendevano fuocherelli di fasullo calore, tutti rivestiti di legni chiari, con i soffitti ribassati dalle travi, le mura scaldate dai camini, e i proprietari che li infiocchettavano con intere batterie di piatti di rame, riproduzioni di antichi attrezzi per il lavoro dei campi, trecce d'aglio e peperoncino, culle di legno farcite di fiori secchi. Ma a queste rustiche nicchie si accedeva quasi sempre per camminamenti sotterranei attraversati dalle intricate fughe aeree dei tubi del riscaldamento, percorsi dal ronzio delle caldaie, inumiditi dal perenne sgocciolio degli scoli e atossicati dagli scappamenti delle automobili, quasi ci fosse da superare una quintessenza dell'allucinazione urbana prima di poter emergere tra gli incanti dell'idillio alpino.

Sopra, all'aria aperta, nel giardino condominiale splendeva infatti un babbo natale di ghiaccio come Francesco Esente, cittadino e meridionale, poteva averne visti, fino a quel giorno, solo sul libro di lettura della scuola elementare.

Gli misero gli sci ai piedi e gli dissero vai.

| << |  <  |