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| << | < | > | >> |Pagina 7Mi sveglio... Mi sveglia il contatto di quest'oggetto contro il pene. Non sapevo che a volte si può orinare involontariamente. Rimangn con gli occhi chiusi. Le voci più vicine non si sentono. Se apro gli occhi, potrò udirle?... Però le palpebre mi pesano: due piombi, rame sulla lingua, tonfi nelle orecchie, un... qualcosa come argento ossidato nel respiro. Metallico, tutto questo. Minerale, di nuovo. Orino senza saperlo. Forse - sono rimasto incosciente, ricordo con un sussulto - durante quelle ore ho mangiato senza rendermene conto. Perché albeggiava appena quando ho steso la mano e ho fatto cadere al suolo - anche questo inconsciamente - il telefono e sono rimasto bocconi sul letto, le braccia penzoloni: un formicolio alle vene dei polsi. Ora mi sveglio, però non voglio aprire gli occhi. Non voglio: qualcosa mi brilla vicino al viso. Qualcosa che mi si riflette dietro le palpebre chiuse, in una fuga di luci nere e di circoli azzurri. Contraggo i muscoli del viso, apro l'occhio destro e lo vedo riflesso nei frammenti di specchio incrostati su una borsetta da donna. Sono questo. Sono questo qui. Sono questo vecchio con i lineamenti scomposti nei rettangoli irregolari degli specchietti. Sono questo occhio. Sono questo occhio. Sono questo occhio solcato dalle radici di una collera accumulata, vecchia, dimenticata, sempre attuale. Sono quest'occhio gonfio e verde fra le palpebre. Palpebre. Palpebre. Palpebre oleose. Sono questo naso. Questo naso. Questo naso. Rotto. Dalle ampie narici. Sono questi zigomi. Smorfia. Smorfia. Smorfia. Sono questa smorfia che non ha nulla a che vedere con la vecchiaia o con il dolore. Smorfia. Con i denti anneriti dal tabacco. Tabacco. Tabacco. Il vaporevaporevapore del mio respiro appanna i cristalli e una mano ritira la borsetta dal comodino.«Mi creda, dottore: fa apposta...» «Signor Cruz...» «Prenderci in giro anche in punto di morte!» Non voglio parlare. Ho la bocca piena di monete vecchie, di questo sapore. Però apro gli occhi un poco e attraverso le ciglia distinguo le due donne, il medico che sa di antisettico: dalle sue mani sudate, che ora mi palpano il petto sotto la camicia, si sprigiona un sentore soffocante di alcol. Cerco di allontanare quella mano. «La prego, signor Cruz, la prego...» No, non voglio aprire le labbra: o quella linea rugosa, senza labbra, nell'immagine riflessa dal vetro. Terrò le braccia allungate sulle lenzuola. Le coperte mi arrivano fino al ventre. Lo stomaco... ah... E le gambe mi restano aperte, con quell'oggetto freddo tra le cosce. E ho ancora il petto insensibile, con lo stesso formicolio sordo che sento... che... che sentivo quando restavo molto tempo seduto in un cinema. Cattiva circolazione, ecco che cos'è. Nient'altro. Nient'altro. Níent'altro. Niente di più grave. Bisogna pensare al corpo. Esaurisce pensare al corpo. Al proprio corpo. Il corpo unito. Stanca. Non ci si pensa. C'è. Penso, testimone. Sono, corpo. Resta. Va via... va via... si dissolve in questa fuga di nervi e di squame, di cellule e di globuli dispersi. Il mio corpo, sul quale questo medico pone le sue dita. Paura. Sento la paura di pensare al mio corpo. E il viso? Teresa si è ripresa la borsetta che lo rifletteva. Cerco di ricordarlo in quell'immagine era un volto diviso in pezzi di vetro senza simmetria, con l'occhio vicinissimo all'orecchio e lontanissimo dall'altro che gli fa da paio, con la smorfia distribuita in tre specchi circolanti. Il sudore mi scorre giù dalla fronte. Chiudo di nuovo gli occhi e chiedo che il mio viso e il mio corpo mi vengano restituiti. Chiedo, però sento quella mano che mi accarezza e vorrei sottrarmi a quel contatto, ma sono privo di forze. | << | < | > | >> |Pagina 13[...] A questo punto ti porterai la mano al ventre e la tua testa canuta e crespa, dal volto olivastro, sbatterà seccamente sul cristallo del tavolo e di nuovo, vicinissima, vedrai l'immagine riflessa del tuo gemello malato, mentre tutti i rumori, ridendo, scapperanno fuori dalla tua testa e il sudore di tutta quella gente ti circonderà, la carne di tutta quella gente ti soffocherà, ti farà perdere i sensi. L'immagine riflessa del gemello si sovrapporrà all'altra che sei tu, al vecchio di settantun anni che giacerà incosciente fra la poltrona girevole e la grande scrivania d'acciaio: e starai qui e non saprai quali dati formeranno la tua biografia e quali saranno taciuti, nascosti. Non lo saprai. Sono i soliti dati e non sarai il primo né l'unico con un simile foglio di servizio. Te la sarai goduta. Questo già lo avrai ricordato. Però ricorderai altre cose, altri giorni; dovrai ricordarli. Sono giorni lontani, vicini, ricacciati nell'oblio, individuati dal ricordo - incontro fortuito, amore fugace, libertà, rancore, fallimento, volontà - furono e saranno qualcosa di più dei nomi che puoi dar loro: giorni in cui il tuo stesso destino ti inseguirà con un fiuto da segugio, ti troverà, salderà i conti con te, ti rincarnerà con parole e atti, materia complessa, opaca, adiposa connessa per sempre con l'altra, l'impalpabile, quella del tuo animo assorbito dalla materia: amore di cotogna fresca, ambizione di unghie che crescono, tedio della calvizie progressiva, malinconia del sole e del deserto, abulia dei piatti sudici, distrazione dei fiumi tropicali, paura delle sciabole e della polvere, delle lenzuola stese al sole, giovinezza dei cavalli neri, vecchiaia della spiaggia abbandonata, incontro della busta e del francobollo straniero, ripugnanza per l'incenso, disturbi provocati dalla nicotina, dolore della terra rossa, tenerezza del patio a sera, spirito di tutti gli oggetti, materia di tutte le anime: taglio netto nella tua memoria, che separa le due metà; saldatura della vita, che le riunisce di nuovo, le dissolve, le persegue, le ritrova; il frutto ha due metà: oggi sì riuniranno: ricorderai la metà che hai lasciato indietro: il destino ti ritroverà: sbadiglierai: non bisogna ricordare: sbadiglierai: le cose e i loro sentimenti si sono andati sfibrando, sono caduti a pezzi lungo il cammino: laggiù, nel passato, esisteva un giardino: se ci potessi tornare, se potessi trovarlo di nuovo alla fine: sbadiglierai: non hai cambiato di luogo: sbadiglierai: starai sulla terra del giardino, però i rami pallidi si rifiutano di dare frutti, il letto polveroso del fiume si rifiuta di portare le acque: sbadiglierai: i giorni saranno differenti, identici, lontani, attuali: presto dimenticheranno la necessità, l'urgenza, la meraviglia: sbadiglierai: aprirai gli occhi e le vedrai lì, al tuo fianco, con quella falsa premura: ne mormorerai i nomi: Catalina, Teresa: non riusciranno a dissimulare quel senso di inganno e di violazione, di disapprovazione irritata, che per necessità dovrà trasformarsi, ora, in espressione di preoccupazione, di affetto, di dolore: la maschera di premura sarà il primo segno del cambiamento che la tua malattia, il tuo aspetto, la decenza, lo sguardo degli altri, l'abitudine ereditata, imporranno loro: sbadiglierai: chiuderai gli occhi: sbadiglierai: tu, Artemio Cruz, lui: crederai nei tuoi giorni a occhi chiusi.| << | < | > | >> |Pagina 26Ti sentirai soddisfatto di importi a loro; confessalo: ti sei imposto perché ti accettassero come un loro pari: poche volte ti sei sentito più felice, perché da quando hai cominciato a essere quello che sei, da quando hai imparato ad apprezzare il contatto delle buone stoffe, il gusto dei buoni liquori, l'odore dei buoni profumi, tutto ciò che negli ultimi anni è stato il tuo piacere unico e solo; da allora hai mirato lassù, al nord, e da allora sei vissuto con la nostalgia dell'errore geografico che non ti ha permesso di farne parte in tutto e per tutto: ne ammiri l'efficienza, le comodità, l'igiene, il potere, la volontà e ti guardi intorno e ti sembrano intollerabili l'incompetenza, la miseria, la sporcizia, l'abulia, la nudità di questo povero paese che non ha nulla; e ti addolora ancora di più sapere che per quanto ti sforzi non puoi essere come loro: puoi essere solo un calco, qualcosa di approssimativo, perché dopo tutto, di': la tua visione delle cose, nei tuoi peggiori o migliori momenti, è stata mai così semplicistica come la loro? Mai. Mai hai potuto pensare in bianco o nero, buoni o cattivi, Dio o Diavolo: ammetti che sempre, anche quando pareva il contrario, hai trovato nel nero il germe, il riflesso del suo contrario: perfino la tua crudeltà, quando sei stato crudele, non era soffusa di una certa tenerezza? Sai che ogni estremo contiene il proprio contrario: la crudeltà la tenerezza, la viltà il coraggio, la vita la morte: in qualche modo (quasi inconsciamente, per essere quello che sei, di dove sei e per quello che hai vissuto) sai tutto questo, perciò non potrai mai assomigliare a loro, che non lo sanno. Ti dispiace? Si, non è comodo, è fastidioso, è molto più comodo dire: qui sta il bene e lì sta il male. Il male. Tu non potrai definirlo mai. Forse perché noi, più indifesi, non vogliamo che si perda quella zona intermedia, ambigua, fra luce e ombra: quella zona dove possiamo trovare il perdono. Dove tu lo potrai trovare. Chi non sarà capace, in un solo momento della sua vita (come te) di incarnare nello stesso tempo il bene e il male, di lasciarsi guidare nello stesso tempo da due fili misteriosi, di colore diverso, che provengono dallo stesso gomitolo, affinché poi il filo bianco vada in su e il nero discenda e, ciò nonostante, tutti e due si ritrovino fra le tue dita? Non vorrai pensare a questo. Detesterai il tuo io perché te lo ricorda. Vorresti essere come loro e ora, da vecchio, quasi ci riesci. Quasi, però. Soltanto quasi. Tu stesso eviterai l'oblio: il tuo coraggio sarà fratello gemello della tua viltà, il tuo odio sarà figlio del tuo amore, tutta la tua vita avrà contenuto e promesso la tua morte: non sarai stato né buono né cattivo, né generoso né egoista, né fedele né traditore. Lascerai che gli altri rivelino le tue qualità e i tuoi difetti; però anche tu, come potrai negare che ognuna delle tue affermazioni negherà se stessa, che ognuna delle tue negazioni affermerà se stessa? Nessuno se ne renderà conto, eccetto te forse. La tua vita sarà intessuta con tutti i fili del telaio, come le vite di tutti |
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