Copertina
Autore Nina zu Fürstenberg
Titolo Lumi dell'Islam
SottotitoloNove intellettuali musulmani parlano di libertà
EdizioneMarsilio, Venezia, 2004, I libri di Reset , pag. 128, cop.fle., dim. 120x170x10 mm , Isbn 88-317-8454-4
TraduttoreLaura Bocci, Silvana Mazzoni, Chiara Rizzo, Dora Bertucci
LettoreRenato di Stefano, 2004
Classe politica , sociologia , storia contemporanea
PrimaPagina


al sito dell'editore

per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.COM

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

  7 Introduzione di Nina zu Fürstenberg

    LE INTERVISTE

 27 Tariq Ali (Pakistan/Gran Bretagna)
    Ce la faremo, proprio come voi

 39 Abdullahi An-Na'im (Sudan/USA)
    Tra legge divina e fattore umano

 52 Soheib Bencheikh (Algeria/Francia)
    Primo, separare fede e politica

 61 Dalil Boubakeur (Algeria/Francia)
    La risorsa del laicismo

 70 Khaled Fouad Allam (Algeria/Italia)
    Un mondo in ebollizione

 77 Navid Kermani (Iran/Germania)
    Chiedo più coraggio all'Occidente

 87 Azar Nafisi (Iran/USA)
    La nostra via d'uscita dalle tirannie

 93 Tariq Ramadan (Svizzera/Egitto)
    Il pluralismo? Non si può imporre con la forza

103 Bassam Tibi (Siria/Germania)
    La diaspora, scuola di libertà

113 Postfazione. La strada stretta dell'Islam liberale
    di Renzo Guolo

123 Glossario
 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

Introduzione
di Nina zu Fürstenberg



Né la Divina Commedia, né il Don Chisciotte sarebbero mai stati scritti senza l'influenza musulmana sull'Alto Medio Evo europeo. Si sa, si dice. Lo leggiamo talvolta nei commenti dei giornali. Ma le nostre domande chiave oggi non riguardano i dubbi circa questa storica evidenza, riguardano la possibile restituzione del favore: ci sarà? Voglio dire che se è vero che l'Europa ha ricevuto luce dall'Islam nove secoli fa, saprà oggi, nove secoli dopo, ricambiare il dono? Saprà illuminare il futuro della cultura musulmana? E l'Islam europeo, quello delle comunità di milioni di immigrati che vivono tra noi, potrà essere una fonte di un rinnovamento che lo avvicini alla cultura della libertà? O continuerà ad alimentare, nelle sue frange estreme, le file degli islamisti? Ho deciso di interrogare una serie di intellettuali liberali musulmani circa le possibilità di sviluppo di un Islam che entri in sintonia con la modernità, con il pensiero illuministico nel significato più ampio della parola, una parola con la quale mi riferisco ai Lumi dei diritti umani, della dignità dell'individuo, della libertà di scelta. E in fin dei conti a quella forma politica che si chiama democrazia liberale, e che dei Lumi è legittima erede.

[...]

Sono quattro gli aspetti del problema intorno ai quali ruotano le domande che ho loro rivolto:

a) è possibile reinterpretare, teologicamente e giuridicamente, la tradizione religiosa, adattandola alla contemporaneità?

b) l'Islam liberale ha un futuro plausibile nei paesi musulmani o è un pensiero di minoranza, destinato a rimanere tale?

c) come inciderà il confronto-scontro tra Occidente e Islam nell'evoluzione e nella diffusione di questa corrente culturale?

d) saprà l'Islam occidentale, e quello europeo in particolare, diventare una fonte di rinnovamento per tutti i musulmani?

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 12

Non mancano articoli e libri sull'islamismo, sul fondamentalismo, sul neo-tradizionalismo e le loro frange estremiste. Questi fenomeni hanno in comune il fatto di essere propri della modernità, dei tempi recenti, anche se sono esattamente il contrario dell'Islam liberale che è negli auspici nostri e degli autori che abbiamo interpellato: i fondamentalisti vogliono una società chiusa, controllata, non critica, che segua letteralmente la scrittura del Corano, interpretandola come 1400 anni fa, e tenendo ferma un'assoluta unità tra sfera politica e sfera religiosa. È vero che l'intera storia dell'Islam si potrebbe anche scrivere misurando quanto in ogni epoca lo Stato dominasse o si intrecciasse con la religione. Ma qui è forse utile semplicemente ricordare come intorno al 1920 la modernità spingesse il mondo musulmano verso una riforma proprio mentre i colonizzatori europei si stavano ritirando dai paesi arabi. Iniziò allora una violenta discussione sul futuro dell'Islam e sulla necessità di una sua reinterpretazione in chiave moderna. Questa discussione a tutt'oggi non si è ancora conclusa. All'Occidente colonizzatore, colpevole di tutto, veniva attribuita anche la colpa di aver introdotto lo stato nazionale. All'Università del Cairo al-Azhar, centro di insegnamento della religione e sede del cuore intellettuale delle scienze islamiche sunnite, la questione dell'Islam e della modernizzazione veniva dibattuta già negli anni venti. Venne stabilito, come spiega Khaled Fouad Allam, che il Corano non pregiudicava affatto, anzi permetteva la separazione fra religione e politica. Nel 1924 Kemal Ataturk sciolse il califfato in Turchia e introdusse consapevolmente il laicismo, ossia la separazione fra religione e Stato, con l'obiettivo di aprire la Turchia allo sviluppo moderno. Specularmente, e nell'opposta direzione, ci fu chi cominciò invece a innalzare muri per ripararsi dal vento della modernità. L'obiettivo diventava quello di difendere l'Islam da tutto ciò che rappresentasse l'Occidente. Sempre Il Cairo assunse negli anni quaranta una posizione chiave. Si ricominciava a cercare le radici dell'Islam nel Corano e al tempo stesso ad affrontare le crescenti problematiche sociali. E fu qui che si affermarono personalità come Hassan al-Banna, come Sayyid Qutb, il movimento dei Fratelli Musulmani e loro teorie fondamentaliste. Essi trovarono rapidamente molti seguaci per almeno tre motivi: il senso di superiorità religiosa, l'orgoglio ferito dopo la colonizzazione, il generale disorientamento seguito all'industrializzazione. Sintomi ai quali si aggiungevano, come aggravanti esplosive, la povertà, l'arretratezza tecnica, la mancanza di un ceto medio capace di temperare gli estremismi. Si capisce come potesse aver presa il rifiuto della «decadenza» occidentale formulato da Qutb, come potesse diffondersi un islamismo che portava con sé l'aspirazione a una nuova e rigida unità tra Stato, religione e diritto, contrario a tutto ciò che fosse occidentale, moderno, contro le scienze e il progresso, visti come una minaccia. La forma più radicale di questo islamismo neo-tradizionalista e aggressivo, è lo jihadismo, che ha poi trovato la sua espressione estrema e spettacolare nel terrorismo islamico di Bin Laden. In Arabia Saudita la nuova attitudine fondamentalista si incontrò con la versione più rigida, chiusa e tradizionalista dell'Islam, quella wahhabita. E con i «petroldollari» i sauditi sostengono intensamente la comunità musulmana mondiale con la costruzione di moschee e inviano i loro imam, esportando così un'interpretazione illiberale dell'Islam. Anche se si vedono molti indizi preoccupanti e seri, l'idea che nel mondo islamico prevarrebbe l'islamismo neo-tradizionalista aggressivo, e ci si starebbe preparando a una crociata musulmana o jihad è altrettanto falsa quanto l'idea che la gran parte di queste civiltà sarebbe acriticamente disposta a vivere secondo i criteri americani o europei.

Questo piccolo excursus nella storia dell'Islam serve a mettere in rilievo che sia l'Islam liberale sia l'Islam fondamentalista e neotradizionalista sono approcci nuovi e moderni e che il punto cruciale della «sofferenza» è quello del rapporto tra politica e religione. I nostri interlocutori hanno giudizi diversi sulla questione. C'è chi, come Bencheikh e Boubakeur, ritiene necessaria l'affermazione oggi di una laicità musulmana, e c'è chi, come Ramadan, Fouad Allam e An-Na'im, sostiene che una separazione fra Stato e religione ha già un'esistenza storica alla quale collegarsi. Per Ramadan, come abbiamo visto, un'esperienza intermedia, ispirata alla storia della DC italiana e della CDU-CSU tedesca, può fare utilmente da ponte. Ma il confronto con il cristianesimo comporta per tutti una complicazione perché non esiste nella religione musulmana un'istanza centrale equivalente alla Chiesa cattolica, il che rende più difficile una separazione netta: nell'Islam ogni fedele risponde direttamente ad Allah e nessuna autorità ha il monopolio in materia di religione. An-Na'im interpreta questo come un fattore «democratico»: se la verità e la certezza sono date unicamente dal libro sacro, il Corano, allora gli sviluppi dell'Islam dipendono dalle interpretazioni e queste sono aperte a varie possibilità. Sulle potenzialità evolutive di questo punto sono tutti d'accordo.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 27

Tariq Ali
Pakistan/Gran Bretagna



CE LA FAREMO, PROPRIO COME VOI



«Cari amici europei occidentali e cristiani, volete capire come dalla cultura islamica possano venir fuori società moderne, secolarizzate, democratiche e liberali? Fate introspezione, guardate alla vostra storia. La strada faticosa da cui non siete ancora usciti del tutto, se le cose andranno bene sarà la stessa». I fondamentalismi che avversa Ali sono quello islamico della jihad ma anche quello occidentale che vuole trasformare il mondo a misura dell'Impero di McDonald's. «Se i partiti cristiano-democratici hanno potuto funzionare nell'Europa occidentale, non c'è ragione perché non dovrebbero funzionare i partiti islamico-democratici in Egitto, Turchia o Algeria. La netta separazione di Moschea e Stato è la condizione fondamentale di un'autoriforma dell'Islam. Ma attenzione: anche la politica liberale e democratica continua a usare la religione. La usa Bush, la usa Blair. E anche voi in Italia...».


Pensa che l'Islam possa avviare oggi un processo di riforma a contatto con la tradizione europea dell'Illuminismo?

Siamo realisti sull'Europa. La politicizzazione della religione in Europa è stata moderata se la si confronta con gli Stati Uniti, anche se non si può ignorare il fatto che i partiti cristiano-democratici hanno dominato l'Italia e la Germania (persino durante la recente permanenza in carica del governo di centro-sinistra, anche politici laici e atei stavano in fila per fare il baciamano in Vaticano), che il partito conservatore britannico era strettamente legato alla Chiesa anglicana e che le «tribali» rivalità all'interno del Cristianesimo hanno contribuito al prolungarsi di una violenta guerra civile in Irlanda. In Russia il crollo dell' ancien régime ha visto un drammatico risveglio della Chiesa ortodossa; in Polonia Chiesa cattolica e Solidarnosc hanno lavorato insieme per abbattere il regime; in Jugoslavia l'inutile guerra civile ha rianimato antichi odi tra le diverse fazioni del Cristianesimo e dell'Islam della Bosnia (che fino a quel momento era la versione di Islam più secolare che si fosse mai vista).


Che cosa vuoi dire? Che l'Europa non è un modello liberale proponibile per il mondo islamico?

Che i politici hanno continuato a usare come mezzo la religione. Questo strascico non può essere accettato senza critiche. Lei parla di Illuminismo ma alcuni dei maggiori pensatori illuministi, come Voltaire e Kant, furono estremamente contrari alla religione organizzata, eppure furono anche colpevoli delle più deplorevoli accuse razziste. Rousseau, che tendeva al deismo, era molto più illuminato sulle questioni sociali. Mentre l'Europa contemporanea non si è ancora liberata completamente dalla religione, una parte considerevole della sua popolazione è però ora immune alla sua attrazione, inclusa la Repubblica irlandese, dove, fino a poco tempo fa, la Chiesa cattolica dominava la società e la politica più che in ogni altro Stato d'Europa.


Perché considera l'America un Stato non laico?

Perché gli Stati Uniti sono saturi di religione: il novanta per cento della popolazione dichiara di credere in una divinità e il settanta per cento nell'esistenza degli angeli. La secolarizzazione è stata un processo lento e doloroso e la religione domina la comunità anglosassone al potere. L'America bianca è divisa in varie chiese e sette che fanno a gara a chi è più bigotto. Questa realtà si riflette nella composizione dell'attuale amministrazione Bush. Il Presidente americano stesso è un cristiano rinato e fondamentalista. La politica americana è di rado scossa da un'opposizione ideologica secolare. Ma le passioni politico-ideologiche spesso esplodono su argomenti come l'aborto, acquistando un'importanza sconosciuta persino nelle vicinanze del Vaticano. Nel mondo neoliberale del libero mercato, della deregulation e della privatizzazione, molti si sono ritirati in varie politiche identitarie. Per la seconda generazione dei musulmani europei questo ha significato un ritorno all'Islam. E poiché l'Islam è diventato una questione di identità per loro, la versione predicata e praticata tende a essere molto più dura, molto più radicale della maggior parte delle correnti che esistono nello stesso mondo islamico.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 31

Ma non mi ha ancora risposto se in concreto lei pensa che dall'Islam possa venir fuori una cultura democratica e liberale. E come?

Ho molte discussioni con gente di cultura islamica. La mia posizione è che quel mondo ha bisogno di una riforma per sviluppare idee su ogni livello - filosofico, politico, economico - che lo porti oltre il proprio passato e oltre l'ortodossia neo-liberale offerta dall'Ovest. In primo luogo è indispensabile una rigida separazione dello Stato e della Moschea; e poi ci vuole una completa democratizzazione del mondo islamico, incluse l'Arabia Saudita, il Kuwait e l'Egitto. Se i partiti cristiano-democratici possono funzionare nell'Europa occidentale, non c'è ragione per cui i partiti islamico-democratici non possano funzionare in Egitto, Turchia o Algeria. Soprattutto gli intellettuali nel mondo islamico devono rivendicare il proprio diritto a interpretare i testi che sono la proprietà collettiva della cultura islamica come un tutt'uno. La tragedia dell'Islam è l'atrofia seguita dopo i primi secoli della sua esistenza. C'era più dissenso e scetticismo nell'Islam durante i secoli XI e XII di quanto ce ne sia ora. In realtà ci sono milioni di scettici, agnostici e atei nel mondo dell'Islam oggi, ma non osano parlare in pubblico per paura della reazione, anche se presto lo faranno. Il fatto che la religione sia stata usata come un mantello per vestire i fatti dell'11 settembre non giustifica che oggi lo si usi per nascondere quello che c'è sotto.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 38

Crede veramente che l'11 settembre sarà soltanto una nota nelle pagine della storia del XXI secolo?

Sì, nel senso che l'assassinio dell'arciduca austriaco Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914 è stato una nota a piè pagina nella storia dell'ultimo secolo. Sono stati la prima guerra mondiale e gli avvenimenti successivi a dominare la storia. L'11 settembre ha accelerato il processo globale di americanizzazione, ma in se stesso è stato solo una delle tante tragedie. Se il XX secolo è stato un'epoca di guerre e rivoluzioni, il XXI è l'epoca dell'americanizzazione - un processo che è sia passivo (la quieta accettazione da parte del centro-sinistra europeo del neo-liberismo a casa propria e all'estero e l'abbandono delle tradizionali socialdemocrazie) sia violento: «guerre umanitarie», cambi di regime e la lotta per il possesso delle risorse energetiche. L'opposizione a quest'epoca si sta organizzando, ma deve ancora produrre per il futuro dal punto di vista sociale, culturale, politico ed economico un piano più avanzato di quello che sa offrire oggi. Potrebbero occorrere altri cinquant'anni, ma di una cosa sono sicuro: nessuna religione può esserne la risposta. Abbiamo bisogno di «costruttori di sogni». Un mondo che esclude l'utopia è destinato a rinsecchirsi e a morire.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 52

Soheib Bencheikh
Algeria/Francia



PRIMO, SEPARARE FEDE E POLITICA



In ogni secolo i musulmani devono interpretare il Corano secondo la loro sensibilità, anche per non trovarsi emarginati nella società in cui vivono. Soheib Bencheikh, un fedele che respinge il fondamentalismo, incoraggia i musulmani che vivono in Occidente a rileggere le scritture. Egli sostiene che il valore del laicismo in Francia è indiscutibile e che i musulmani francesi dovrebbero fare loro la secolarizzazione: solo così sarà possibile, non solo cancellare secoli di conflitti e malintesi fra le due culture, ma anche mettere fine al declino islamico, ri-valorizzando la vera fede, quella non politicizzata. Bencheikh esprime la speranza che le tendenze riformatrici e liberali in Francia possano estendersi anche al resto del modo musulmano.


Soheib Bencheikh, è d'accordo con il concetto di riforma liberale della cultura islamica? Crede, cioè, che l'Islam possa e debba fare un percorso riformista e liberale?

Sì, penso che sia l'unica possibilità che ha l'Islam di "sposare" il proprio secolo, altrimenti rimane valido solo per società d'altri tempi. O l'Islam si riforma dall'interno, riforma il proprio pensiero, la propria teologia, il proprio diritto canonico, oppure la secolarizzazione prenderà il sopravvento. L'Islam, che non ha clero, si basa unicamente su un testo che è il Corano. E chi dice testo dice necessariamente un insieme di interpretazioni. Il testo è sempre accompagnato da un'intelligenza creativa e interpretativa che lo legge e lo rilegge attraverso le preoccupazioni, le aspirazioni, i problemi, le aspettative del luogo e dell'epoca. Nessuna generazione ha il diritto di interpretare il Corano per le generazioni future. Nessun secolo deve legiferare per un secolo futuro. Il problema dell'Islam oggi è che è stata attribuita valenza sacra sia all'Islam che alle antiche interpretazioni dell'Islam fatte dai nostri antenati.


Qual è il punto più difficile da correggere, se possiamo utilizzare questa parola, nella dottrina islamica?

Vi sono due cose, o per meglio dire tre. In primo luogo bisogna liberare l'Islam dal predominio della politica da parte degli Stati, dei regimi, che cercano di legittimarsi attraverso una versione dell'Islam, spingendo così i partiti politici avversari a utilizzare lo stesso canale - vale a dire l'Islam - mentre la vera posta in gioco è il potere temporale. E il popolo credente diventa ostaggio di questo rilancio sull'Islam tra partiti politici di opposizione e regimi al potere che intendono farsi valere attraverso la religione. Questo dunque è il primo problema: liberare l'Islam dal l'utilizzo politico che ne viene fatto. Il secondo problema è costituito dall'urgente necessità che il patrimonio dei musulmani perda la sacralità che gli viene oggi attribuita. È necessario desacralizzare l'esegesi che è stata fatta tra il IX e il XIII secolo, un'esegesi realizzata per una società che non è più la nostra, fatta da un'intelligenza antica. Se riusciamo a desacralizzare il patrimonio musulmano e tenere solo il testo coranico come eterno ma letto o riletto attraverso un'intelligenza nuova, questo potrebbe essere l'inizio di una soluzione. L'altro obiettivo è quello di non andare a cercare nel Corano, nel testo coranico, delle sentenze immediatamente applicabili. Il Corano non è un corpus, una compilazione di sentenze giuridiche, bensì un orientamento che ispira il legislatore di qualsiasi secolo, il quale legifera tenendo conto dei problemi concreti della sua società. Ecco come vedo le cose, sono questi i grandi cantieri che debbono essere aperti.

| << |  <  |