Copertina
Autore Alicia Giménez-Bartlett
Titolo Un bastimento carico di riso
EdizioneSellerio, Palermo, 2004, La memoria 611 , pag. 450, cop.fle., dim. 120x168x25 mm , Isbn 88-389-1971-2
OriginaleUn barco cargado de arroz [2004]
TraduttoreMaria Nicola
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa spagnola , gialli
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Garzón non capiva perché quel cadavere mi colpisse tanto, e non riusciva nemmeno a spiegarsi la natura della mia emozione. Secondo lui ormai avevamo visto più morti di Napoleone e Nelson messi insieme, e non si poteva certo dire che quella mattina il Parque de la Ciudadela fosse il campo di Waterloo dopo la battaglia. Un barbone sdraiato su una panchina, questo era tutto. Sembrava semplicemente che fosse rimasto addormentato e che, nonostante quel che gli stava capitando intorno, non si fosse ancora svegliato. L'avevano ammazzato di botte, ma nessuno era riuscito a cancellargli dalla faccia una serena dignità. Mani lunghe, barba bianca e fluente... era come re Lear nella tempesta, abbattuto dalla folgore, solo, immobile, a ricordare con la sua magnificenza che, perfino così abbandonato, era pur sempre un re.

- Sciocchezze, ispettore... - La voce del mio sottoposto mi riportò alla realtà, - ... un re della zozzeria, vorrà dire. Provi a togliergli le scarpe e a dargli un'occhiata ai piedi. Di sicuro nessun re è mai stato profumato come lui.

Perché mai dovremmo ritenere più vero il brutto del bello, quel che si vede e si tocca di quello che sta scritto sui libri, quel che si vive nella realtà di quel che si immagina? Inutili convenzioni. Mi sforzai di spiegarlo a Garzón; lo rispettavo troppo per non fare almeno un tentativo.

- Vede, viceispettore, un barbone ha una sua grandezza: è come un santone, come qualcuno che ha raggiunto la vera saggezza, o un livello superiore di conoscenza. Un barbone può permettersi di non dare alcun peso alle miserie quotidiane che ci opprimono, vive libero come l'aria, è superiore. Non paga il mutuo, per esempio, non guarda la televisione, non compra il biglietto dell'autobus... Non bada a certe cose, non ha vincoli, mi spiego?

Garzón fissava con attenzione il volto di quell'uomo, rifletteva sulle mie parole, le analizzava. Incoraggiata da questa reazione, proseguii:

- Avere davanti un uomo simile è quasi un'esperienza mistica, capisce? Un po' come contemplare una grande cattedrale.

- Capisco, sì. Ma lo sa che mi sarebbe piaciuto vederla parlare in tribunale, Petra? Lo fa così bene!

- In un tribunale non avrei mai detto certe cose, Fermín, mi avrebbero presa per pazza.

- Meno male che il giudice se ne è già andato, allora! Perché tutta questa storia della mistica e dei biglietti dell'autobus sarà anche bella, ma non vedo a cosa ci serva. Il suo santone l'hanno riempito di botte da lasciarlo secco, i fatti sono fatti, e di cattedrali per me quella di Burgos basta e avanza, quindi...

Era proprio necessario che facesse tanto lo spiritoso? Che mi dimostrasse tutta la sua beceraggine iberica? Non gli si poteva muovere altra critica, perché aveva ragione. Una gran bella scarica di botte e la morte, erano toccate a quel poveraccio. Poi, il solito teatrino: la recinzione di nastri, agenti sguinzagliati per tutto il vicinato, il giudice, il medico legale, e noi due incaricati delle indagini. Triste corteo per un re defunto.

- Con tutte le botte che ha preso, il sangue non è molto - disse il medico legale avvicinandosi di nuovo al cadavere. Lo osservò in silenzio. Era una donna giovane ed elegante, aveva posato la borsa di capretto sul marciapiede.

- morto da parecchio? - domandai.

- Non me la sento di dire niente. piuttosto rigido, ma le ecchimosi... Il mio collega che farà l'autopsia le saprà dire qualcosa, ispettore. Preferisco non arrischiarmi.

Garzón la guardò allontanarsi, mentre i barellieri procedevano a rimuovere il cadavere.

- Ecco come sono questi giovani, ispettore. Tutto deve essere preciso, ufficiale. Noi almeno siamo un po' più elastici, no?

- quello che dicevano i dinosauri delle gazzelle, e lo sa anche lei com'è finita.

Il mio paragone non lo divertì. Per lui i giovani erano una banda di concorrenti sleali che veniva al mondo all'unico scopo di portargli via un posto onestamente guadagnato grazie a una vita di sforzi e alle inimitabili virtù della sua generazione.

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- D'accordo, proviamo all'ex caserma di San Andreu.

Devo dire che visitare una caserma abbandonata piena di poveracci non era il mio programma ideale per la serata. Per la prima volta da quando conducevo quell'inchiesta mi vennero dei dubbi sulla mia capacità di portarla a termine. Mi era del tutto sconosciuto l'ambiente in cui ci muovevamo, il tipo di soggetto di cui stavamo ripercorrendo i passi e, per di più, quel mondo mi deprimeva. La passione con cui mi ero lanciata all'attacco cominciava a venir meno. Risolvere quel caso non sarebbe stato semplice: soltanto identificare la vittima avrebbe potuto richiedere settimane, forse mesi. Quanti altri luoghi oscuri avrei dovuto esplorare?

La caserma di San Andreu era un piatto per stomaci forti. L'edificio era stato preso d'assalto da squatter d'ogni genere e risma. Non c'era acqua né luce, ma ognuno di quei diseredati si era dato da fare per trasformare l'angolo di propria competenza in una casa. Vidi stanze dove erano stati disposti perfino dei vasi di fiori. Non pareva logico né normale che gente che non possedeva il minimo necessario per la sopravvivenza desiderasse rendere accogliente perfino la propria miseria, eppure era così. Le convenzioni sociali sono molto più forti di quanto si possa immaginare.

Muniti della foto del nostro uomo, cominciammo una ricerca alla cieca. Uno per uno, tutti quegli immigrati, giovani disadattati, barboni e vecchi malati furono interrogati. Le reazioni erano sempre le stesse: paura, incomprensione, indifferenza, stupore. Nessuno si mostrò imbarazzato o indignato per la nostra intrusione nella sua precaria intimità. Ormai avevano perso ogni capacità di ribellione. I più difficili da affrontare erano senza dubbio i barboni tradizionali. Ascoltavano senza capire e parlavano senza alcun senso logico. Sembravano appartenere a una razza a parte in cui nessuno è mai stato bambino, nessuno è stato giovane, né, invecchiando, conserva dei ricordi.

Tre ore dopo uscimmo di lì a mani vuote. Nessuno aveva visto l'uomo assassinato. Mi domandavo se quei testimoni fossero affidabili. Anche se non mentivano, per loro la differenza tra averlo visto o non averlo visto doveva essere minima, non sarebbe stato che un'ombra in più nel loro deambulare senza senso.

- Ma dove li trovano i soldi per vivere? - domandai a Yolanda, una volta in macchina.

- Chiedono l'elemosina, suonano strumenti per la strada, ricevono piccoli aiuti da opere pie e servizi assistenziali. Tirano avanti con poco, soprattutto i barboni. Sono frequentatori assidui delle mense di carità, e una volta che hanno mangiato... non hanno molte esigenze. Non hanno moglie né figli... Vegetano, semplicemente.

- Di quali aiuti dispongono?

- Ci sono ricoveri notturni, pubblici e privati. Quando si ritiene che esista una possibilità di reinserimento, i barboni vengono avviati verso attività socialmente utili. Credo che non possano rimanere per più di quindici giorni in un ricovero, questo per evitare che si trasformino in «cronici».

- Fenomenale! - esclamò Garzón. - Basta buttarli fuori perché si reinseriscano nella società?

- A dire il vero non gli vengono date molte opportunità. E poi, quando se ne vanno, non sono più seguiti. Il peggio è che sono ritenuti politicamente scomodi e si cerca in ogni modo di toglierli di mezzo. Lo so per esperienza personale. Ogni volta che a noi vigili viene richiesto un servizio in merito ai barboni, è per farli sparire dalle strade: quando fa troppo freddo d'inverno, quando c'è qualche personalità in visita alla città o qualche importante evento pubblico... A volte il comune gli paga perfino il biglietto del treno perché se ne vadano.

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Era verissimo che Yolanda era una gran chiacchierona, ma a me non disturbava, anzi, devo dire che trovavo piacevole il suono della sua voce giovane e allegra. Probabilmente il disagio che provai nel visitare quei centri d'accoglienza sarebbe stato difficile da sopportare senza di lei. Lo squallore delle mense dei poveri piene di gente senza futuro, dei dormitori dove si ammassavano barboni e immigrati, assumeva per noi una dimensione tragica che alla volenterosa vigilessa era del tutto estranea. Credo che, dalla prospettiva della nostra età, vedessimo qualcosa di noi stessi in quei luoghi spaventosi. Nessuno supera indenne i quarant'anni, e chiunque, uomo o donna, si sia già lasciato metà della vita alle spalle, non può scacciare un pensiero angoscioso: «Sarebbe potuto succedere a me». C'era qualcosa di nostro nel fallimento di quegli emarginati, qualcosa che sapevamo di condividere con loro: i sogni svaniti, l'accumularsi delle frustrazioni, l'indifferenza in cui rinchiudiamo la nostra mente per riuscire a vivere senza troppo dolore.

I centri di accoglienza del comune erano gestiti da personale entusiasta e cortese che ci ricevette molto bene, ma il compito da affrontare non era facile. Mostrare la fotografia del morto agli operatori non bastava, bisognava avvicinare tutti coloro che in quel momento si trovavano all'interno della struttura, e interrogare quella gente era davvero scoraggiante. Quelli che intervistai io mi guardavano con aria assente, come se non capissero le mie domande, come se rispondere o non rispondere fosse in realtà lo stesso. Non erano abituati a sentirsi chiedere qualcosa, le loro opinioni o le loro esperienze non interessavano mai a nessuno. Vivevano su un altro pianeta, parlavano un altro linguaggio, non eravamo sullo stesso piano di realtà.

Mi vergognavo ad avvicinarmi a loro, provavo lo stesso senso di colpa che assale un turista sensibile in viaggio nel Terzo Mondo. Non c'erano lenzuola sui letti, solo coperte che sembravano dell'esercito. Accanto a ogni brandina, ciascuno teneva le sue cose. Una delle operatrici mi spiegò che nessuno voleva separarsene.

- In quei fagotti c'è tutto quel che possiedono. inutile pretendere che li mettano in un armadio o in un'altra stanza. Vogliono tenerli sotto controllo in ogni momento. E hanno ragione: vengono spesso derubati. Dai loro compagni, naturalmente, perché mi dica lei a chi possono interessare certi stracci.

Mi tornò in mente l'immagine di tutti i vagabondi e mendicanti che avevo visto nel corso della mia vita e, in effetti, accanto a loro c'erano

[...]

 


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