Copertina
Autore Carla Giovannini
CoautoreStefano Torresani
Titolo Geografie
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2004, campus , pag. 198, cop.fle., dim. 170x240x13 mm , Isbn 88-424-9782-7
LettoreFlo Bertelli, 2004
Classe geografia , scienze sociali , urbanistica
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Indice

VII     Prefazione

  1 1.  Geografia urbana

  1 1.1 Il geografo e la città
  3 1.2 La popolazione urbana
 13 1.3 L'ambiente urbano
 15 1.4 La forma della città
 18 1.5 Il rango delle città
 20 1.6 Mappe di città: la forma e l'immagine

 26 2.  Geografia culturale

 26 2.1 La fortuna della geografia culturale
 27 2.2 Nobili origini e strade pericolose
 28 2.3 «Uno sguardo innocente e una mente sapiente»
 29 2.4 Territori e cultura
 31 2.5 Geografia e religione
 35 2.6 Alimentazione e territorio
 38 2.7 Mediterraneo ed Europa:
        tratti unificanti tra cultura e civiltà
 41 2.8 Perché non si può parlare di razza
 42 2.9 L'uomo al centro
 44 2.10 Nuove ricerche in geografia:
         le donne e lo spazio

 46 3.  Geografia e cartografia

 52 3.1 Quando nascono le prime carte?
 55 3.2 Le "carte" nell'età classica
 57 3.3 Il Medioevo: "età oscura" della cartografia?
 59 3.4 Cartografia e scoperte geografiche
 61 3.5 La cartografia tra Umanesimo e
        "terre immaginarie"
 64 3.6 La cartografia tra arte e potere politico
        in età moderna
 66 3.7 La cartografia e gli stati nazionali in Europa
 68 3.8 La cartografia europea nel XX secolo

 71 4.  Geografia e paesaggio

 71 4.1 Il paesaggio
 72 4.2 Il concetto di paesaggio
 74 4.3 Il paesaggio geografico
 80 4.4 Il paesaggio agrario
 83 4.5 I paesaggi agrari in Europa
 91 4.6 Protezione e pianificazione del paesaggio

 95 5.  Geografia sociale

 95 5.1 Le abitazioni: un punto di partenza
 96 5.2 Geografia delle povertà: i poveri e i marginali
 99 5.3 Geografia delle povertà: i paesi poveri
103 5.4 Geografia e diseguaglianze
105 5.5 Geografia e determinismo: un ritorno?
106 5.6 Geografia e salute
109 5.7 Malattie, popolazione e spazio

115 6.  Geografia politica

115 6.1 La riproposizione del concetto di geopolitica
116 6.2 La geografia politica
118 6.3 La geopolitica
124 6.4 Idrogeopolitica

130 7.  Città

131 7.1 Le città: esempi

141 8.  Carte

141 8.1 Scala, proiezioni e segni
143 8.2 Fotogrammetria e telerilevamento
145 8.3 La cartografia tematica

149 9.  Comunicazione

149 9.1 La comunicazione come processo culturale
150 9.2 Nuove geografie della globalizzazione
151 9.3 Territori della postmodernità
152 9.4 Cyberspazio
153 9.5 Sistemi informativi geografici:
        strumenti dello spazio globale

156 10.  Stato, nazione, regione

157 10.1 Regione e stato

167 11.  Confini


175 12.  Spazio

177 12.1 Spazio e società
179 12.2 Spazi: esempi

187 Bibliografia

 

 

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Pagina VII

Prefazione


Le Geografie che noi qui abbiamo scelto intendono rappresentare, in una forma essenziale, il cuore del discorso geografico oggi. Un discorso articolato, come si vede, che trova la forza ed evidenza nell'approfondimento, nella specificità. Le geografie e i tagli geografici qui proposti vanno dunque letti nell'ambito della svolta che la geografia umana ha imboccato negli ultimi decenni: la ricchezza documentaria, l'impiego di relazioni disciplinari sempre più vaste, la valorizzazione delle competenze storico-territoriali, la disponibilità a percorrere strade innovative sono tra le peculiarità che abbiamo inteso mettere in risalto.

La ricerca geografica è dunque presentata in alcuni dei suoi filoni più ricchi e vitali, con l'intento di illustrare le idee più forti, le novità a chi si avvicina a queste tematiche dopo un percorso di studi nel quale spesso la geografia ha rivestito un ruolo secondario; qualche volta addirittura del tutto assente.


La struttura propone un'articolazione interna su due livelli. Il primo, costituito da ampie voci monografiche, affronta le tematiche centrali e attuali della geografia umana. Queste sono affrontate con attenzione in relazione sia alla loro presenza "di lunga durata" nella ricerca geografica sia, e soprattutto, agli approcci disciplinari più recenti e innovativi. Sono inoltre presentate le connessioni con le discipline affini così da mettere in evidenza le implicazioni interdisciplinari affrontate oggi dalla ricerca.

Il secondo livello, invece, affronta alcune "parole-chiave" e ne analizza il significato e il ruolo nell'ambito della ricerca disciplinare.

A integrazione e completamento dell'esposizione sono inseriti "box" di approfondimento.

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Pagina 1

1. Geografia urbana


                 Tutta quella città... non se ne vedeva la fine...
                La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
                         In quella sterminata città c'era tutto...
                                             ma non c'era la fine.
                                             A. Baricco, Novecento



1.1 Il geografo e la città

La città è la costruzione più artificiale dell'uomo. Un prodotto del suo ingegno, il risultato di un suo progetto, lo specchio delle sue capacità di inventare grandi cose. E di fare enormi sbagli.

La città è un libro aperto. A ben osservarla, essa ci può mostrare la sua età, la sua storia, le culture che l'hanno ispirata e che la governano. La storia di ogni città si può leggere in un seguito di stratificazioni, di sedimenti, che mentre si succedono nel tempo, diventano cumulativi nello spazio. Il punto della massima sovrapposizione, il punto focale dei risultati passati e delle attività presenti è la città d'oggi. Gli edifici, le strade, le botteghe, le piazze, le periferie, ma anche le ferrovie, le metropolitane, le industrie, presi uno ad uno, separatamente, ci parlano di poteri politici, di civiltà, di ricchezza e di povertà; esaminati nel loro complesso, gli uni in rapporto agli altri, ci mostrano le capacità di funzionamento, le dinamiche dell'organismo "città".

Ecco qui il punto: l'organismo. La città è, tra le costruzioni dell'uomo, quella che più di ogni altra si presenta come un'entità organica. Animata, cioè dotata di anima; qualificata alla pari di ogni essere umano secondo canoni estetici (bella, brutta, affascinante, vecchia); attributi morali (accogliente, aggressiva); parametri economici (industriale, arcaica, globalizzata); età (classica, postmoderna).

La città dunque è presentata come una creatura vivente, dotata di una sua fisiologica evoluzione, corpo vivo che presenta le sue leggi e le sue regole di vita. La città nasce, cresce, soffoca, agonizza, qualche volta muore; a volte per intero, a volte in parte. E, come gli uomini, presenta anche un suo carattere, compie atti volontaristici. La città respinge, attrae, richiama, illude. Assimila insomma i peccati e le virtù dei suoi abitanti. I peccati, soprattutto, quasi ne portasse le responsabilità.

E il continuo scivolamento dal piano del reale al piano della metafora, tanto frequente da apparire spesso scontato, inquina e compromette il risultato. Nel senso che il livello delle emozioni si sovrappone spesso a quello dell'osservazione e altera i risultati, rende meno leggibili i caratteri urbani e impronta di emotività i casi di studio.

Dall'apologo di Menenio Agrippa in poi, cioè dalla rappresentazione di Roma divisa nel suo corpo in classi sociali, con testa e gambe e braccia, la metafora organicista ha percorso molta strada. Oggi, per esempio, le grandi città sono qualificate come "mostri urbani", e non solo nei giornali. Persino nei manuali di Geografia. evidente che la parola "mostro" non lascia intendere niente di buono. Significa alterazione, difformità dalla norma, evento fuori di misura e di regola. un'espressione che ci mette di fronte a un risultato, a un valore di segno negativo, a un danno che è difficile aggiustare. Noi accogliamo con disinvoltura questa definizione e ne condividiamo la sostanza: come potremmo d'altronde accettare la crescita impressionante di Città del Messico, che raccoglie più gente di quanta ne contenga tutta la pianura padana? Come rimanere indifferenti di fronte agli agglomerati urbani dei paesi più poveri, alle baraccopoli, all'espansione che più si dilata, più continua ad attrarre popolazione dalle campagne e dai centri minori?

Posto in questi termini, il problema è chiaramente individuato e parzialmente risolto. Ma si tratta di un equivoco o, più correttamente, di un pregiudizio che confonde le acque e nasconde la vera sostanza del problema. Che è in definitiva uno e uno solo: la città, appunto. Liberata da ogni colpa, alleggerita di poetiche metafore, la "città in sé", il luogo nel quale la metà dell'umanità ha ormai scelto di vivere, è argomento che merita un'attenzione assoluta. Di questo si occupa la geografia urbana.

Al geografo, cosí come al demografo, allo storico, allo storico dell'arte, dell'architettura, dell'urbanistica, all'urbanista, all'economista, al sociologo, o a qualunque altro cultore di disciplina "contigua", l'oggetto "città" si offre come un'intricata matassa di questioni che si possono affrontare solo se ci si rassegna a inanellare i problemi l'uno dentro l'altro, cioè a fare graduatorie, scelte, spesso a escludere più che ad accogliere. E in più non è mai facile tenere insieme una gran mole di dati e un grado di approfondimento accettabile.

A studiare le città la difficoltà si avverte costantemente. A studiare la città - al singolare - poi, cioè a cercare astrazioni e modelli sui quali ragionare, tale difficoltà si accentua. Si rischia, inoltre, di incorrere nell'errore simmetricamente opposto, ma non perciò meno grave. Proviamo a chiarire. Esistono almeno due livelli di lettura dello spazio urbano, inteso come luogo sul quale si esercitano le attività dell'uomo: uno relativo all'identità spaziale vera e propria, un altro relativo ai modi e alla qualità dello spazio urbano.

Il primo serve principalmente a identificare gli spazi della città e si impiega quando ci si dedica a definire e descrivere:

- lo spazio amministrativo (città, paese, frazione, borgo, villaggio);

- le attività economiche (tutte le attività non prettamente agricole o legate all'agricoltura);

- la popolazione;

- le funzioni.

Il secondo, più critico e trasversale, serve a definire gli ambienti urbani e la qualità della vita; serve a qualificare:

- il modo soggettivo di vivere e di percepire la città (in relazione alla propria esperienza personale, provenienza, cultura ecc.);

- lo stile di vita;

- il contesto sociale.

Detto ciò, va precisato che gli sforzi per mantenere separati i due livelli, quello di definire e quello di qualificare, sono spesso inutili e che negli studi più recenti i due binari di lettura non corrono più paralleli, ma si intrecciano fino a confondersi. Una città ha sempre sia un'oggettiva dimensione fisica sia una dimensione soggettiva e cognitiva e gli studi migliori, quelli più approfonditi, non prescindono dall'una o dall'altra.

Più che verso i modelli, dunque, tanto frequentati dagli studi geografici del passato, oggi ci si orienta verso l'identificazione delle manifestazioni comuni, dei tratti che parlano uno stesso linguaggio architettonico urbanistico, che obbediscono alla moda e alla cultura, al gusto del tempo. Tratti unificanti, non omologanti. Il serbatoio delle classificazioni e dei modelli è molto ricco: dalla morfologia (forme disegnate, reti, servizi); al funzionalismo (mercato, commercio, mura, business center); all'antropologia (l'uomo di città); alla sociologia (quartieri, immigrazione, ghetti). Queste formule sono spesso il prodotto di studi, di casi particolari, proposti l'uno accanto all'altro, indulgendo in quello che è stato un vecchio vezzo geografico: la sospensione di qualsivoglia giudizio critico o storiografico (Gambi, 1973).

Occorre dunque procedere per casi e con cautela, ben consapevoli che la conoscenza dell'evoluzione storica della città aiuta certo a leggere meglio la città attuale e in qualche caso può anche suggerire soluzioni. In generale, serve comunque a relativizzare, cioè a distinguere i casi di studio gli uni dagli altri, poiché, sia ben chiaro, non esiste una città medievale, una città moderna, una città industriale. Esistono caratteri di omogeneità, comportamenti comuni.

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2.8 Perché non si può parlare di razza

L'espressione razza è da qualche tempo accompagnata da accorgimenti formali. L'uso di virgolette, del corsivo, serve ad attenuare un'espressione ormai da tutti ritenuta quanto meno imprecisa. Ancora fino a metà del XX secolo si sono distinti gli uomini in base al colore della pelle, alla forma del corpo e all'angolo facciale, cioè misure e proporzioni del volto. E molti manuali di geografia e atlanti geografici mostravano (senza commenti) l'articolata distribuzione delle razze umane sul planisfero, con varie coloriture culturali. Di solito vestiti e abitazioni ne corredavano la collocazione spaziale.

La medicina ha contribuito a smantellare questa consolidata abitudine: si tratta di una revisione concettuale importante, anche se non ancora da tutti condivisa. Tuttavia documentazioni scientifiche inoppugnabili hanno dimostrato che il concetto di razza non ha fondamento scientifico. La genetica accomuna gli uomini tra di loro. Il genere umano è uno e uno solo e le diverse tipologie morfologiche rispecchiano la distribuzione continentale.

Il razzismo prolifera perché il pregiudizio da cui nasce - che esistano delle razze umane, naturali perché connesse alle identità storico-biologiche dei differenti ritagli territoriali definitisi nel corso dei secoli - è straordinariamente diffuso. Il concetto di razza, però, trae origine da una basilare esigenza di classificazione. Cosa diversa, invece, l'assunto secondo il quale all'origine del razzismo starebbero le differenze rilevabili fra le razze. Come ha osservato A. Burgio, occorre infatti saper distinguere fra ovvio riconoscimento dell'esistenza di razze e rifiuto dei presupposti logici del discorso di tipo razzista. Quest'ultimo, cioè, sfrutta l'esistenza di differenze fisiche visibili per costruire stereotipi caratterizzati da qualità psicologiche, culturali, morali ecc. Gli elementi fisici, dunque, non costituiscono elementi naturali di differenziazione che inducono naturalmente lo svilupparsi di un discorso razzistico. Al contrario, il discorso razzistico si serve di quegli elementi per produrre effetti materiali di segregazione, discriminazione e violenza. Il fine ultimo del discorso razzistico è, quindi, quello della naturalizzazione delle identità (vere o presunte), cioè il fatto che talune caratteristiche (reali o immaginarie) assumono dentro il discorso razzista la qualità di entità naturali. Divengono caratteri intimamente connessi al soggetto nella sua ontologia, radicati, trasmissibili: per cui tutti coloro i quali sono portatori di quel carattere, sono irrimediabilmente vincolati a quella funzione, a quella azione e a quella discriminazione. In questo modo zingari, devianti, poveri, sovversivi per un verso; donne, servi o schiavi per un altro; nazionalisti irlandesi o baschi, palestinesi o kurdi per un altro ancora; e infine gli ebrei: tutti questi soggetti sono trasformati in razze per ragioni che attengono al conflitto sociale-politico. I primi in quanto pericolosi; i secondi perché subordinati; i terzi perché nemici; e gli ebrei per tutte queste ragioni insieme e per altre ancora.

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Pagina 118

6.3 La geopolitica


[...]

La geopolitica ha dunque riproposto la necessità di indagare le condizioni geografiche, storiche e attuali, che possono esercitare una influenza sul dinamismo, spesso conflittuale, che investe le attuali entità statali, sia al proprio interno sia nelle relazioni esterne, interstatali. Non si tratta della semplice riproposizione del ruolo dello spazio geografico nelle indagini di geografia politica, ma del tentativo di costituire un nuovo statuto epistemologico di una disciplina che si propone di studiare il complesso delle componenti, dei fattori, delle motivazioni che sono alla base di situazioni di contrasto teorico o di concreto conflitto tra stati o tra strutture socio-politiche (partiti, movimenti di ispirazione religiosa) organizzate all'interno di uno stato. La progressiva frantumazione della Jugoslavia e i conflitti che l'hanno accompagnata, o le rivendicazioni dell'Iraq nei confronti del Kuwait, che hanno innescato la guerra del Golfo (1991), si presentano come "casi di studio" per i quali applicare un articolato approccio di ricerca geopolitica. L'obbiettivo generale è quello di indagare, valutare e rappresentare non solo l'influenza delle condizioni geografiche che caratterizzano l'area oggetto d'analisi ma anche la dimensione "storica" dei processi e il ruolo di altre componenti, meno "materiali" ma ugualmente importanti, come il recupero di ragioni e moventi storici o religiosi. Ne sono esempio l'enfasi posta su valori identitari "nazionali" (per esempio, la "nazione" curda o basca) o macroregionali (la "Padania", la Corsica, la Scozia), la cui valenza territoriale ha forti radici; la costruzione di aspettative nell'opinione pubblica; l'intervento di attori esterni, ma influenti, come gli stati interessati a mantenere o conquistare aree geografiche di influenza. Tra gli obbiettivi del nuovo indirizzo di ricerca vi è inoltre quello di mettere in discussione e ridefinire concetti centrali della geografia politica, come stato nazionale, nazione, regione, confine, identità etnica, religiosa e culturale. La geopolitica va così alla ricerca della identificazione, messa in luce e spiegazione di quel complesso di componenti materiali e non, di aspettative, di ideologie e credo religioso che, nello sviluppo di un conflitto di natura territoriale, finisce per dar forma a una composita e articolata "rappresentazione" dello "stato delle cose". Rappresentazione, ovvero il sommarsi di una specifica ricostruzione storica, della creazione di una "mitologia" di luoghi e di personaggi e di un ben definito progetto geopolitico per il futuro. Tale insieme acquista la consistenza di un patrimonio condiviso da una intera comunità e di movente delle decisioni e delle azioni del suo gruppo dirigente in un processo di relazioni, di contrapposizione e di potenziale scontro con un'altra comunità, anch'essa portatrice di una propria "rappresentazione" radicata nel territorio. Nel corso dell'indagine deve inoltre esser preso in esame il contesto sovralocale entro cui si collocano sia il contrasto tra "rappresentazioni" sia il potenziale conflitto territoriale tra nazionalità e cioè le dinamiche che possono influire o essere innescate in un ambito macroregionale, se non a livello ancora superiore.

Un esempio di questo processo di "costruzione di una rappresentazione" è costituito dalle vicende della ex Jugoslavia. Nel 1980, alla morte di Tito, lo stato federale era articolato in sei repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro) e due province autonome (Voivodina e Kosovo). A una grave crisi economica si aggiunsero le spinte centrifughe delle nazionalità interne, che trovarono differenti e talvolta contrastanti risposte da parte della comunità internazionale e, soprattutto, di alcuni paesi europei interessati a mantenere o ad allargare la propria influenza sull'area balcanica. La richiesta della componente albanese residente nel Kosovo, pari a circa l'80% della popolazione totale, di ottenere lo status di repubblica trovò l'opposizione dei serbi, per i quali l'origine della propria nazione coincide con un evento militare che ha avuto come teatro il Kosovo. Nel 1389, un esercito serbo tenta di opporsi all'avanzata turca. Per quanto la battaglia si sia conclusa con una sconfitta, la vicenda diede origine a un'"epica" che contrapponeva i serbi, paladini della cristianità, ai turchi "infedeli", e attribuiva al sacrificio dell'esercito serbo il carattere di "martirio" religioso di un popolo. Il rifiuto della concessione dell'indipendenza del Kosovo, percepita come una iniziativa che avrebbe potuto innescare un processo di disgregazione della federazione, venne rivestito da una patina di tradizioni, di identità nazionali che non potevano essere messe in discussione. Ad atti di repressione nei confronti della popolazione albanese si accompagnarono azioni che miravano a rinnovare la tradizione storica e le "radici" nazionali serbe nel Kosovo. Dopo le dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia (1991) e gli accordi di Dayton (1995), che concludono il conflitto in Bosnia, il Kosovo rimane all'interno della nuova entità statale jugoslava, dominata dai serbi. Le rivendicazioni degli albanesi del Kosovo e le azioni dell'Uck (Esercito di liberazione del Kosovo) trovano una risposta militare a opera dell'esercito con un'azione di "pulizia etnica" che mira a espellere la popolazione albanese dal Kosovo, cui fa seguito l'intervento militare della Nato (marzo-giugno 1999). L'esito finale è costituito dalla sospensione delle azioni militari serbe, dalla caduta del regime politico guidato da Slobodan Milosevic e dalla trasformazione del Kosovo in una sorta di protettorato Onu, seppure formalmente ancora parte della Serbia Montenegro.


Accanto a questo indirizzo di ricerca si pone la geopolitica "critica", che si propone l'obbiettivo di disarticolare, "decostruire" le teorie e le pratiche geopolitiche correnti, alla base degli attuali avvenimenti nel campo delle relazioni internazionali e interne di singoli stati. L'assunto di partenza vede in ogni compiuta elaborazione geopolitica l'espressione di un preciso "punto di vista", di uno specifico progetto di spiegazione di una determinata situazione geopolitica, così da poter precostituire una motivata e attendibile giustificazione a eventuali azioni che possano far seguito alla costruzione teorica. Queste condizioni di soggettività e strumentalità delle analisi e dei progetti geopolitici non sono però espresse in modo evidente dal soggetto politico che ne è l'autore, ma mascherate come analisi oggettive e inconfutabili, così come l'eventuale azione che segue risulta apparentemente ineluttabile e giustificata dalle condizioni reali. La geopolitica critica mira all'analisi e "svelamento" del processo di costruzione delle teorie geopolitiche e delle modalità argomentative e comunicative adottate, così da metterne in evidenza le caratteristiche di soggettività e contestualità nei confronti di uno specifico ambito spaziale e temporale.

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7. Città


            La città è un'anomalia del popolamento e si distingue
            dalle altre forme di insediamento prima di tutto per
            l'insolito concentramento di uomini.



Con queste parole Fernand Braudel ha risolto brillantemente la questione, angosciante per ogni studioso, della definizione di città, inventando una formula valida per ogni luogo della terra e per ogni tempo dell'uomo.

Braudel sollecita indirettamente a riflettere sulla normalità del popolamento, cioè sui tassi tollerabili e proporzionati alle esigenze biologiche dell'uomo (sostenibile, si direbbe oggi). La concentrazione "insolita" e dunque "anomala" determina, tuttavia, la specificità, la peculiarità. Il numero degli uomini è vincolante, anche se, come si è visto nel capitolo "Geografia urbana", non è l'unico requisito; l'alto numero garantisce il mantenimento dell'essenza stessa di città:

            Le città sono come dei trasformatori elettrici:
            esse aumentano le tensioni, precipitano gli scambi,
            rimescolano all'infinito la vita degli uomini.
            (Braudel, 1977)

Le opportunità di mettere in moto queste forze sono evidentemente legate al numero degli uomini e alle loro qualità. In città dunque si vive a ritmi accelerati, si contraggono rapporti, si istituiscono nuove relazioni, si imposta un'esistenza dinamica, diversificata. Per molta parte della storia dell'uomo la vita in città è stata contrapposta alla vita in campagna: diversi i modi, le opportunità, le relazioni, la sociabilità, i ritmi; diversa anche la vita materiale, l'alimentazione, gli orari, l'accesso ai beni di consumo.

Cento anni fa era relativamente facile stabilire la differenza tra città e campagna, tra paese e città, tra villaggio e città: il villaggio rappresenta la natura insediativa e stanziale dell'uomo, ma fa risaltare soprattutto le capacità di colonizzare il suolo, di sfruttarne le possibilità; mentre la città con la sua forza attrattiva e coagulatrice mette in risalto i valori della socialità, dello scambio, fisico e intellettuale, dell'impegno e del progresso. Oggi le distinzioni sono più sfumate. L'accessibilità ai servizi è garantita anche a chi vive in piccoli centri, e, grazie alle efficienti vie di comunicazione, i modi di vita e le opportunità non sono molto diversi. Gli stili di vita si sono avvicinati, fino quasi a confondersi. Gli uomini europei, soprattutto quelli delle giovani generazioni, si assomigliano, hanno gusti molto simili sia in termini alimentari, sia nei consumi e nel comportamento.

Ma paradossalmente proprio questo è il momento storico nel quale le città si assomigliano sempre di meno tra di loro. L'Europa, che sulle città ha costruito la gran parte della sua identità, e che nella civiltà urbana ha individuato uno dei tratti unificanti più significativi (Lévy, 1999), ha prodotto un modello di città che ha trovato, fino a tutto l'Ottocento, molte imitazioni. Nel corso del Novecento anche le forme urbane sono molto mutate, fino a non essere più riconoscibili all'interno di una stessa denominazione.

Nel secolo scorso, ricordiamolo, il fenomeno della urbanizzazione ha assunto proporzioni imponenti: la popolazione urbana è più che triplicata; intorno al 1950 la popolazione europea dell'Occidente risiedeva nei centri urbani in percentuali che si collocano intorno al 50%, già superate in Germania e in Gran Bretagna. In Asia e in Africa la popolazione urbana non superava il 15%, in America Latina si collocava al 40%. L'America del Nord, area di precoce e intensa urbanizzazione, si segnala già in quegli anni per la presenza di un alto numero di grandi città, almeno 130. Anche in America Latina il Messico, il Brasile e l'Argentina vantano ciascuno una decina di grandi città "milionarie".

Quando si parla di "popolazione urbana" occorre fare molta attenzione perché sono spesso i grandi agglomerati a influenzare i dati statistici: si pensi che la Cina, paese in gran parte rurale, ospitava, già a metà del Novecento, la metà delle città che superavano il milione di abitanti. Il Cairo, unica città africana, aveva più di un milione di abitanti; Mosca e San Pietroburgo erano le uniche due grandi città dell'Europa orientale. La disomogeneità, la difformità nella distribuzione geografica si accentuano nella seconda metà del Novecento.

Dire "vivo in città" oggi significa poco. Occorrono aggettivi qualificativi, coordinate geografiche, dettagli, per spiegare in quale contesto urbano si svolge la propria attività e si trascorre il proprio tempo libero. La parola città è forse sempre stata una gabbia troppo stretta nella quale si inseriscono a fatica modelli assai lontani nella forma e nello spazio.

Le denominazioni, che vedremo qui di seguito, sono state coniate per meglio descrivere l'evoluzione del fenomeno urbano e danno l'idea del progressivo adeguamento del linguaggio ai mutamenti, della varietà di forme, di tipologie. Esempi di città, dunque, alle quali si sono associati nomi e classificazioni diverse.

Considerando le sole differenze di popolamento ricordiamo che oggi le città nelle quali vivono più di 100000 persone sono circa 3300; 340 sono le metropoli, cioè le città con popolazione superiore al milione di abitanti, e 13 le megalopoli, con popolazione superiore ai dieci milioni di abitanti. Tra queste ultime, nessuna è in Europa, la maggior parte (otto) si situa in Asia.

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8. Carte


8.1 Scala, proiezioni e segni

La costruzione di una carta geometrica si fonda su tre elementi essenziali: l'adozione di un reticolato geografico, la riduzione delle distanze reali secondo un principio di scala, l'impiego di segni geometrici convenzionali.

Il reticolato geografico è costituito dalla rete di circonferenze teoriche (meridiani e paralleli) che consente di attribuire coordinate geografiche univoche (longitudine e latitudine) a un punto sulla superficie della terra. La trasposizione della posizione dei punti sulla superficie di una carta si avvale sia di operazioni geometriche e matematiche per la proiezione del reticolo geografico sul piano, sia della proporzionata riduzione delle distanze reali sulla superficie della carta. Nessun sistema proiettivo consente una perfetta trasposizione sulla carta dell'insieme delle posizioni rilevate sulla superficie curva della terra. La scelta della tipologia della proiezione è fatta in relazione alle caratteristiche tecniche e contenutistiche previste per la carta da realizzare. La conoscenza delle qualità di ogni proiezione consente di valutare in modo adeguato il contenuto informativo della singola carta: se per le carte topografiche gli "errori" sono assai limitati, questi tendono ad aumentare con il diminuire della scala adottata. Quest'ultima può essere definita come il rapporto tra una distanza lineare misurata sul piano della carta e la corrispondente distanza reale misurata sulla superficie curva della terra. Una tipologia delle carte può essere individuata in base alla scala adottata. Le carte a grande e grandissima scala (carte topografiche) adottano rapporti di riduzione fino a 1:150000 (1 cm sulla carta equivale a 150000 cm, ovvero 1500 m nella realtà). Rapporti di riduzione superiori sono utilizzati per le carte a media scala, corografiche o regionali (fino a 1:1000000), e per quelle a piccola scala: carte geografiche e planisferi (scale inferiori a 1:1000000). L'adozione sistematica della scala nella cartografia si diffonde in Europa a partire dal XVI secolo con l'impiego dei sistemi di misura locali e, solo tra XVIII e XIX secolo, inizia ad affiancarsi l'adozione del sistema metrico decimale come riferimento.

Una carta può essere valutata come un "segno complesso", che da un lato istituisce una relazione con una "realtà altra", concreta o immaginaria che sia, e dall'altro si propone come oggetto dotato di proprie caratteristiche materiali e di contenuto. Questa duplice operazione è condotta mediante uno specifico linguaggio, quello grafico, cui si aggiungono la scrittura alfanumerica e le variazioni cromatiche. Nelle rappresentazioni cartografiche possiamo individuare una duplicità di espressioni grafiche: i simboli e i segni convenzionali. I primi incorporano nella propria forma elementi che rimandano in modo diretto a componenti del reale (montagne, fiumi, città, vegetazione, edifici ecc.). Nel contesto di una cultura che condivide in modo diffuso una serie di conoscenze e di modalità espressive, i simboli non richiedono una esplicita mediazione interpretativa e denotano soprattutto la qualità distintiva e specifica di ciò che rappresentano. I segni convenzionali sono invece espressioni grafiche, per lo più geometriche, che non manifestano nelle proprie forme una evidente familiarità con ciò che rappresentano. Il significato del segno è attribuito per convenzione e quindi deve essere reso esplicito: in cartografia questa funzione è assolta dalla legenda che spiega come devono essere "letti" i segni impiegati nella carta. Simboli e segni sono a lungo compresenti nelle carte, anche se la storia della cartografia può essere letta come una progressiva, lenta affermazione dei segni sui simboli. Il mutamento dei caratteri, delle finalità, della capacità e qualità informativa delle carte lungo tutta la storia della rappresentazione si intreccia anche con il passaggio indicato, anche se quest'ultimo non può essere considerato come un processo continuo e costante, bensì come una tendenza che vede significative oscillazioni nel tempo. La legenda compare nella cartografia europea a metà del XVI secolo, quando individua su alcune carte una classificazione relativa a una tipologia di oggetti rappresentati mediante l'introduzione di varianti nella forma grafica adottata. Per esempio, la diversificazione delle tipologie insediative - come castello, villaggio, monastero, centro di mercato, città - è espressa attraverso l'elaborazione di cinque varianti grafiche di un simbolo di base comune. Per un periodo piuttosto lungo, simboli e segni sono compresenti sulle carte e la legenda si limita a esporre il significato dei secondi, soprattutto di tipo "antropico" (insediamenti, risorse e attività economiche, confini), mentre un consistente numero di simboli segnala la presenza del rilievo, di boschi, dell'idrografia e delle zone d'acqua interne, di taluni insediamenti. Questi simboli non richiedono particolari mediazioni per essere "letti" in quanto adottano una modalità espressiva che privilegia ancora una rappresentazione pittorico-paesaggistica e un punto di vista frontale o "a volo d'uccello". I segni sono invece introdotti per le articolazioni in classi o categorie degli elementi che la topografia e la misura - l'introduzione della geometria e della statistica individuano come rilevanti per la conoscenza.

Il 1802 può essere scelto come data emblematica per indicare il completamento della trasformazione del segno cartografico. In quell'anno una Commissione nazionale francese fissa una serie di norme comuni per la realizzazione di documenti topografici. Viene così stabilito che tutti gli "oggetti della planimetria" siano disegnati mediante una proiezione orizzontale, imponendo così il definitivo passaggio da una simbologia "mista", dove convivevano vista prospettica e zenitale, simboli e segni, a una simbologia governata dalla resa in pianta e dalla mediazione totale della legenda. Il segno era selezionato soprattutto in base alle sue qualità grafiche e rimandava a una serie di aspetti della realtà - scelti e modellati sulla base delle esigenze dei destinatari della carta - solo in ragione di una convenzione predefinita e resa esplicita dalla legenda. Trovava così compimento e ratifica la tendenza alla sostituzione di una rappresentazione di tipo figurativo, dove il segno conserva un legame con la realtà, con una forma grafica in cui si impone il segno geometrico, privo di nesso visivo con il reale. Questa codificazione delle caratteristiche della cartografia topografica, influenzata dallo sviluppo delle operazioni topografiche condotte dagli ingegneri militari francesi sulla base dei nuovi metodi matematico-geometrici di rilevamento, trovò concreta applicazione nei lavori condotti dal Dépot Général de la Guerre in Francia e al seguito delle campagne napoleoniche, ma esercitò anche una profonda influenza su buona parte della cartografia a grande scala europea.

Il variare della scala e del tipo di rappresentazione incide notevolmente sulla qualità e quantità delle informazioni presenti in una carta e quindi anche sul simbolismo. Nel primo caso la costruzione di una cartografia "derivata", mediante la rielaborazione di fonti a grande scala a una scala inferiore, comporta una serie di processi (semplificazione, generalizzazione e sfollamento o spoglio) che fanno modificare i segni utilizzati, oltre a eliminarne taluni. Nelle carte a piccola scala, essendo impossibile rappresentare i particolari più minuti, è privilegiato lo sguardo d'insieme. Sono così largamente utilizzate le tinte ipsometriche e lo sfumo, mentre i segni servono a individuare gli aspetti naturali più importanti (catene montuose, fiumi, deserti ecc.) e le principali opere umane (città, strade, ferrovie ecc.).

Nelle carte di base (o generali) compaiono i segni convenzionali adeguati a rappresentare soprattutto gli elementi topografici di ordine fisico e umano. Qualora si tratti invece di una carta tematica, anche alla medesima scala, la simbologia di base è presente in forma molto semplificata, così da costituire un "fondo" sul quale sono poi imposti i segni convenzionali specifici che descrivono in modo approfondito il tema cui è dedicata la carta. Nel caso dei cartogrammi gli elementi della topografia sono addirittura assenti, in quanto permangono unicamente i limiti delle aree statistiche che articolano la rappresentazione.

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12. Spazio


Secondo una bella definizione di Georges Perec (Espèce d'espace, 1974), «lo spazio comincia soltanto con le parole, con i segni tracciati sulla pagina bianca. Descrivere lo spazio significa nominarlo, tracciarlo, come quei costruttori di portolani che segnavano le coste delle carte di nomi di porti, di nomi di capi, di nomi di golfi, fino a che la terra finiva per non essere più separata dal mare che da un nastro continuo di nomi» (Quaini, 1999).

La geografia studia lo spazio prodotto, organizzato e rappresentato dalle società umane. Esiste infatti una relazione biunivoca fra lo spazio, inteso come ambiente in cui l'uomo vive, e la società. Non ci sono processi puramente spaziali e neppure processi sociali non spaziali. La cultura e le pratiche di una società, cioè i modi, le ideologie e le tecniche, con cui questa si rapporta al luogo in cui vive, modificano il territorio e gli conferiscono un'identità (Quaini, 1999).

Parleremo qui di spazio geografico: lo spazio è - come si sa - tema di numerose discipline, dalla filosofia alla matematica, dalla fisica alla psicologia; pertanto non si può parlare dello spazio in quanto tale, ma di tanti spazi quante sono le definizioni e i punti di vista: spazio economico, spazio sociale, spazio della percezione, spazio vissuto, spazio letterario, cyberspazio ecc.

Lo spazio geografico nasce quando un gruppo, una comunità, una società, una nazione, delimita, organizza e si identifica in un territorio. Il concetto di identità è in questo senso fondamentale: da una parte infatti stabilisce la necessità di una delimitazione geografica dello spazio (l'identità di un soggetto è sempre sentita come valore in opposizione all'identità di un altro) e dall'altra stabilisce che lo spazio preso in considerazione non è mai solamente qualcosa di fisico, ma anche l'insieme delle rappresentazioni e delle percezioni che i suoi abitanti ne hanno. Mentre la prima questione pone l'accento sul fatto che ogni spazio geografico comporta una dialettica di apertura e di chiusura con l'alterità, in termini culturali e di trasmissione delle informazioni, la seconda pone il problema della sua oggettività. Come sostiene Raffestin, infatti, l'oggetto della geografia non può essere la terra in quanto luogo meramente fisico, bensì l'insieme delle pratiche e delle rappresentazioni con cui la comunità umana si rapporta al territorio.

Osservazioni come queste, che sono alla base della geografia umana, chiariscono il motivo per cui l'oggetto dell'analisi del geografo non è, e non può essere, solo l'ambiente che ci circonda, quello in cui gli esseri e le cose sono posti, ma anche l'insieme dei rapporti che gli uomini intrattengono tra loro, l'universo tecnologico nel quale si trovano a vivere, e tutti questi aspetti nelle loro interrelazioni reciproche e con l'altro, con ciò che è sentito come diverso e distante dall'identità spaziale presa in esame. In sostanza si tratta dell'insieme delle reti economiche, sociali e culturali che organizzano e modificano il territorio in un sovrapporsi continuo (spazi della comunicazione, spazi della legalità/illegalità ecc.).

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