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| << | < | > | >> |IndiceGrazie a dio c'è chi muove le acque p. 5 Aria sporca » 35 Tantobuono va a fuoco » 75 Né in cielo né in terra » 123 | << | < | > | >> |Pagina 5«Lo Zodiac ruggiva davanti alla prua del cargo, sbatteva sulla schiuma come una libellula inseguita da un luccio. Fece su e giù due volte sotto l'immensa chiglia nera, mentre dal ponte si sbracciavano decine di marinai. "Salopard!" gridavano. "È il tuo funerale". Patrick, ingessato in un giubbotto-salvagente arancione, faceva sforzi terribili per rimanere aggrappato alla barra». Athena avvolse con cura un ricciolo biondo fra le dita e continuò. «Quando la nave gettò l'ancora, Pat andò sotto la gru e spense il motore. Con lo spray scrisse sulla chiglia: "Il mare non è una pattumiera". Poi guardò in alto e vide il grosso barile arrugginito che gli oscillava sulla testa». «Patrick aveva questa teoria, forse l'aveva letta sul Readers' Digest: "Devi stare sotto il parapetto" diceva "e fissare quello che sta scaricando. Basta guardarlo in faccia e tenere il contatto, così lui non lascia andare"». «Il gruista tenne il contatto senza fare una piega. Allungò il collo, prese la mira e sganciò il bidone, seguendolo amorevolmente con lo sguardo. Lo Zodiac si piegò su se stesso come uno straccio e scomparve sott'acqua. Un istante dopo schizzò fuori insieme a Pat, che galleggiava pancia all'aria». La voce di Athena prese un tono più basso, come si conviene al momento cruciale di un racconto. «Sul ponte del cargo erano arrivati anche gli ufficiali, per vedere "se quel tizio era ancora vivo". Pat si era ripreso quasi subito, così, mentre lo ripescavano, ne abbiamo approfittato per abbordarli dall'altra fiancata, con il secondo gommone. Abbiamo lanciato una scala a pioli, avresti dovuto vedere le facce quando ci hanno scoperti incatenati alla gru. Siamo rimasti lì tutto il giorno. INvece di scaricare porcherie in mare hanno giocato per sei ore con fiamma ossidrica e tronchesine». | << | < | > | >> |Pagina 85A quest'idea il mio ego si espandeva come le galassie. Quegli animaletti neri incisi sulla carta sancivano la mia infinita superiorità sul miserabile mondo che mi circondava. Scrivere! Scrivere per riflettere la vita, per crearne una nuova. Avrei dato qualsiasi cosa pur di vedere il mio nome riprodotto. Cristo. E non mi veniva in mente che l'uomo più ascoltato della terra aveva scritto una sola volta, poche parole sulla sabbia, e nessuno le aveva lette.Per chiamare il giornale dovevo anticipare Annovazzio, che di solito passava l'intervallo sul pianerottolo davanti alla segreteria, inchiodato al telefono a gettoni. Seminascosto dal casco della moto, spiegava qualcosa al vicino, chinato sotto il banco. Picchiettava il petto con le dita a grappolo, scandiva le parole muovendo la testa avanti e indietro. «Io, io, io!» Quanta boria, che fronte inutilmente ampia. Fra qualche anno quei grandi incisivi quadrati, bianchi, sarebbero finiti dietro a uno sportello, o a un banco del mercato, o ad asciugare sopra una scrivania. Come quelli di Macchi, ex quinta C, che mi aveva chiamato mentre camminavo su un marciapiede di Porta Palazzo. Nel bar del padre mi aveva offerto cappuccino e brioche, tutto fiero nella sua giacchetta bianca. Amavo e compativo quei poveracci: giorno dopo giorno, non-scelta dopo non-scelta, finivano insaccati in qualche ruolo, per tutta la vita. Figli del popolo, strame per terreni altolocati. Perché Mollo, figlio di operai che amava tanto l'italiano, non avrebbe mai avuto un lavoro intellettualmente decente? Perché io avevo una probabilità su un milione di diventare giornalista? Perché la vita, come la natura, è quasi sempre un organismo unico, consequenziale: i genitori, i parenti, l'infanzia, l'adolescenza, il lavoro, la carriera... Tutte le parti devono essere collegate senza soluzione di continuità. In natura non ci sono animali con le ruote. Per spostarsi si cammina, si striscia, si vola, si galleggia. La ruota è uno sbaglio violento: presuppone le strade asfaltate. E la natura, come la vita, non può essere violentata. La mia vita senza ruote, che grande fregatura. Preparai la cartella e il gettone. Anche Annovazzio aveva alzato la testa e mi guardava di sguincio. Mise gli occhiali a specchio e chinò la testa su una patacca al quarzo, con quattro pulsanti gialli. Si alzò e venne verso di me. «Mi spieghi una cosa, professore... Cos'è 'sto benedetto neoclassicismo?» «E leggere il libro?» «Ma non riesco a capire». «Non hai nemmeno ascoltato un minuto di lezione». Sembrava contrito. Riprovai: «Il Foscolo, dopo aver lasciato all'alba una festa in città (donne e whisky, passioni romantiche, no?) siede ai tavolini di un bar, nel suo paese. La piazza è deserta, silenziosa. Ordina un cappuccino e si legge il giornale. Un classico, no?» Annovazzío non sapeva cosa dire. «Professore, dove porto la ragazza al cinema, domenica? Mi dica lei, voglio fare bella figura». Ero imbarazzato. Ogni tanto incrociavo lo sguardo di qualcuno, fisso nel vuoto. Un'invisibile orchestrina elettronica intonò La marsigliese e tutti alzarono la testa. Avrei voluto restar serio, ma una voce mi sussurrava: «Sii buono, guarda come sono tranquilli!» Così sorrisi. E fu un errore. | << | < | > | >> |Pagina 88Avevo solo tre ore di tempo, in classe cominciai a mettere giù gli appunti. Ma l'incipit, la cosa più importante, non voleva saperne di saltar fuori. Ero indeciso tra: «Festa su quattro ruote», «Quattro ruote in festa», e «Motori sulle colline», che scartai subito: troppo letterario. Niente, l'attacco non usciva.Per strada, tornando a casa, continuavo a macinare slogan dementi: «Quattro passi e quattro ruote in collina», «Tutti a tavola, fra il rombo dei motori». E rombo dei motori c'era davvero, nel medesimo ingorgo dell'andata: dozzine di vetture ferme al semaforo, in attesa di incolonnarsi nella strettoia. Classica coda all'italiana, a piramide rovesciata. E i conducenti seminebetiti dal caldo, barricati negli abitacoli. Gettai uno sguardo panoramico fino alla sesta fila. A destra mi affiancava un trentenne semicalvo su Fiat Dribbling rossa, con il mento sfuggente e le fedine appuntite. Il basettone «chiamava» l'auto con nevrotici colpetti di acceleratore, facendo oscillare il cane di pezza accucciato sul lunotto. I cuscini, foderati all'uncinetto, riprendevano i motivi dei sedili. Basettone guardava di sguincio, sulla destra, la Honda Polis turbodiesel metallizzata di un cinquantenne in maniche di camicia, intento ai lavori d'ufficio: dal volante, multifunzionale e collassabile come il conducente, azionava il radiotelefono, l'autoradio, il regolatore di velocità e il ricircolo d'aria del climatizzatore. Era protetto da barre antintrusione, air bag laterali e chiusura centralizzata. Pronto, come negli spot, a sfrecciare libero nel vento, verso l'immortalità. Nel frattempo stava fermo, nutrendo larghe chiazze di sudore sotto le ascelle. «Non c'è sfida» pensai. «L'Uomo Libero non è pronto. Basettone partirà a tavoletta verso la pastasciutta. Ma certo! Deve andare a tavola e va a tavoletta! Ecco l'attacco: «Pogliola: prima a tavola poi a tavoletta». Mi voltaí a sinistra e sorrisi per sbaglio a un ragazzo su una Renault Tackle nera, che ingannava l'attesa con il rasoio elettrico. Prese un flacone di dopobarba dal cruscotto e si cosparse abbondantemente. Il sedile di fianco era completamente ribaltato. Soddisfatto, attaccò il mangianastri a tutto volume, ingranò la prima e portò una spanna più avanti il mezzo, facendo ronzare beatamente gli apparati intercooler, abs e viscodrive. Il suo piacere di guidare era minacciato da un furgone beige colato di ruggine, una grotta tappezzata di corni, talismani e pupazzetti che avanzava impercettibilmente a sinistra. Senza fretta, ma senza tregua. Ai finestrini e sul cruscotto, come graffiti rupestri di un arcaico santuario, c'erano santiní e portaritratti con la calamita. Uno intimava: «Dio c'è». Un altro: «La tua vita vale la mia». Un terzo: «Vai piano, pensa a me», con la foto del conducente. Anche i cuscini erano dedicati a un culto pre-civile, la squadra di calcio. Al verde, le prime file avanzarono. Quattro, cinque, otto vetture furono risucchiate dalla strettoia. Toccava a noi. La Polis-ufficio scattò in avanti, con la Tackle-pied-à-terre. La Dribbling, chiusa fra me e il furgone-chiesa, rimase clamorosamente ultima. Mandò uno spaventoso ruggito di belva in gabbia, poi un lampo rosso sangue invase la corsia a fianco e diventò il puntino di una navicella spaziale che abbandona la stratosfera. Frenai, era tornato il rosso. Osservavo il gregge di lamiera che era riuscito a passare, lanciato verso il semaforo successivo. Un branco di persone normali con il cervello squassato da una Chernobyl neuronale. Il caldo delle lamiere aveva fuso i nuclei delle personalità e spazzato via ogni inibizione. Ora il fall out nevrotico scendeva su di me, primo della fila: già sentivo i neuroni esplodere fra le sinapsi, il mio cuore scaldarsi e pompare ansia, come la miscela di fuoco e di gas flagellata dai pistoni. Presto, per fermarlo, avrei avuto bisogno di un farmacista gongolante, chino sullo scaffale in cerca dei tranquillanti. | << | < | > | >> |Pagina 109Migliaia di persone avevano girato la chiavetta, alzato la freccia, schiacciato la frizione e inserito una marcia, entrando in un percorso di guerra fatto di strade, superstrade, complanari, bretelle, svincoli, tangenziali. Fabbriche di rabbia e di ferite. Distinguevo nel flusso operai assonnati, pensionati rancorosi che non cedevano la strada, ventenni randagi su macchine di terza mano, con la testa piena di popstar e in cerca di una Giorgina qualsiasi, da palpare lungo i muri di qualche cascina o fra i campi di mais. Un formicaio brulicante giorno e notte, una massa motorizzata pronta alla Battaglia Finale, allo Scontro di Tutti i Veicoli, che avrebbe azzerato i rancori dell'umanità.
Molti erano ancora fermi sotto casa, forse qualcuno
scendeva le scale giocherellando con le chiavi della
macchina, godendosi gli ultimi istanti di vita normale. Chi
sarebbe stata la prossima vittima della selezione naturale
meccanizzata? «Un chiodo tra suola e tomaia dello scarpone,
e un gran calcio sui copertoni di tutte le auto in cortile e
in doppia fila». Sognavo di fermare l'infinita catena di
collisioni e di lutti. Marmellata sui finestrini, adesivi
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