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| << | < | > | >> |Pagina 31900Sono stato presente anno dopo anno, dando il cambio a me stesso. Non sempre in prima linea, in quanto, visto che di guerre ce n'erano in continuazione, quelli come noi si ritiravano volentieri nelle retrovie. All'inizio però, quando partí la spedizione contro i cinesi e il nostro battaglione era schierato a Bremerhaven, mi trovavo in prima fila nel blocco di mezzo. Quasi tutti erano volontari, ma da Straubing mi ero presentato soltanto io, sebbene da poco fidanzato con Resi, la mia Therese. Pronti a imbarcarci, avevamo l'edificio del Norddeutscher Lloyd alle spalle e il sole in faccia. Davanti a noi c'era il Kaiser su un alto podio e parlava in tono risoluto sopra le nostre teste. Nuovi cappelli a larga tesa, chiamati sud-ovest, proteggevano dal sole. Eravamo carini. Invece il Kaiser portava un elmo speciale: un'aquila che brillava sul fondo azzurro. Parlava di grande missione, di nemico spietato. Un discorso trascinante. Disse: «Una volta arrivati, sappiate: nessuna pietà, non si fanno prigionieri...» Poi raccontò di Attila e delle sue orde di unni. Elogiava gli unni, anche se avevano infuriato in modo davvero terribile. Per questo i socialisti, piú tardi, hanno pubblicato le insolenti «lettere degli unni», sparlando miserevolmente del discorso del Kaiser. Alla fine ci affidò l'incombenza per la Cina: «Aprite la strada alla civiltà, una volta per tutte!» Rispondemmo con un triplice hurrà. Per me, che vengo dalla Bassa Baviera, la lunga traversata fu un'esperienza proprio da schifo. Quando finalmente arrivammo a Tientsin, c'erano già tutti: inglesi, americani, russi, persino veri giapponesi e piccole truppe da nazioni minori. Gli inglesi in realtà erano indiani. Noi all'inizio eravamo in pochi, ma per fortuna disponevamo dei nuovi cannoncini da 5 cm a tiro rapido della Krupp. E gli americani collaudavano le loro mitragliatrici Maxim, proprio un aggeggio diabolico. Cosí Pechino fu conquistata rapidamente. Perché quando la nostra compagnia entrò in città, sembrava già tutto finito, un vero peccato. Però alcuni boxer non vollero darsi per vinti. Venivano chiamati cosí perché erano una società segreta di nome «I ho ch'üan», ovvero, nella nostra lingua, «quelli che combattono col pugno». Per questo prima gli inglesi, poi tutti gli altri, parlavano di rivolta dei boxer. I boxer odiavano gli stranieri, perché vendevano ai cinesi ogni genere di merce, gli inglesi di preferenza oppio. E cosí avvenne come il Kaiser aveva comandato: non si fecero prigionieri. Per ragioni d'ordine i boxer furono radunati sulla piazza della porta Chian-Men, proprio davanti al muro che divide la città manciú dal resto di Pechino. Erano legati gli uni agli altri per i codini, una scena buffa. Poi vennero fucilati a gruppi o decapitati singolarmente. Ma sugli aspetti raccapriccianti non ho scritto neanche mezza parola, alla mia fidanzata, solo di uova centenarie e canederli al vapore alla cinese. Gli inglesi, e anche noi tedeschi, erano piú propensi ad andar per le spicce col fucile, mentre i giapponesi, col taglio della testa, seguivano la loro antica tradizione. Però i boxer preferivano la fucilazione, perché temevano di doversi aggirare di lí a poco per l'inferno con la testa sottobraccio. Peraltro non dimostravano nessuna paura. Ne ho visto uno che prima di essere fucilato si mangiava avidamente una tortina di riso inzuppata nello sciroppo. Sulla piazza Chian-Men soffiava un vento che arrivava dal deserto e continuava a sollevare nuvole di polvere gialla. Tutto era giallo, anche noi. Questo l'ho scritto alla mia fidanzata, e le ho messo un po' di sabbia del deserto dentro la lettera. Ma poiché i giustizieri giapponesi tagliavano via il codino ai boxer, che erano ragazzi giovani come noi, per assicurarsi un colpo piú netto, sulla piazza si trovavano spesso, nella polvere, mucchietti di codini cinesi recisi. Uno l'ho raccolto e l'ho mandato a casa come ricordo. Tornato in patria, me lo sono poi messo a carnevale tra il divertimento di tutti, finché la mia fidanzata ha bruciato il regalino. «È roba che ti porta i fantasmi in casa», ha detto Resi due giorni prima delle nozze. Ma questa è già un'altra storia. | << | < | > | >> |Pagina 491918
Dopo un breve giro di compere - Jünger fece scorta di
sigari, anche di quelli di Brissago; Remarque, dietro mio
consiglio, acquistò da Grieder uno scialle di seta per la
moglie Paulette - portai i due signori alla stazione con un
taxi. Visto che ci restava ancora del tempo, andammo al
buffet. Come bicchiere della staffa, proposi un vino bianco
leggero. Sebbene in sostanza fosse stato detto tutto, nello
spazio di un'ora abbondante saltò fuori qualche altra
notizia. Alla mia domanda se nell'ultimo anno di guerra si
fossero fatte esperienze con i tank inglesi che venivano
impiegati in numero sempre maggiore, entrambi i signori
negarono una conoscenza ravvicinata dei loro cingoli, ma
Jünger affermò che la sua pattuglia, nel corso di
contrattacchi, si era imbattuta in numerosi «colossi
bruciacchiati». Si cercava di difendersi coi lanciafiamme
e grappoli di bombe a mano. - Quell'arma - disse - stava
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