Copertina
Autore Denis Guedj
Titolo Il meridiano
EdizioneTea, Milano, 2002, Teadue 980 , pag. 368, dim. 128x198x33 mm , Isbn 88-502-0191-5
OriginaleLa Méridienne
EdizioneLaffont, Paris, 1987
TraduttoreOlimpia Gargano
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe narrativa francese , storia della scienza
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PROLOGO



Una frase

Tutto è cominciato con una frase: «Ai fine di determinare la lunghezza del metro campione, fra il 1792 e il 1799 gli astronomi Pierre Méchain e Jean-Baptiste Delambre, attraversando la Francia da un capo all'altro, hanno misurato la Méridíenne». Mi misi a tremare per l'eccitazione. Estate 1792: non era la fine della monarchia? Autunno 1799: non era l'inizio del Consolato? Brumaio, eccetera...

Fra queste due date... la Repubblica!

Così, per offrire al mondo una nuova unità di misura, due astronomi avevano misurato il territorio francese in tutta la sua lunghezza per tutto il tempo della Repubblica. Una misura del territorio che era stata una misura della Storia. Chi ricorda che, nel testo della legge che ne decretava ufficialmente la nascita, il metro fu denominato «misura repubblicana»?

Storia e geografia unite per dare, insieme, una misura al mondo!

Questa frase, estratta da un trattato di metrologia, la stavo leggendo addossato alla porta di uno scompartimento della metropolitana fra Monceau e Barbès nel momento in cui, emergendo dai sotterranei di Parigi, il treno tornava all'aperto. In un attimo, la metropolitana era diventata aerea.

Appena a casa, mi precipitai: dizionari ed enciclopedie mi lasciarono inappagato. Il giorno dopo partivo, per un viaggio nelle biblioteche di Parigi.

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CAPITOLO I



24 GIUGNO 1792. Le Tuileries mostravano ancora le tracce della marea umana da cui erano state sommerse poco prima: carta straccia, sterco, brandelli di tessuto, aiuole di fiori calpestati... Un gruppo di giardinieri valutava i danni, ignorando volutamente l'alberello che, tre giorni prima, era stato piantato da un grandioso corteo popolare nonostante l'opposizione delle guardie del re. Un bell'albero, che durerà almeno sino alla fine del secolo, se nulla - fulmine, scure, fuoco o parassiti - ne interromperà la crescita. Appuntata sul tronco, sbocciava una coccarda tricolore.

In fondo al viale, davanti a un padiglione, due carrozze dal carico pesante, parcheggiate posteriore contro posteriore, erano in procinto di partire. Identiche tranne che nel colore, una verde, l'altra ramata, erano munite sul retro di un grosso baule dalla forma strana. Intorno a esse era riunito un piccolo gruppo: Lavoisier, chimico di fama, Condorcet, filosofo e deputato all'Assemblea legislativa, e il Cavalier de la Borda, fisico. C'erano anche una donna e i suoi tre figli.

Tutto il gruppetto prendeva commiato dai cittadini Pierre Méchain e Jean-Baptiste Delambre, che si accingevano a lasciare la capitale.

«Allora, Méchain, a voi il Sud, a me il Nord», gridò il secondo.

«Così ha deciso l'Assemblea», rispose il primo.

«Quanto a me, resto a Parigi», concluse triste Lavoisier, porgendo a ognuno dei due una piccola cassetta con lettere di credito e monete d'oro e d'argento. Poi fu la volta di Borda, che consegnò ai viaggiatori una custodia contenente i lasciapassare e le lettere di raccomandazione firmate dal re.

Thérèse Méchain si sforzava di nascondere la sua inquietudine. Rimaneva in disparte, dignitosa nel suo silenzio. Tuttavia, allorché Delambre le si avvicinò per salutarla, si lasciò sfuggire: «Se almeno voi partiste insieme con lui!» Condorcet le si fece accanto per confortarla: le assicurò che sarebbe rimasto sempre in contatto con i due viaggiatori e l'avrebbe tenuta costantemente informata.

Méchain montò sulla carrozza ramata, Delambre su quella verde; i loro sguardi si incrociarono, avevano gli occhi che brillavano. Era l'eccitazione della partenza, o il riflesso dei fuochi di San Giovanni che la notte prima avevano illuminato le alture di Montmartre? Si fecero un cenno con la mano.

«A Rodez! A Rodez!» esclamarono all'unisono.

Le due carrozze si avviarono nello stesso istante, allontanandosi in direzioni opposte.


Per Lavoisier, quel giorno era un anniversario. Esattamente nove anni prima, aveva preso posto come di consueto nel suo laboratorio all'Arsenale. Quella mattina, in una campana a chiusura ermetica, combinando aria infiammabile e aria vitale in proporzioni predetermínate, aveva creato... l'acqua! Appena poche gocce, ma di una purezza assoluta, che avevano imperlato la superficie di vetro in tutta la sua lunghezza. L'acqua delle origini!

I gas che davano vita all'acqua! Dunque, uno dei quattro elementi su cui i grandi miti degli uomini fondavano il mondo non era altro che una sostanza composta. Ormai non c'era più da credere negli elementi primari, corpi aristocratici collocati al di sopra degli altri. Era una rivoluzione! Allontanandosi dal palazzo delle Tuileries, Lavoisier, ricordandosi di essere uno dei padri di quella Repubblica delle cose, in cui tutti gli elementi godevano degli stessi diritti, non poté fare a meno di temere che nascesse anche quella degli uomini.

Al suo fianco camminava Condorcet, animato da un desiderio opposto. Lui, il filosofo, l'ultimo sopravvissuto degli Enciclopedisti, il presidente della Legislativa, si augurava che venisse il tempo della Repubblica, perché, diceva, l'assenza di un re vale più della sua presenza. Quanto a Borda, benché legato alla monarchia, si era battuto al fianco dei «ribelli» americaní per aiutarli a liberarsi della Corona inglese...

I tre uomini non erano riuniti nel cortile delle Tuileries per discutere del governo dei popoli, ma in quanto responsabili di una missione votata dall'Assemblea e approvata dal re. Quale motivo aveva dunque Thérèse per essere tanto preoccupata?

Non era la prima volta che suo marito partiva in missione. Ma in tre anni ne erano successe di cose importanti! Proprio lì, alle Tuileries, l'ospite e la sua dimora avevano cambiato nome. Il Pavillon de Marsan, a nord, era diventato Liberté; quello al centro, Unité, mentre Flora, a sud, adesso si chiamava Egalité. E sui tre edifici svettava giorno e notte un'alta fiamma tricolore. Quanto al re di Francia, ormai si chiamava «re dei francesi», e i francesi da parte loro si chiamavano «cittadini», mentre il corpo di guardia aveva preso il nome di «Gendarmeria nazionale». A due passi da lì, una settimana prima, era stato acceso un grande falò in cui avevano gettato le «onorificenze della nobiltà»: un'enorme quantità di brevetti, diplomi di duchi, marchesi, visconti, visdomini, era andata in fiamme ai piedi della statua di Luigi XVI, a lungo lambita dalle fiamme. Erano state fissate le imposte dirette, e in tutta la Francia non si poteva più disporre di schiavi. Mentre la Sorbona erà stata chiusa, la Corsica si apriva al continente; il ponte di Avignone era diventato francese; si mettevano al bando i dialetti e i gerghi che, si diceva, impedivano ai cittadini di capirsi.

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«La più lunga misurazione geodetica di tutti i tempi, come l'ha definita Borda, comincia male», borbottò Méchain risalendo in carrozza. Navigatore, fisico e inventore di strumenti, Borda ne aveva appena messo a punto uno meraviglioso, un ripetitore, di cui due dei tre esemplari realizzati erano nelle casse di Méchaín.

Quanto tempo sarebbe durata la spedizione? I più ottimisti parlavano di un anno, Méchain riteneva che ne sarebbero stati necessari almeno due. In realtà non lo sapeva nessuno, né quelli che l'avevano proposta in Assemblea, né quelli che all'Accademia ne avevano gettate le fondamenta, non più di quanto ne sapessero i componenti della Commissione pesi e misure che ne avevano resa possibile la preparazione. Nelle tribune della Costituente, e poi in quelle della Legislativa, Méchain aveva ascoltato i discorsi di Talleyrand, di Condorcet, di Prieur de la Cóte-d'Or. Ricordò l'emozione che l'aveva colto allorché, davanti all'Assemblea piena da scoppiare, Condorcet aveva detto che la spedizione era «per tutti i tempi, per tutti gli uomini». Ah, quell'uomo aveva il dono degli slogan, ma, dio, che pessimo oratore! Méchain ricordava quasi una per una le sue parole: «Questa operazione», aveva tenuto a precisare, «finalizzata all'accrescimento dei Lumi e alla fraternità dei popoli, dovrà occuparsi non tanto di cercare ciò che possa essere facile, quanto ciò che si avvicini al culmine della perfezione».

Ma di quale operazione si trattava? Nientemeno che di misurare, con la massima precisione possibile, la lunghezza del meridiano fra Dunkerque e Barcellona! Era per eseguire questo compito eccezionale che Méchaín e Delambre, entrambi astronomi e accademici, erano stati scelti. Ciascuno dei due sarebbe partito da un'estremità e avrebbe raggiunto Rodez.


Unità di lingua, di governo, unità contro i nemici esterni e interni: dopo tre anni, c'era l'ossessíone dell'unità, si aborriva l'arbitrarietà, ci si sentiva universali.

La misura è quantità - è la sua stessa ragion d'essere -, ma, nel desiderio che sia al tempo stesso «qualità», la si è voluta universale, eterna, invariabile. Quel che è isolato, che non è unito a niente, l'arbitrario, affermavano, non è fatto per essere durevolmente adottato. A dimostrazione di ciò adducevano la lunga storia dei popoli.

Nel predisporre la scelta della nuova unità di misura, avevano deciso di non prendere in considerazione nulla che non fosse intimamente connesso a oggetti invariabili, niente che, col passare del tempo, dipendesse dagli uomini o dagli avvenimenti. Un simile sistema non era esclusivo di una nazione in particolare, si poteva accarezzare il sogno di vederlo adottato da tutte. Chi altri, se non la Natura, possiede queste qualità? E nella Natura, che cos'altro più dello stesso globo terrestre può farsi garante di invariabilità, universalità, eternità?

Tutto era pronto: l'epoca, gli uomini, le istituzioni e i mezzi tecnici. Ecco allora arrivato il momento solenne della definizione. Si proclamò che la nuova unità di lunghezza sarebbe stata una piccolissima parte del globo: «la quarantamilionesima parte di un meridiano terrestre»!

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Condorcet impiegò un po' di tempo ad accorgersi della presenza di Delambre. Non si facevano tante cerimonie e gli invitati non venivano presentati al loro arrivo. Il filosofo chiese il silenzio per presentare l'astronomo ai suoi ospiti. Subito Delambre fu oggetto di numerose domande: perché scegliere un meridiano? Perché quello e non un altro? Perché Dunkerque e perché Barcellona? Una fanciulla giovanissima chiese: perché la
[...]

 


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