|
|
|
| << | < | > | >> |Indice
l. CARTE NAUTICHE E NOMI 13
I. 15
II. 50
III. Marginalia. Zetetica 55
2 . ISOLE E CONFINI 61
I. 63
II. Oggetti del desiderio 85
III. Marginalia. Le isole britanniche 98
3. SCOGLIERE E VISIONE 103
I. 105
II. Percepire il trasversale 122
III. Marginalia. Souvenir 135
4. NAUFRAGI E MORTE 139
I. 141
II. Un punto tra le narici 163
III. Marginalia. Mal di mare 175
5. GLI ABISSI E IL BUIO 181
I. 183
II. I mostri interiori 210
III. Marginalia. Dare un'età alla terra 218
6. PESCA E PERDITA 227
I. 229
II. «Quale bellezza c'era» 260
III. Marginalia. Pesce pappagallo 270
7. PIRATI E NOMADI 273
I. 275
II. Versi per Tecla 297
III. Marginalia. Piroscafi/stelle filanti 314
Ringraziamenti 319
Indice dei nomi e dei luoghi 321
|
| << | < | > | >> |Pagina 9Sono perduto... queste le parole che il nuotatore in preda al panico rivolge all'universo luminoso in cui emerge disorientato sputando acqua. Dieci minuti prima, forse venti, aveva sistemato delle lenze e si era lasciato scivolare dalla fiancata della sua barchetta - un insetto di legno provvisto di due bilancieri di bambù - con una cima che, avvolta alla caviglia, lo collegava alla prua dell'imbarcazione. Era rimasto a faccia in giù nell'oceano, con il sole sulla schiena, a fissare i primi trenta di un migliaio di metri d'acqua. Ai tropici le acque di superficie sono inondate di luce. Gli passano davanti agli occhi le spicole lucenti, e l'ingioiellato fitoplancton color cremisi e blu elettrico che fluttua attorno al globo producendo infinitesime reazioni chimiche le quali, moltiplicate, aiutano tutta la vita terrestre. Se l'uomo scende di circa sette metri verso il fondo può guardare in su e vedere dal basso altre creature: un banco di aguglie (le cui lische sono verde brillante) così in alto che i loro dorsi sfiorano l'increspato specchio dell'aria, qualche raro pesce volante che salta e scompare. Il nuotatore riflette su questo speccbio, immaginando il cielo che pesa sul mare e il mare che sostiene l'atmosfera, curioso di ciò che può esattamente accadere nella superficie di interiezione. Se fosse possibile farne un ingrandimento, verrebbe in luce una ronzante epidermide di molecole? Molecole d'acqua e molecole d'atia così mischiate e sature di atomi in comune cbe sarebbe impossibile stabilire quale composto abbiano prodotto. A che punto queste particelle in movimento sono diventate onde? Il nuotatore si perde in questo bisticcio quantico, nelle sue speculazioni sui confini della materia, poi di colpo ecco la consapevolezza d'aver perso qualcosa. Sente una tensione alla caviglia, ma troppo lieve. La lunga cima tira verso il fondo, ancora stretta a un piede. E la barca che se ne è andata.La prima reazione spaventata dell'uomo è quella di ruotare nell'acqua cercando nel frattempo di tenersi più dritto possibile: una volta, due volte, tre volte, perlustrando un orizzonte esclusivamente piatto. Niente. Č ancorato con sei metri di cima di canapa all'oceano. Il suo viso coperto dalla maschera torna a guardare in basso come se per un errore miracoloso di collocazione potesse scoprire cbe la barca galleggia tranquilla in una quarta dimensione alcuni metri più in giù. Niente. La cima penzola come quei coralli chiamati fruste di mare, appena attorcigliata, i filamenti di fibra che spiccano ingranditi dalle terrificanti lenti fino al nodo in fondo. Il messaggio cbe il nodo trasmette attraverso l'acqua è «alla deriva». Il nuotatore solleva di nuovo la testa nell'aria. Č tutto chiaro. Può sembrare impossibile, ma la barca è sparita. «Sono perduto.» Terrorizzato, ansima e gira su se stesso, senza barca, senza terra, e con un dolore alle viscere provocato dalla paura per la situazione in cui si è venuto improvvisamente a trovare: tutto solo sospeso nell'Oceano Pacifico. La mente prova a esercitare la sua capacità di ragionare. Quanto lontano può andare una barca in un giorno senza vento? Inoltre l'altezza degli occhi è sì e no di quindici centimetri sul livello del mare; una barca il cui bordo libero è solo tre volte più alto può facilmente venire nascosta dalla più piccola increspatura del mare. Senza dubbio sta apparendo e scomparendo alla vista proprio mentre lui scruta l'orizzonte dalla parte sbagliata... Comunque nell'uomo sta subentrando una calma assoluta: un languore, un fatalismo le cui radici si estendono non fino all'inizio della sua vita, ma, come la cima alla caviglia, giù nel mare stesso. Le fibre attorcigliate, come antichi filamenti di DNA, lo collegano con profondità scomparse, con oceani primordiali che giacciono su fondi diversi. Se ora è perduto è perché era già perso prima ancora di metter piede su una barca, prima della sua stessa infanzia. Egli non ha una sua propria esistenza; è soltanto una piccola cavità nell'acqua con la forma dei due terzi inferiori di un uomo. Non c'è alcuna possibilità che la massa dell'oceano possa essere tenuta a lungo separata impedendole di riempire quella forma. E tuttavia non è possibile arrendersi, pochi minuti prima essere sano e felicemente occupato e poi rinunciare alla vita come se si fosse ricevuta una ferita mortale. La paura ritorna a tratti. Mentre guarda il deserto liquido sotto un cielo splendente l'uomo è sottoposto a intervalli a scariche di adrenalina: questo non sta succedendo a me... «Eppure è così.» Poi, per un po', non è più così; e tra una sensazione e l'altra, valutando le possibilità di morte per annegamento, attacco degli squali o assideramento, nella mente del nuotatore si forma una nitida, vanagloriosa immagine della drammatica situazione. In mancanza di ogni coordinata, l'uomo vede la propria testa occupare un posto preciso. La immagina sporgere da tutta quella estensione curva di oceano blu, una piccola palla rotonda brunita dal sole come il pomello di ottone in cima a un mappamondo scolastico. Nel momento in cui si perde, egli diventa il punto cardinale attorno a cui ruota l'intera terra. | << | < | > | >> |Pagina 24Č divertente l'idea che il mare segua la crosta terrestre come una coperta imbottita distesa su un materasso bitorzoluto. Č anche strano pensare che in una certa misura le profondità dell'oceano possano venire studiate dallo spazio. Mentre mangio un pasticcio di rognone e carne (la cambusa non fa alcuna concessione ai tropici), penso che tutto ciò lascia presumere che talvolta una nave debba andare in salita e discesa.«Certo. Ma le 'salite' sono così lievi che non te ne accorgi. Parliamo di poche decine di centimetri in una lunghezza di chilometri. Sicuramente una nave deve andare spesso in salita, anche se non userà energie supplementari. Tutti i punti sulla superficie convessa hanno lo stesso potenziale gravitazionale, com'è ovvio.» Per me non è ovvio, e non lo è di più dopo che Roger l'ha spiegato diverse volte in modi differenti. Mi dico che la fisica è umiliante non quando sconfigge l'intelletto ma quando confonde l'immaginazione. Questo mi fa sentire meglio. Dandosi per vinto, Roger torna a un atteggiamento del tipo «che tu ci creda o no, le cose stanno così», il più adatto per la sua platea di profani. Roger è un geologo e nel descrivere il pianeta dà l'impressione di parlare di una palla da spiaggia riempita - ma non del tutto - di acqua: instabile, plasmabile, che si incurva e si increspa e si gonfia. Non sono solo gli oceani a rispondere con le maree al sole e alla luna; lo fa anche la superficie della terra, alzandosi e abbassandosi due volte al giorno. Quando la luna è allo zenit la superficie viene sollevata di mezzo metro. Sembra inoltre che questa crosta elastica abbia una frequenza propria che la fa entrare in risonanza. Un geologo russo, S.L. Solovėv dell'Istituto di Oceanologia di Mosca, ha fatto di recente dei sismogrammi di microterremoti nel Mar Tirreno. Usando sismografi da fondo (derivati dai rivelatori di esplosioni nucleari destinati in origine a far rispettare il trattato contro gli esperimenti nucleari), Solovėv ha cominciato a captare una chiara oscillaziorie a bassissima frequenza che ha ritenuto essere quasi certamente la frequenza fondamentale della stessa crosta terrestre. Quella notte vado a letto con la testa piena di meraviglie. Durante la serata ho anche imparato che i livelli del mare alle due estremità del Canale di Panama sono diversi di quasi mezzo metro, e lo stesso vale per il mare ai due lati della penisola della Florida. Ciò è dovuto a fattori quali l'effetto ammassante del vento e la forza di Coriolis. Sono però molto attratto dall'idea della crosta terrestre che vibra a una frequenza accertabile poiché ciò renderebbe, in teoria, possibile stabilirne la nota precisa. Certo, probabilmente non si avrebbe un tono puro per via dei tanti tipi di interferenze armoniche che vengono da irregolarità quali le catene montuose. E tuttavia dovrebbe essere possibile determinare la nota fondamentale del pianeta, la musica del nostro sferoide. Mi meraviglio anche davanti all'idea della superficie del mare che si modella sulle pianure e le montagne, gli abissi e i bacini che si trovano sotto la nostra chiglia. In questo momento non è davvero difficile crederci, dato che stiamo rotolando nelle nostre cuccette a causa del beccheggio della Farnella, quasi stesse avanzando su un terreno impervio. Abbiamo raggiunto le pendici della dorsale Necker. Più di tre chilometri sotto di noi una catena montagnosa s'innalza ripida verso l'alto. Io sbatto di qua e di là nel mio guscio di legno e mi dico che è soìo un «interferenza». | << | < | > | >> |Pagina 28Quanto è diversa la Farnella dalla vecchia Challenger! La vera differenza tra questo tipo di oceanografia e quella precedente non sta solo nel fatto che è cambiata la tecnologia e con essa sono cambiati i metodi per analizzare i dati. In verità, sono gli stessi scienziati che usano sensi diversi. Nessuno ascolta realmente quei segnali che ritornano carichi di informazioni da regioni inesplorate. Il laboratorio non è pervaso dai colpi sordi resi familiari dalle colonne sonore dei film di guerra sui sottomarini, ma dal clic e dal ronzio dei plotter e dagli scherzosi scambi di battute. Nessuno ora indossa le cuffie o ha uno sguardo assorto, lontano, attento nel silenzio circostante. Sebbene l'oceanografia moderna conti così tanto sulle tecniche acustiche, sono le macchine che ascoltano. Quando aziono su un quadro un interruttore che fornisce attraverso un piccolo altoparlante il vero rumore dei segnali, il tecnico americano Bob fa una smorfia di fastidio. «Quel suono mi dà il mal di testa», dice. «Č così maledettamente monotono.» Mi astengo dal blaterare di complessità nascoste, dato che esse ci sono comunque; solo che sono scritte su un tabulato.
Il fatto di lasciare che i congegni elettronici
sostituiscano i nostri sensi, mentre così tante informazioni
si riducono a raffigurazioni visive, non può essere privo
di conseguenze. In generale, le facoltà poco utilizzate
tendono ad atrofizzarsi. Č da tempo diventato un cliché
chiedersi sulle pagine del «Lancet» o del «BMJ» se il
|
|
Scheda con 65040 bytes di citazioni. Scheda parziale. Pubblicazione completa in attesa di autorizzazione dell'editore. | << | < | |