Copertina
Autore Julie Highmore
Titolo La biblioteca dei miei sogni
EdizioneSalani, Milano, 2004, , pag. 304, cop.fle., dim. 137x205x27 mm , Isbn 88-8451-409-6
OriginalePure fiction [2003]
TraduttoreRoberta Bovaia
LettoreGiovanna Bacci, 2004
Classe narrativa inglese
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Pagina 7 [ inizio libro ]

«Così sei ancora bloccata?» dissi, reggendo il telefono con una mano e Georgia con l'altra.

«Sembrerebbe. Ho un appuntamento alle dieci. Sarebbe stupido tornare indietro in mattinata».

«Immagino di sì». Dove aveva detto che era?

«Allora, ci vediamo domani».

«Okay».

«Oh, e Ed...»

«Mmmh?»

«Mi serve la mia camicetta di seta color crema per giovedì».

Bernice era fatta così. Non diceva: «Com'è stata Georgia?» o «Mi spiace di non poter essere di ritorno per la tua serata libera settimanale, Ed». E comunque, le credevo ancora? Parlava dal cellulare, per cui avrebbe potuto essere ovunque. Anche appena fuori Oxford, in un motel. Con Clive che le carezzava la schiena con un dito mentre lei parlava con me.

Riagganciai, posai Georgia per terra e misi altra carta nella stampante, chiedendomi se avessi finalmente terminato la mia tesi. Probabilmente no. C'erano sempre nuove inezie a cui pensare: dovevo ricontrollare quella citazione? O magari mettere "inoltre" al posto di "per di più"? Oddio, ero così stanco. Benché fossi soddisfatto della mia gigantesca impresa, non sarei stato mai più felice di sentire, leggere, pronunciare o digitare le parole "Meccanismo del corso del cambio".

Guardai l'orologio. Mancava un'ora al gruppo di lettura, o al «circolo di lettura», come Bronwen amava chiamarlo. Era stata lei a iniziare; mettendo un annuncio nella sede della biblioteca in cui lavorava, e in parecchie altre della città, organizzando i turni delle sedi delle riunioni. Io mi ero chiamato fuori, con il pretesto che la mia casa è grande come un frigorifero e che Bernice non fa che armeggiare con il computer in sala tutte le sere. Ad ogni modo, per certi versi un circolo di lettura mi attirava. Suonava accogliente e intimo. Immaginavo che ci saremmo tenuti tutti per mano mentre discutevamo del libro, cercando magari di stabilire un contatto con l'autore defunto. «Virginia Woolf, puoi sentirci?.. No, scusa, non volevamo te, Thomas. Virginia».

C'era un numero di telefono sull'annuncio. «Chiamate oppure chiedete di Bronwen in questa biblioteca» diceva. Io l'avevo cercata e trovata. Era una donna sulla quarantina, dai capelli scuri e scarmigliati, calze opache e scarpe basse di velluto. Un seno imponente. «Il primo incontro lo faremo qui, martedì prossimo» aveva sussurrato. «Alle sette e mezzo. Vieni. Spero che non siano tutte donne». In realtà era quello che io mi auguravo, ma la prima sera si era presentato un campionario davvero assortito di persone. Undici in tutto. Ci eravamo seduti e avevamo chiacchierato. «Solo narrativa, proporrei» aveva detto Bronwen, e tutti noi avevamo aderito. Poi, per qualche motivo, aveva chiesto a me di scegliere il primo libro. «L'Ulisse» avevo risposto all'istante. «Mi sono sempre riproposto di leggerlo». Si era levato un generale mormorio di insoddisfazione e solo sei persone si erano ripresentate a casa di Zoe il martedì dopo, una delle quali - Bronwen - era arrivata a pagina 83 e si era presa un meritato applauso. E siccome al momento non c'era ancora molto di cui parlare, Zoe aveva suggerito di fare una partita a Taboo, e ci eravamo divertiti. Probabilmente a molti di noi non sarebbe dispiaciuto giocare a Taboo tutte le settimane.

Chiusi il computer e controllai ancora una volta l'orologio. Le sei e quaranta. Troppo tardi per chiedere a Natalie della casa di fronte di farmi da baby-sitter e, inoltre, volevo davvero pagare otto sterline a una quindicenne che fa i compiti su un portatile per cui io avrei dato il braccio destro, solo per discutere di un libro che mi lasciava indifferente con persone che conoscevo a malapena?

«Giusto» dissi, sollevando mia figlia dal suo seggiolone e baciandole la testolina morbida. «Spero tu abbia letto la Brontė, signorina».


Kate - quarantadue anni, restauratrice di mobili con un suo negozio e attualmente single - non riusciva a staccare gli occhi dal petto di Ed. Muscoloso, leggermente abbronzato e peloso al punto giusto. Si era sbottonato la camicia con una mano prima di infilare il biberon nella bocca della figlioletta e di guardare il gruppo sbigottito.

«Č così che si deve fare, adesso» spiegò ridendo. «Il contatto pelle a pelle, capite? La fa sentire come se fosse allattata al seno».

Bob - ultracinquantenne, pavimentatore - disse che lui era sopravvissuto alla paternità senza cambiare un solo pannolino.

Bronwen, guardandolo in cagnesco, gli chiese se la riteneva davvero una cosa di cui vantarsi.

Donna - carina, coda di cavallo bionda, ventunenne e madre di due bambini - sospirò e continuò a mangiucchiarsi le unghie smaltate.

Erano a casa di Bronwen e aspettavano Zoe: trent'anni appena compiuti, pendolare su Londra, attraente e intelligente, ma sempre molto nervosa. Una volta esauriti gli argomenti sulla bambina di Ed e sulla torta di carote di Bronwen, Zoe arrivò, perfettamente truccata e con le mèche bionde che le ondeggiavano sulle spalle.

«Scusate, gente» ansimò. «I soliti problemi con i treni. Siamo rimasti a Jane Eyre, vero?»

«Sì» risposero tutti in coro, coi libri sulle gambe.

Un uomo di mezz'età, leggermente in sovrappeso, con una bella faccia, un po' stempiato ma con i capelli ancora folti, una giacca di velluto a coste e un libro sgualcito in mano, indugiava sulla soglia.

«Oh, lui è Gideon» disse Zoe. «Sta da me al momento. Spero non vi spiaccia se partecipa».

Gideon disse «Salve» e atteggiò un sorriso, ma sembrava pentito di essersi aggregato alla comitiva. Tra le sette persone del soggiorno di Bronwen, probabilmente, si sentiva di troppo. Bronwen fece sloggiare il gatto, spazzò via i peli che aveva lasciato sul divano e offrì a Gideon l'angolino liberatosi e un po' di torta di carote.


«Č una vera puttana, quella Blanche Ingram» sentenziò Donna dopo che Ed ebbe messo giù la bambina ed ebbe letto un brano. In modo ispirato, pensò Kate.

Era stata Donna a scegliere Jane Eyre. Aveva detto che lo stava leggendo a scuola quando era rimasta incinta del suo primo figlio e non lo aveva mai finito. «E quindi non ho mai saputo se Jane riesce a farsi Rochester» aveva spiegato al gruppo. «No, per favore, non ditemelo».

«Perché le donne attraenti e sicure di sé vengono sempre considerate puttane?» chiese Bronwen.

Donna roteò gli occhi e disse: «Scusate se ho fiatato».

«A dire il vero...» azzardò una voce sconosciuta. Tutti sobbalzarono e si girarono verso Gideon. «Blanche gioca un ruolo piuttosto importante vis à vis con il fuoco, ha una funzione strategica, è il simbolo del ghiaccio che percorre tutto il romanzo».

Nessuno disse niente e così lui proseguì, issandosi faticosamente sul bordo del divano, e poi intrecciando le dita. «Capite... la Brontė, più o meno consapevolmente, aveva introdotto nel romanzo un'insolita quantità di rosso... che simboleggia il fuoco interiore di Jane, il fervore, il coraggio... e anche di bianco... che rappresenta il gelo del mondo e le persone che lei incontra nel corso della sua sciagurata infanzia e nella prima età adulta».

Kate scrutò il resto del gruppo. Era stata l'unica a non capirlo? Donna stava freneticamente prendendo nota, per cui dedusse di no.

«Va' avanti» lo spronò Bronwen, con un'aria leggermente eccitata.

«Ricordate la giovane Jane in casa Reed, che legge tutta sola davanti alla finestra dietro "drappi di tende scarlatte"? Jane che guarda fuori un mondo "bianco pallido"?»

Le donne annuirono, gli uomini finsero di non ascoltare.

«E la stanza in cui Jane viene rinchiusa come punizione è la Camera Rossa, che rispecchia la sua rabbia per l'ingiustizia subita. Il suo migliore amico a scuola - una persona affettuosa ma forte, stoica - si chiama Burns, dal verbo to burn, bruciare, ardere, con tutte le relative connotazioni. Proprio come per Blanche Ingram... Bene, il verbo to blanche significa sbiancare. Blanche, bianca, fredda, sterile, frivola. L'esatto opposto della devota e appassionata Jane Eyre, con la sua intensa e ricca vita interiore. Qualcosa che le fa superare tutti i rifiuti e gli sconvolgimenti».

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Pagina 55

Quando Zoe arrivò al lavoro martedì trovò una mail di Kate in cui la informava che il circolo di lettura si sarebbe incontrato alle sette di sera quel pomeriggio, e non, come al solito, alle sette e mezzo. Sarebbe stata un'impresa, pensò, ma era decisa a farcela, perché quegli incontri erano probabilmente la sola cosa che riusciva a rilassarla in quel periodo.

Poi la chiamò Ross dal cellulare per cancellare l'appuntamento a pranzo. Lei fu cortese, ma appena riagganciò lo maledì in silenzio. Non importava, lo avrebbe visto venerdì, all'ora di pranzo, nel suo appartamento di Londra. Era diventata una cosa regolare e fissa, i venerdì. Si erano sempre incontrati nei più strani momenti liberi in cui lui riusciva a inserirla. Non volava sempre in Scozia per il weekend, e allora era carino, anche se lei era perfettamente consapevole che non avrebbero mai passato un intero fine settimana insieme. Lui tendeva a salutarla in stazione il sabato pomeriggio o la domenica mattina, dicendo solo: «Ho una montagna di lavoro da sbrigare, tesoro. Ti amo». E lei era sicura che fosse così.

Quel giorno diede una rapida occhiata alle sue carte, doveva vedere il capo e incontrare due clienti, per cui avrebbe pranzato molto tardi alla sua scrivania, prima di decidere di aver lavorato abbastanza e di andare a Paddington. Sul treno finì Middlemllrch e lo chiuse con un sorriso e un sospiro assorto a cui il passeggero che aveva di fronte rispose con un: «Dunque, è un bel libro?»

«Bellissimo».

«Č da una vita che vorrei leggerlo» continuò.

Oh, cielo, pensò, uno sciroccato. Nessuno attacca bottone sul treno: ci si limita a parlare al cellulare. Non sembrava strambo: sulla trentina, giacca, ventiquattrore. Piuttosto carino, in effetti.

«Prendilo» disse Zoe, tendendogli il libro. Sapeva che Gideon ne aveva un'altra copia.

L'uomo fece l'espressione di chi si è appena sentito offrire una prestazione sessuale nel gabinetto. «Oh, è molto gentile da parte tua. Grazie». Prese una penna dalla tasca interna della giacca. «Perché non ci scrivi sopra il tuo nome e indirizzo, così posso spedirtelo quando l'ho finito?»

«Okay».

Lei evitò accuratamente di scrivere con i suoi soliti scarabocchi e, dopo aver dato un'altra occhiata allo sconosciuto, che era biondo, con gli occhi

[...]

 


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